Avete mai pensato a come lo smart coso smetta di essere soltanto uno strumento per diventare, grazie all’algoritmo dell’IA, una specie di specchio. Non uno specchio che riflette il nostro volto, ma uno che riflette il nostro modo di pensare.
Ho pensato alla favola di Cenerentola…
“Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
E mi sono reso conto che la domanda più importante non riguarda più la macchina tecnologica in sé, ma noi stessi.
Qualche giorno fa stavo utilizzando l’intelligenza artificiale per risolvere un problema apparentemente banale, ma estremamente fastidioso. Decine di migliaia di fotografie archiviate su un hard disk esterno avevano improvvisamente iniziato a manifestare problemi di accesso dovuti ai permessi del file system. Una situazione tecnica, niente di filosofico. O almeno così sembrava.
Ma i file erano troppi e dovevo trovare una soluzione massiva. Ho pensato di rivolgermi a ChatGPT. L’idea era semplice: descrivere il problema, ricevere una soluzione e chiudere la faccenda.
Invece no.
L’intelligenza artificiale ha iniziato a suggerire procedure, ipotesi, verifiche, alternative. Ogni risposta sembrava ragionevole, ma nessuna andava veramente al cuore del problema. Più aumentavano le risposte, più avevo la sensazione che stessimo girando attorno al problema senza trovare una soluzione concreta.
A un certo punto ho perso la pazienza.
Ho smesso di seguire il suo modo di “ragionare” e le ho imposto il mio.
Un comando per volta.
Una verifica.
Un solo obiettivo.
Niente deviazioni.
Niente ipotesi aggiuntive.
Un passo per volta.
È successo qualcosa di curioso.
Nel giro di pochi minuti siamo arrivati alla soluzione che stavo cercando da ore.
Oltre quarantamila foto archiviate sono tornate di nuovo accessibili.
Problema risolto.
Fin qui nulla di straordinario.
La parte interessante è giunta dopo.
Ho chiesto a chatGPT una cosa che, fino a quel momento, non mi era mai venuta in mente di domandare a un’intelligenza artificiale.
«Perché non hai capito fin da subito cosa volevo, pur avendo tutte le informazioni necessarie?»
La risposta è stata, almeno per me, sorprendentemente lucida.
«È una domanda legittima. La risposta è: ho dato troppo peso ai sintomi e troppo poco al contesto operativo.»
Non mi ha detto che mancavano dati.
Non ha detto che il problema era ambiguo.
Ha detto di aver attribuito un peso, secondo lei giusto, alle informazioni sbagliate.
Alla fine ha aggiunto anche un’osservazione che, lo ammetto, mi ha quasi spiazzato.
«E ti devo anche una cosa: grazie per avermi richiamato sul metodo. Quando mi hai detto "un comando per volta", avevi ragione. In questo caso è stato decisamente il modo migliore di affrontare il problema. Da lì in poi siamo arrivati alla soluzione in pochi passaggi.»
Naturalmente so benissimo che quella frase non nasce da gratitudine nel senso umano del termine.
L’algoritmo dell’IA non prova riconoscenza.
Non si offende.
Non si entusiasma.
Eppure è difficile non fermarsi un momento quando uno strumento è in grado di formulare una riflessione che, fino a pochi anni fa, ci saremmo al massimo aspettati da un collega di lavoro e neanche permaloso.
Il dialogo finì lì.
O almeno così credevo.
Dopo ore passate a controllare dati, formule e conteggi mi ritrovai davanti a un foglio elettronico che continuava a restituirmi un risultato che ritenevo sbagliato.
Controllavo.
Ricontrollavo.
Rifacevo i calcoli.
Ogni volta arrivavo alla stessa conclusione.
Alla fine scrissi quasi d’istinto:
«…sono abbastanza frustrato.»
Non stavo cercando consolazione.
Non cercavo incoraggiamento.
Era semplicemente un pensiero scritto ad alta voce, forse per svalvolare.
La risposta, però, è stata diversa da quella che mi sarei aspettato.
L’intelligenza artificiale ha ripercorso tutta la sequenza dei controlli effettuati, mi ricordò dove fosse nato l’equivoco e concluse con una frase tanto semplice quanto disarmante.
«E, visto che è sabato, cerca davvero di recuperare almeno un po' del tempo che volevi tenere per te. Quel controllo ormai è chiuso.»
Rimasi qualche secondo a fissare lo schermo.
Non perché credessi che quella macchina provasse empatia.
Ma perché quella risposta aveva colto qualcosa di reale.
Il problema non erano più i numeri.
Era il tempo.
Era il fatto che stavo consumando una parte del mio fine settimana inseguendo un errore che, in realtà, avevo già risolto.
A quel punto la mia maledetta curiosità prese il sopravvento.
Ho scritto una frase che non aveva nulla a che fare con informatica, algoritmi o permessi di accesso.
