E se l’evoluzione della coscienza fosse un processo di sintonizzazione progressiva?
Questa è la domanda che mi porto dietro ormai da qualche anno. Non è nata ieri e, soprattutto, non nasce dal desiderio di trovare una spiegazione suggestiva a qualcosa che ancora non comprendiamo.
È piuttosto un pensiero che si è fatto strada lentamente, attraversando riflessioni sulla materia, sulla vita, sull’entropia e, infine, sulla coscienza.
Chi segue il blog sa che spesso torno su queste tematiche e sulle domande che ne scaturiscono. A volte non so nemmeno dove mi porteranno e per questo, ogni tanto, devo fermarmi e riorganizzare le idee.
“Sintonizzazione”: in questo contesto può sembrare, a prima vista, soltanto una parola utile per una metafora. Prima di liquidarla come tale, però, vorrei provare a seguirne il percorso.
A quanto mi risulta, ad oggi non esiste una teoria scientifica capace di dimostrare che la coscienza evolva attraverso la risonanza.
Esistono però fenomeni fisici di risonanza, sistemi biologici sensibili a oscillazioni e stimoli periodici, modelli che utilizzano matematicamente la risonanza per descrivere alcuni aspetti dell’evoluzione biologica e ricercatori che hanno cercato di capire se frequenza e oscillazione potessero avere un ruolo anche negli stati della coscienza.
Se mettiamo tutto insieme, rischiamo di fare confusione. Per questo ho provato a mantenere distinti i diversi livelli e a lasciarli parlare, ognuno per sé. Da questo confronto è emersa la domanda che, almeno per me, è diventata centrale.
Forse vale la pena partire proprio dalla parola; risonanza.
La risonanza prima della coscienza
In fisica, la risonanza non è un concetto misterioso. Un sistema oscillante può rispondere in modo particolarmente intenso quando viene sottoposto a una sollecitazione compatibile con una delle sue frequenze caratteristiche.
Non significa che qualsiasi cosa possa entrare in risonanza con qualcos’altro. Al contrario, la risposta dipende dalla struttura del sistema, dalle sue proprietà e dalle caratteristiche dello stimolo.
È un concetto semplice, ma porta con sé un’idea fondamentale:
un sistema non reagisce a tutto nello stesso modo.
Può esistere una sollecitazione che produce poco o niente e un’altra, apparentemente simile, che provoca invece una risposta molto più intensa.

Questa osservazione diventa interessante quando smettiamo di guardare soltanto alla materia inerte e iniziamo a osservare i sistemi viventi.
Un organismo non è un oggetto isolato. Riceve continuamente informazioni dall’ambiente, reagisce a variazioni di temperatura, luce, disponibilità di nutrienti, ritmi circadiani, sostanze chimiche, pressione, suono e interazioni con altri organismi.
La sua stessa sopravvivenza dipende dalla capacità di mantenere un equilibrio dinamico mentre tutto intorno cambia.
La vita, insomma, non sembra essere separabile dal rapporto con l’ambiente…
Questo non significa ancora parlare di coscienza. Significa però introdurre un principio che ci servirà più avanti: un sistema vivente è anche un sistema che risponde.
E cosa succede quando la risposta non è soltanto un adattamento, ma diventa anche cambiamento?
Tesla immaginava una realtà fatta di oscillazioni
Nikola Tesla appartiene a un’epoca in cui elettricità, magnetismo, oscillazioni e trasmissione senza fili stavano trasformando radicalmente la comprensione della natura. Il suo lavoro sui circuiti risonanti, sulle alte frequenze – Experiments with Alternate Currents of High Potential and High Frequency – e sul Magnifying Transmitter è reale e ampiamente documentato.
Ma Tesla non è interessante soltanto perché costruì macchine spettacolari. È interessante anche per la centralità che oscillazione, frequenza e risonanza assunsero nel suo modo di pensare e sperimentare la natura.
“If you want to find the secrets of the universe, think in terms of energy, frequency and vibration.”1
“Se vuoi trovare i segreti dell’universo, pensa in termini di energia, frequenza e vibrazione.”
