Dubito Ergo SumSPIRITUALITÀIl Cristo è uno stato dell’essere
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il Cristo è uno stato dell'essere
SPIRITUALITÀ

Il Cristo è uno stato dell’essere

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Da ragazzo ho letto i libri di Zecharia Sitchin, e mi hanno aperto una porta su un mondo che altrimenti sarebbe rimasto chiuso: la Mesopotamia, i Sumeri, le origini della civiltà. A prescindere da ciò che si possa pensare di Sitchin, credo che avesse un dono raro: sapeva rendere l’antico urgente e attuale. Se i suoi libri hanno venduto milioni di copie, un motivo c’è.

Non è solo curiosità per il mistero: è che quelle storie risuonano con qualcosa di più profondo, un richiamo interiore che ci spinge a cercare risposte su chi siamo e da dove veniamo.

Qualche settimana fa, mentre cercavo materiale per un articolo, mi sono imbattuto in un video che parlava degli ultimi giorni di Samuel Noah Kramer, il più grande sumerologo del Novecento.

Il video racconta di un Kramer novantunenne, in uno scantinato di Filadelfia, che confessava davanti alla telecamera: “Abbiamo sbagliato tutto! L’intero impianto sui Sumeri è falso.”

Diceva che l’establishment accademico aveva insabbiato queste dichiarazioni, ma che le trascrizioni erano sopravvissute. Il titolo è puro clickbait: “Il filmato che non volevano farvi vedere.”

Ho chiaramente cercato fonti a sostegno di queste presunte ultime dichiarazioni di Kramer, ma niente. Quel video è tecnicamente falso.

Dico tecnicamente perché quella storia mi ha fatto comunque riflettere. Sempre più persone pensano che la storia sia da riscrivere e che il mondo accademico ci stia nascondendo qualcosa. Questo è un fatto.

Allora perché l’idea che “tutto ciò che sappiamo sui Sumeri è sbagliato” ci affascina così tanto?

Forse perché, in un certo senso, è vero. Non nel senso cospirativo del video, ma in un senso molto più profondo e indefinito:

Mi sa che è proprio questa instabilità ad alimentare il nostro desiderio di narrazioni alternative, ma che contemporaneamente ci spinge anche ad andare oltre nella ricerca.

In questo senso i video clickbait, come quello che ho visto, vengono relegati alla sfera del complottismo, squalificando qualsivoglia filone narrativo o di ricerca che si discosta dalla via maestra già tracciata da altri.

Ma ciò è anche quanto si può identificare con un “limited hangout” che significa “esposizione limitata”, concetto coniato da un agente della CIA, Victor Marchetti, per descrivere un’operazione in cui si rivela una parte della verità, o una versione edulcorata di essa, proprio per nascondere quella più grande, radicale e scomoda.

E se la narrazione accademica sulla storia antica fosse, suo malgrado, proprio questo? Una verità parziale che nasconde qualcosa di molto più grande: che gli “dei” di cui parlavano i Sumeri non erano entità esterne, ma stati di coscienza.

In altre parole, sto dicendo che il Cristo è uno stato dell’essere, non un personaggio storico da non confondere con Gesù. E che la nostra intera comprensione della spiritualità antica è costruita su un equivoco di fondo.

Oltre le categorie: quando i Sumeri parlavano di coscienza, non di dei

Non sto parlando di uomini incappucciati o men in black che bruciano archivi. Sto parlando di qualcosa di più sottile e pervasivo: la dittatura delle categorie.

E se Kramer, nella sua vera carriera accademica, mentre studiava le tavolette, avesse notato delle anomalie che faticava a incasellare? Notava, ad esempio, che la lingua sumera non possedeva una parola che significasse chiaramente “religione” come la intendiamo noi. Non c’era una netta distinzione tra naturale e soprannaturale, tra sacro e profano.