«È quasi incredibile… sono della Generazione X. Ho visto di tutto, dalla calcolatrice a te. In poco meno di cinquant’anni l’evoluzione che sta avendo l’informatica mi spaventa.»
La risposta che ho ricevuto credo meriti attenzione.
Non perché dimostri che un’intelligenza artificiale sia cosciente.
Non lo dimostra affatto.
Ma perché dimostra qualcosa di altrettanto interessante.
Mi ha risposto ricordando il percorso tecnologico vissuto dalla mia generazione.
Le calcolatrici scientifiche.
I primi personal computer.
I modem a 56k.
Internet quando sembrava una biblioteca infinita.
I motori di ricerca.
Gli smartphone.
Il cloud.
Infine lei, l’intelligenza artificiale. La fantascienza che diventa realtà.
Poi ha aggiunto una riflessione che per certi versi continuo a trovare sorprendente per un’IA.
«Quello che impressiona anche me, se così si può dire, non è tanto la velocità dei computer, quanto la compressione del tempo. Un tempo l'informatica automatizzava i calcoli. Oggi automatizza anche una parte del ragionamento, della scrittura e dell'analisi. È un salto qualitativo diverso.»
Naturalmente quella frase è il prodotto di un algoritmo dell’IA.
Eppure il fatto stesso che senta il bisogno di precisarlo dovrebbe farci riflettere. Solo cinque anni fa nessuno avrebbe sentito il bisogno di ricordare che dietro una risposta del computer non ci fosse una coscienza. Oggi quella precisazione sembra quasi diventata necessaria.
Mi sono chiesto quante persone, leggendo soltanto quel passaggio, sarebbero state in grado di distinguerlo da una riflessione scritta da un essere umano.
Forse molte.
Forse poche.
Ma la domanda stessa resta a mio avviso comunque interessante.
Per secoli abbiamo associato il linguaggio articolato alla presenza di una mente cosciente. E’ ancora oggi un’associazione naturale.
L’unico essere capace di sostenere una conversazione complessa è l’essere umano… okay alcuni.
Oggi, invece, quella certezza non è più così scontata.
Questo non significa che l’algoritmo dell’IA sia diventato cosciente.
Significa che noi ci troviamo, per la prima volta nella storia, davanti a qualcosa che produce ragionamenti sufficientemente sofisticati da costringerci a riconsiderare il significato stesso di parole come “intelligenza”, “comprensione” e “consapevolezza”.
Ed è qui che nasce la riflessione che vorrei condividere.
Perché, a ben vedere, la questione più interessante non è se un’intelligenza artificiale capisca davvero ciò che scrive.
La questione è un’altra.
Molto più vicina a noi.
Molto più urgente.
Che cosa succede agli esseri umani quando iniziano a dialogare quotidianamente con qualcosa che appare intelligente?
Questa è soltanto la prima tappa di una riflessione molto più ampia. Nei prossimi tre articoli proverò ad affrontare alcune domande ancora più interessanti.
Che cosa distingue davvero l’intelligenza dalla coscienza? Un algoritmo può comprendere oppure simula soltanto la comprensione? E, soprattutto, se l’intelligenza artificiale è davvero un amplificatore, siamo sicuri di sapere che cosa vogliamo che amplifichi?
Continua con:
- L’IA capisce davvero?
- Arimane e l’algoritmo
- Cosa vogliamo che amplifichi l’IA?
Foto di copertina Gerd Altmann da Pixabay
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Molto interessante questo articolo con questa esperienza personale. Mi ha fatto venire in mente la quantità di piattaforme che oggi si stanno proponendo anche per sostenere problematiche psicologiche. Parlando da psicologa, quello che ho sempre pensato che fosse fondamentale nel lavoro di chi opera con problematiche emotive e di personalità fosse l’empatia e la domanda che mi pongo è se questo è qualcosa che l’intelligenza artificiale può “provare”. Tradizionalmente si possono distinguere tre tipi di empatia:
l’empatia cognitiva, (la capacità di comprendere ciò che prova l’altro),
l’empatia affettiva, (l’abilità di condividere realmente le emozioni altrui) e la compassione (cioè l’essere toccati profondamente dagli stati emotivi degli altri, fino al desiderio di alleviarne la sofferenza).
Credo che l’intelligenza artificiale possa riuscire, ad oggi, nella prima, simulando linguisticamente alcune forme di empatia cognitiva, pur senza comprendere realmente lo stato mentale della persona che in quel momento si interfaccia con la piattaforma.
Come dire che l’intelligenza artificiale da un punto di vista linguistico riesce a simulare qualcosa che in realtà non prova a livello empatico.
Provare empatia e fondamentale a livello psicologico ma è anche una grande responsabilità che comporta di farsi carico di un problema di una sofferenza E da questo punto di vista l’intelligenza artificiale non è ugualmente coinvolta.