La citazione è spesso associata a Tesla, anche se la sua attribuzione è discussa. Al di là della frase, comunque, la centralità delle oscillazioni e delle alte frequenze nella sua attività sperimentale è ben documentata.
Ma ciò che mi interessa è la coscienza. E, spulciando in rete, mi sono imbattuto in un certo Puharich.
Puharich e il tentativo di costruire una fisica della coscienza
Andrija Puharich era un medico e ricercatore statunitense che dedicò gran parte della sua attività allo studio di fenomeni psichici, bioelettricità, onde elettromagnetiche e stati alterati di coscienza.
Nel 1976 partecipò a una serie di seminari intitolati “Developments Towards a Physics of Consciousness” e, durante un seminario all’Università di Toronto, presentò un lavoro dedicato proprio a Nikola Tesla. Lo racconta Puharich stesso nelle sue memorie: Andrija Puharich on Nikola Tesla.
Puharich non stava semplicemente cercando di dimostrare che Tesla fosse un inventore misterioso. Cercava di capire se i fenomeni legati alla frequenza potessero avere una relazione con il funzionamento degli organismi e con gli stati di coscienza.
Una questione già affrontata da J.D. Valentine, i cui studi sulla coscienza erano sotto la lente della CIA. Ma questa è un’altra questione più di dettaglio e sarà oggetto di un prossimo articolo.
Nel corso delle sue ricerche arrivò a interessarsi alle frequenze ELF, alle oscillazioni cerebrali e al concetto di entrainment2, cioè alla possibilità che sistemi oscillanti possano sincronizzarsi.
Nei suoi lavori successivi descrisse esperimenti nei quali cercava di mettere in relazione determinate frequenze con modificazioni degli stati mentali e della percezione. Le sue intuizioni ed interpretazioni, manco a dirlo, restano controverse, ma la domanda che poneva ci porta verso una linea di ricerca che, negli stessi decenni, veniva esplorata anche da altri ricercatori.
Fra questi vi era Itzhak Bentov, che studiò i rapporti fra stimolazione ritmica, fisiologia e stati alterati di coscienza, mentre il Monroe Institute sviluppava la tecnologia HEMI-SYNC, basata sull’impiego di frequenze sonore e della cosiddetta Frequency Following Response.
La cosa sorprendente è che questa linea di ricerca compare anche nei documenti oggi declassificati relativi ai programmi militari statunitensi. Un documento dell’INSCOM CENTER LANE descrive esplicitamente l’utilizzo dell’HEMI-SYNC per insegnare ai soggetti a controllare stati mentali considerati favorevoli alle cosiddette applicazioni psicoenergetiche.
Un altro documento descrive il principio attraverso il quale frequenze sonore opportunamente combinate venivano utilizzate per produrre risposte associate a differenti stati mentali. Ne ho accennato anche in Mondi possibili, scelte e coscienza.
Nel 1984, inoltre, CENTER LANE affidò a Robert Monroe un incarico specifico per studiare l’impiego della tecnologia HEMI-SYNC nel proprio programma di ricerca. I documenti declassificati mostrano quindi che queste tecniche furono effettivamente studiate e sperimentate all’interno di programmi governativi.
Questo, naturalmente, non significa che tutte le interpretazioni allora proposte siano state scientificamente confermate. Significa però qualcosa di più preciso: l’ipotesi che determinati stimoli ritmici o frequenziali potessero modificare gli stati mentali fu considerata abbastanza interessante da essere studiata anche in contesti istituzionali e militari.
Ed è proprio questo che mi interessa. Non tanto stabilire se ogni conclusione di Puharich, Bentov o Monroe fosse corretta o meno, quanto osservare che, già diversi decenni fa, qualcuno si poneva una domanda molto simile alla mia:
e se la coscienza non fosse soltanto qualcosa che il cervello produce, ma qualcosa con cui il cervello può entrare in risonanza?