Un pò come, riporta Biglino che Elhoim, plurale di El, non significa Dio. O il termine ruah non andrebbe tradotto con spirito perché significa oggetto che aleggia e il termine bara’ non significa produrre dal nulla1.

In ogni caso l’accademia ha preso queste osservazioni e le ha etichettate come “stramberie”. Ma e se stessimo applicando l’etichetta sbagliata? E se i Sumeri, nelle loro descrizioni di “dei” che donano la conoscenza o interagiscono con l’umanità, non stessero parlando di entità esterne, ma di stati dell’essere?

Avevo già sentito qualcosa di smile e qui il ragionamento diventa veramente vertiginoso, ma è troppo interessante per non seguirlo.

In entropia vita morte e coscienza ho definito questa condizione come “stato i-esimo”. In matematica, l’unità immaginaria i non esiste sulla retta dei numeri reali; richiede una dimensione ortogonale, perpendicolare, per essere rappresentata.

Allo stesso modo, lo stato i-esimo è quella dimensione della coscienza ortogonale alla “matrice” della nostra realtà ordinaria, fatta di tempo lineare, dualità e frammentazione.

Il Cristo è uno stato dell'essere

In quello stato, l’entropia della coscienza non è caos, ma una potenziale totalità: si è parte dell’Uno, si osserva il mondo senza esserne inghiottiti.
In questo senso

Il Cristo è uno stato dell’essere

è può essere la chiave per hackerare il sistema, la matrice.

Seguitemi. Se i Sumeri arcaici abitavano, anche solo parzialmente, questo stato dell’essere, le loro tavolette non erano miti religiosi. Erano manuali di navigazione della coscienza. Descrivevano forme di percezione e modalità di esistenza a cui noi, oggi, non abbiamo più accesso diretto.

Ad esmpio:

  1. In Il mito di Enki e Ninmah (o “Enki e l’ordine del mondo”) ci sono passaggi in cui si parla di come Enki abbia “assegnato i me” (i principi cosmici) e abbia dato all’umanità la capacità di “vedere” o “comprendere”. I me non erano oggetti, ma principi/forze che governavano la realtà – perfettamente allineabili con l’idea di “stati dell’essere” o “modalità di esistenza”.
  1. L’Epopea di Adapa in cui Adapa riceve la nam-lú-ulu (la “conoscenza” o “saggezza” dell’umanità) ma non l’eternità. Questo passaggio è stato interpretato in mille modi, ma potrebbe essere letto come il momento in cui l’umanità “si risveglia” a una forma di coscienza superiore, anche se limitata.
  1. L’Epopea di Gilgamesh, Tavoletta XI Quando Utanapishtim (il Noé biblico?) rivela a Gilgamesh il segreto degli dei, gli parla di una “pianta” che restituisce la giovinezza. Ma quando Gilgamesh la perde (rubata dal serpente – sempre lui), torna a Uruk e “legge le tavolette di pietra”. Potrebbe essere interpretato come il passaggio dalla ricerca esterna (la pianta/l’oggetto) alla comprensione interna (le tavolette/la coscienza).
  1. Gli “Inni al Tempio” o gli “Inni a Inanna” Ci sono passaggi che descrivono stati di trasformazione, di “apertura degli occhi”, di unione col divino – tutti con un linguaggio che potrebbe essere riletto come descrizione di stati di coscienza piuttosto che di esperienze religiose esterne.

E qui arriva il vero “crollo”. Non quello politico o economico, ma un reset cognitivo.

Le liste dei re sumeri parlano di sovrani con regni di decine di migliaia di anni, seguiti improvvisamente da re con durate di vita umane e normali. L’accademia sorride e dice: “È il passaggio dal mito alla storia”.

Invece io mi chiedo: e se fosse la testimonianza di una prigionia imposta?

Prigionia imposta o discesa necessaria nella materialità del mondo? Il paradosso del Diluvio

Qui entriamo nella speculazione pura, ma è di quelle che danno un senso a mille frammenti sparsi.