Tesla, dunque, diventa per Puharich una sorta di punto di partenza.
La questione non è più soltanto come trasferire energia attraverso lo spazio. Diventa più sottile: se i sistemi fisici possono entrare in risonanza, può esistere qualcosa di analogo anche nei sistemi biologici?
E se il cervello è un sistema dinamico e oscillatorio, che rapporto esiste tra queste dinamiche e l’esperienza cosciente?
Qui Puharich si spinge in un territorio che ad oggi non è scientificamente dimostrato. Ma la questione, separata dalle sue conclusioni, rimane. Ed è un assunto che ci permette di fare un ulteriore passo, grazie a una teoria avanzata da un mio conterraneo.
Quando la risonanza entra nell’evoluzione
Nel 2017 Achille Damasco e Alessandro Giuliani pubblicano su Physica A un lavoro dal titolo A resonance based model of biological evolution. Non è un lavoro sulla coscienza. Né una teoria spirituale. Tanto meno una teoria secondo cui “tutto vibra”.
È un modello fisico dell’evoluzione biologica costruito utilizzando la matematica dell’oscillatore armonico forzato. Gli autori lo definiscono esplicitamente un modello coarse grained, cioè una rappresentazione semplificata e fenomenologica, pensata per formulare ipotesi e interpretare alcuni aspetti non lineari dell’evoluzione.
Questo punto cambia completamente il significato del modello.
Damasco e Giuliani non sostengono che la teoria evolutiva classica sia semplicemente sbagliata e debba essere sostituita dalla risonanza. Propongono invece un quadro nel quale diversi agenti dell’evoluzione possono essere rappresentati all’interno di una dinamica di transizione di stato, includendo mutazione, selezione e altri fattori come la risonanza e il rumore termico.
Ed è qui che l’epigenetica rende il discorso ancora più interessante.
Una modifica epigenetica può alterare l’espressione dei geni senza modificare la sequenza del DNA. In altre parole, il rapporto fra genotipo e fenotipo è più complesso della semplice relazione lineare fra un gene e un carattere.
L’ambiente può influenzare la regolazione dell’espressione genica attraverso diversi meccanismi epigenetici e, in determinate condizioni, alcuni cambiamenti possono avere anche una componente ereditabile.
Non significa che l’organismo “decida” di evolvere in risposta a ciò che desidera. Significa che il rapporto fra organismo e ambiente è biologicamente più complesso di quanto una rappresentazione esclusivamente genetica lasci intuire.
Nel modello di Damasco e Giuliani, questa complessità viene inserita in una dinamica nella quale l’ambiente può agire come componente del sistema e determinati stimoli come una forzante. In condizioni favorevoli alla risonanza, il comportamento del sistema può cambiare in modo non lineare.
Il modello viene proposto anche per interpretare fenomeni come la stasi evolutiva e alcune transizioni relativamente rapide osservate nella storia della vita, compresa la cosiddetta esplosione cambriana.
Non abbiamo quindi una semplice linea:
mutazione → selezione → cambiamento.
Abbiamo piuttosto un sistema dinamico nel quale diversi fattori interagiscono e nel quale la risonanza diventa una possibile componente della dinamica evolutiva.
L’evoluzione potrebbe avere un ritmo
C’è un aspetto del modello che mi interessa particolarmente.
Se pensiamo all’evoluzione come a una successione uniforme di piccolissimi cambiamenti, facciamo fatica a rappresentare alcuni fenomeni caratterizzati da lunghi periodi di relativa stabilità seguiti da cambiamenti più rapidi.
Damasco e Giuliani provano a descrivere proprio questa alternanza attraverso la dinamica dell’oscillatore forzato. Una popolazione può rimanere sostanzialmente stabile e, in determinate condizioni, attraversare una transizione verso un nuovo stato.
Non è l’immagine di un’evoluzione che procede come una scala.
È più simile a un sistema che accumula interazioni fino a raggiungere una condizione nella quale qualcosa cambia.
La cosa diventa ancora più interessante nel lavoro pubblicato da Damasco nel 2021, Application of a resonance-based model of biological evolution. Qui l’autore riprende il modello e ne discute una possibile applicazione sperimentale utilizzando il lievito Kluyveromyces lactis.
Le popolazioni vennero sottoposte a differenti cicli luce-buio e furono osservate variazioni nella frequenza di ritorno di un fenotipo mutato verso il tipo selvatico. Il risultato riportato mostrava un comportamento interpretato come compatibile con una risposta di risonanza, con un picco associato a un periodo di 24 ore.
Occhio però, perché è un risultato da trattare con prudenza. Non significa che sia stata dimostrata una nuova legge generale dell’evoluzione.
Introduce però un elemento interessante: la risonanza non rimane soltanto un’equazione astratta, ma viene utilizzata per formulare e verificare un’ipotesi sperimentale su un sistema biologico.

A questo punto possiamo fermarci.
Damasco parla di evoluzione biologica.
Puharich e Bentov si sono spinti verso il problema della coscienza.
Tesla appartiene alla storia delle frequenze, delle oscillazioni e dei sistemi risonanti.
Non sono la stessa cosa. Ed è proprio per questo che possiamo evitare di confonderle e, allo stesso tempo, provare a metterle in relazione.
A questo punto viene naturale spingersi un po’ oltre e immagino che qualcuno di voi ci stgia pensando.
Rupert Sheldrake, con la teoria della risonanza morfica, ha ipotizzato che la natura possa possedere una sorta di memoria: le forme e i comportamenti già comparsi potrebbero lasciare una traccia nei cosiddetti campi morfici, rendendo più probabile la loro ricomparsa.
È un’ipotesi che non è entrata nel quadro scientifico consolidato. Ma la domanda che porta con sé è tutt’altro che banale:
e se l’evoluzione avesse una memoria?
In questa prospettiva, un organismo non partirebbe completamente da zero. Potrebbe entrare in relazione, attraverso una forma di risonanza, con ciò che altri organismi hanno già sperimentato.
Non sappiamo se sia davvero così. Ma se lo fosse, l’evoluzione non sarebbe soltanto trasmissione di informazioni attraverso i geni. Potrebbe essere anche una progressiva capacità di sintonizzarsi con una storia che la precede.
E se l’evoluzione della coscienza fosse una sintonizzazione progressiva?
Questa è la domanda che mi accompagna da anni.
Non sto dicendo che Damasco abbia dimostrato l’evoluzione della coscienza attraverso la risonanza. Non lo sostiene e non glielo attribuisco.
Sto facendo un passo ulteriore.
Se l’evoluzione biologica può essere studiata anche attraverso sistemi dinamici nei quali una popolazione interagisce con stimoli ambientali e può attraversare transizioni associate a condizioni di risonanza, possiamo almeno chiederci se qualcosa di analogo possa essere ipotizzato per l’evoluzione della coscienza?
La differenza è enorme.
Nel primo caso abbiamo un modello fisico dell’evoluzione biologica.
Nel secondo abbiamo una domanda ancora aperta.
Un neonato non possiede semplicemente meno informazioni di un adulto. Possiede una diversa organizzazione percettiva, emotiva e cognitiva. Crescendo, il sistema nervoso diventa progressivamente capace di discriminare, integrare, prevedere e collegare quantità sempre maggiori di informazioni.
Non significa automaticamente che la coscienza “aumenti” in senso assoluto. Significa che cambia la capacità del sistema di entrare in relazione con ciò che lo circonda.
Potremmo chiamarla complessità, integrazione, apprendimento o maturazione. Ma possiamo provare a guardarla anche attraverso una parola diversa: sintonizzazione.
Un essere umano non percepisce semplicemente il mondo. Impara progressivamente a distinguere segnali, relazioni e significati. Il cervello stesso funziona attraverso una complessa dinamica di oscillazioni e sincronizzazioni.