E se esseri evoluti (chiamateli Anunnaki, Arconti, o semplicemente architetti di un sistema) avessero inizialmente “aiutato” l’umanità a evolversi, per poi rendersi conto della china pericolosa che questa consapevolezza stava prendendo?

E se il famoso Diluvio Universale, o eventi simili di “reset”, non fossero stati punizioni divine, ma operazioni chirurgiche per spingerci verso una “discesa” necessaria nella materialità del mondo?

Sembra un paradosso, ma rifletteteci:

Una coscienza che vive nell’Uno per istinto, senza aver mai conosciuto il frammentato, è innocente ma non è libera.

La discesa nella materialità, nella dimenticanza e nella sofferenza della matrice diventa un crogiolo alchemico necessario. La prigionia è imposta, sì, ma la nostra missione spirituale è proprio trasformare quella prigionia in una palestra di divinità.

Dobbiamo ricordare come tornare all’UNO, non con l’ingenuità di chi non è mai uscito di casa, ma con la ferrea consapevolezza di chi ha attraversato l’inferno della separazione in cui viviamo e ha scelto, liberamente, di ricongiungersi.

Kramer, verso la fine della sua vita, magari ha sentito l’eco di questa verità; che le sue traduzioni, per quanto brillanti, appiattivano una multidimensionalità incomprensibile per la mente accademica del ventesimo secolo.

Non lo potremo mai sapere con certezza, ma se Kramer avesse detto che “Stiamo leggendo parole senza cogliere i significati”, allora vorrebbe dire che traduciamo il linguaggio, ma non riusciamo a tradurre la coscienza che ha prodotto quel linguaggio. Ho espresso un concetto simile in I lingam di Phnom Kulen e l’energia dell’acqua.

La vera storia proibita: tornare all’UNO attraverso la non-identificazione

Ecco perché certi video clickbait ci attirano e ci deludono allo stesso tempo. Ci vendono la soluzione facile: “Gli alieni hanno costruito tutto, i professori accademici ci mentono e la storia va riscritta”.

Ma la verità è molto più impegnativa, e per questo viene accuratamente evitata, anche attraverso quel meccanismo del “limited hangout” che in buona sostanza etichetta ogni ricerca spirituale seria come pseudoscienza.

In definitiva ritengo che la vera storia proibita non sia sepolta sotto la sabbia della Mesopotamia, né in uno scantinato di Filadelfia. È sepolta dentro di noi.

Lo so sembra una frase fatta tipo “Quelo: la risposta è dentro di te ma è sbagliata!“

Il Cristo è uno stato dell'essere

Ma pensateci. Ogni volta che scegliamo di osservare i nostri pensieri senza identificarci con essi, ogni volta che guardiamo il mondo non come un insieme di oggetti separati ma come un unico, dinamico campo di possibilità, stiamo hackerando il sistema.

Stiamo portando una frequenza dello “stato i-esimo” dentro la realtà ordinaria. Stiamo ricordando.

Forse Kramer avrebbe potuto aver ragione a dubitare dell’intero impianto e Sitchin avrebbe preso una serie di cantonate con le traduzioni.
Ma la correzione non verrà da una nuova traduzione accademica.

Verrà dal momento in cui smetteremo di cercare gli dei nelle tavolette d’argilla e inizieremo a riconoscere quello stato dell’essere che ci è stato prima promesso, poi negato ma che, in definitiva, lo siamo sempre stati.

Perché il Cristo è uno stato dell’essere.

E quello stato è accessibile a chiunque abbia il coraggio di smettere di identificarsi con la matrice e iniziare, finalmente, a ricordare.

  1. Se non siete d’accordo sappiate ch eho consultato anche https://rispondereaibigliniani.altervista.org/ ↩︎

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Carogiù

“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete. L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale. Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.” ~ Eckhart Tolle

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