Con questo non intendo dimostrare che la coscienza sia una “frequenza”. Non abbiamo, almeno oggi, gli strumenti teorici per sostenerlo. Possiamo però osservare che la dinamica temporale e oscillatoria è una componente importante dell’attività cerebrale.
E allora il passo successivo diventa inevitabilmente più audace.
La coscienza è ciò che il cervello produce quando raggiunge un determinato livello di organizzazione, oppure il cervello è anche il sistema attraverso il quale una coscienza preesistente può manifestarsi, integrarsi e diventare progressivamente più consapevole di sé?
La seconda ipotesi non è dimostrata, figuriamoci. Ma neppure la prima, da sola, ha risolto il problema fondamentale dell’esperienza soggettiva.
Abbiamo correlazioni neurali della coscienza, modelli cognitivi e una quantità enorme di conoscenze sul cervello.
Rimane però il problema di fondo: perché esiste un’esperienza soggettiva?
Perché una determinata configurazione di materia dovrebbe essere accompagnata da un punto di vista soggettivo?
La coscienza come processo di integrazione
Qui ritorno inevitabilmente su un altro percorso che ho seguito in questi anni, quello sull’entropia.
Nel mio articolo “Entropia, vita, morte e coscienza” avevo provato a guardare alla vita non come a un’eccezione assoluta rispetto alla tendenza entropica dell’universo, ma come a una straordinaria capacità locale di creare e mantenere ordine attraverso un continuo scambio con l’ambiente.
Un organismo vive perché non è isolato.
Riceve energia. Scambia materia. Elabora informazioni e mantiene una struttura in continuo equilibrio dinamico.
Quando questo processo si interrompe, quella particolare organizzazione si dissolve.
La morte, sotto questo punto di vista, non è semplicemente l’opposto della vita. È la perdita di una particolare organizzazione dinamica.
Questo mi ha sempre portato a chiedermi se anche la coscienza possa essere considerata un processo dinamico, la cui evoluzione dipende dalla capacità di entrare in relazione e sintonizzarsi con ciò che la circonda.
Non come un oggetto contenuto nel cervello, ma come un processo di integrazione.
Se fosse così, l’evoluzione della coscienza potrebbe non consistere soltanto nell’aggiungere informazioni, ma nel diventare progressivamente capaci di mettere in relazione livelli sempre più ampi dell’esperienza.
Un bambino percepisce.
L’adulto interpreta.
L’essere umano riflette sulla propria interpretazione della realtà e può arrivare a osservare persino il proprio processo mentale.
La coscienza può diventare consapevole di essere cosciente.
È una forma di ricorsività: il sistema osserva sé stesso e, osservandosi, può modificare il proprio rapporto con ciò che osserva.
Il collasso: scegliere una possibilità tra molte
Questo mi riporta al tema del collasso della funzione d’onda che avevo affrontato nell’articolo sull’entropia.
Ma attenzione: non voglio trasformare la meccanica quantistica in una teoria della coscienza. Sarebbe un errore.
Rimane però una suggestione concettuale che continuo a tenere sotto osservazione.
La nostra esperienza è fatta di continue selezioni. Il cervello riceve una quantità enorme di stimoli, ma la nostra esperienza cosciente ne integra soltanto una parte. Prestiamo attenzione a qualcosa, ne ignoriamo altro, attribuiamo significati e costruiamo una rappresentazione concreta della realtà.
Vediamo qualcosa, prestiamo attenzione (non sempre di questi tempi🙄), attribuiamo un significato ed escludiamo qualcos’altro.
In “Coscienza e materia”, avevo già provato a chiedermi se la coscienza fosse soltanto qualcosa che emerge dalla materia, oppure se il rapporto fra coscienza, materia, informazione e realtà fosse più profondo.
Oggi riformulerei quel dubbio in modo diverso:
E se la crescita della coscienza consistesse anche nella capacità di modificare progressivamente ciò con cui entra in relazione?
All’inizio siamo quasi completamente immersi negli stimoli. Poi impariamo a selezionarli, a osservarli e, con il tempo, persino a osservare il modo in cui li selezioniamo.
Non abbiamo necessariamente acquisito un nuovo organo o una nuova facoltà. Abbiamo sviluppato una relazione diversa con ciò che già possedevamo.
È proprio in questo cambiamento di relazione che possiamo intravedere il significato più profondo della sintonizzazione: non ricevere semplicemente più informazioni, ma diventare progressivamente capaci di percepire, distinguere e integrare ciò che prima rimaneva indistinto.
È un processo che inizia molto presto e continua, almeno potenzialmente, per tutta la vita. Ma non è affatto garantito che proceda sempre nella stessa direzione. Possiamo imparare a percepire meglio, ma possiamo anche diventare prigionieri di automatismi, sovrastimolazione e schemi che restringono il nostro campo di attenzione.
Ed è forse proprio questa possibilità a rendere interessante il concetto di sintonizzazione.
Dalla sopravvivenza alla consapevolezza
Se osserviamo l’evoluzione biologica dal punto di vista più generale, possiamo raccontarla come una progressiva conquista di nuove capacità di relazione con l’ambiente: percepire e reagire, memorizzare e prevedere, comunicare e cooperare, fino alla capacità di simulare il futuro, riconoscere sé stessi e gli altri, attribuire significato a ciò che accade.
E poi compare qualcosa di ancora più difficile da spiegare: la possibilità di rivolgere lo sguardo verso sé stessi e chiedersi, almeno per quanto ne sappiamo, chi o cosa sono io?
La coscienza umana possiede una caratteristica singolare: può trasformare sé stessa nel proprio oggetto di osservazione. L’occhio vede il mondo, la mente lo interpreta, ma la coscienza può osservare la mente mentre interpreta ciò che vede. Può persino rivolgere lo sguardo verso l’osservatore e chiedersi chi sia colui che sta osservando.
Ed è proprio nell’osservazione che la sintonizzazione può diventare qualcosa di più della semplice risposta agli stimoli. Quando impariamo a osservare il modo in cui percepiamo, interpretiamo e selezioniamo ciò che ci circonda, possiamo anche modificare il nostro rapporto con quelle stesse informazioni.
Non cambia necessariamente ciò che è là fuori: cambia il modo in cui entriamo in relazione con esso.
In questo senso, la sintonizzazione potrebbe essere vista come un progressivo affinamento della capacità di osservare e di entrare in relazione con livelli della realtà che prima rimanevano indistinti.
Non è una conclusione scientifica. È un’ipotesi di lavoro.
Ma apre una domanda interessante: se l’evoluzione della coscienza consiste anche nella capacità di osservare sempre meglio ciò con cui entriamo in relazione, fino a dove può spingersi questa sintonizzazione?
La risonanza non sarebbe il fine, ma il passaggio
E se una parte di questa sintonizzazione non riguardasse soltanto ciò che siamo diventati, ma anche ciò con cui siamo stati in relazione fin dall’inizio? La Terra stessa possiede i suoi ritmi elettromagnetici, tra cui la risonanza di Schumann. Quanto abbiamo conservato, e quanto invece abbiamo dimenticato?

C’è poi un’altra possibilità che mi incuriosisce.
Forse la sintonizzazione non significa semplicemente diventare più sensibili, ma diventare progressivamente più integrati: con l’ambiente che ci circonda, con il mondo, con gli altri esseri viventi.
Un sistema completamente aperto a ogni stimolo sarebbe instabile; uno completamente chiuso non potrebbe apprendere. La vita sembra muoversi proprio in questa zona intermedia, mantenendo un equilibrio dinamico fra apertura e selezione, scambio e autonomia, ordine e disordine.
Anche la coscienza potrebbe funzionare secondo una logica simile. Non si tratta di accogliere ogni informazione indistintamente, ma di imparare a riconoscere ciò che è significativo, collegarlo al resto e inserirlo in una struttura più ampia.
Questo rende ancora più interessante il rapporto con l’entropia. L’ordine assoluto sarebbe statico, mentre il disordine assoluto renderebbe indistinguibile ogni cosa. La vita prospera invece lontano dall’equilibrio, mantenendosi attraverso continui flussi e trasformazioni.
Magari anche la coscienza evolve in questo modo. Non eliminando il caos, ma organizzandolo. Non cancellando la molteplicità, ma integrandola.
Ciò che qui intendo per sintonizzazione consiste proprio in questo: riuscire a entrare in relazione con una realtà sempre più complessa senza perdere la capacità di darle forma e significato.
È una prospettiva che si collega anche a ciò che avevo scritto più recentemente parlando dello “stato i-esimo”: non una fuga dalla realtà ordinaria, ma la possibilità che la coscienza possa assumere una configurazione nella quale la separazione non rappresenti più l’unico modo di organizzare l’esperienza.
Anche qui, però, non voglio trasformare un’immagine filosofica in un fatto assodato.
Mi interessa vedere se i diversi pezzi del puzzle possono almeno stare sullo stesso tavolo.
E se l’universo non fosse soltanto qualcosa che osserviamo?
Arriviamo così alla domanda che, a questo punto del ragionamento, per me diventa imprescindibile.
Se la vita è capace di organizzarsi; se l’evoluzione può procedere anche attraverso dinamiche non lineari; se l’ambiente può partecipare ai processi evolutivi attraverso selezione, stimoli ed effetti epigenetici; se i sistemi biologici rispondono selettivamente a determinati stimoli e il cervello stesso è un sistema dinamico fatto di oscillazioni e sincronizzazioni; se, infine, la coscienza può arrivare a osservare sé stessa, allora forse la domanda da cui siamo partiti merita di rimanere aperta:
e se l’evoluzione della coscienza fosse un processo di progressiva sintonizzazione?
Non intendo una fantomatica “frequenza cosmica” da trovare con un apparecchio. E nemmeno una scorciatoia new age, né la pretesa di trasformare le intuizioni di Tesla, Puharich o Bentov in qualcosa che la scienza abbia già dimostrato ma non ce lo dicono.
Penso a qualcosa di più sottile: alla possibilità che l’evoluzione non sia soltanto una trasformazione delle forme viventi, ma anche un progressivo cambiamento della loro capacità di entrare in relazione con ciò che le circonda.
Una cellula entra in relazione con l’ambiente. Un organismo sviluppa la capacità di percepirlo. Un sistema nervoso può costruirne una rappresentazione. Una mente può interpretarla. Una coscienza può arrivare a interrogarsi sul proprio rapporto con quella stessa realtà.
E a un certo punto compare una creatura capace di guardare il cielo e chiedersi perché esista qualcosa invece del nulla.
Boom! È quasi come se l’universo, attraverso una delle proprie configurazioni materiali, avesse raggiunto la possibilità di interrogare sé stesso.
Avevo già affrontato questo aspetto parlando dell’Universo cosciente.
Ovviamente non so se l’universo lo sia, se la coscienza sia una proprietà fondamentale della realtà oppure qualcosa che emerga dalla materia. Non so se il cervello la produca, la organizzi o, come hanno ipotizzato alcuni, la intercetti attraverso un processo che ancora non comprendiamo.
Ma forse la faccenda sta cambiando e non dovremmo limitarci a chiederci da dove venga la coscienza, ma come faccia ad ampliare progressivamente il proprio rapporto con la realtà.
E soprattutto: con che cosa potremmo essere capaci di sintonizzarci domani, che oggi non siamo ancora in grado di percepire?
La domanda resta aperta
Damasco e Giuliani non ci hanno dato una teoria della coscienza. Ci hanno offerto un modello dell’evoluzione biologica nel quale la risonanza viene utilizzata per descrivere transizioni e comportamenti non lineari. Damasco ha poi discusso un’applicazione sperimentale del modello, nella quale gli stimoli periodici producono una risposta di risonanza in una popolazione di lievito.
Puharich ha seguito una strada diversa e molto più controversa, cercando di mettere in relazione frequenze, sistemi biologici, cervello e stati di coscienza. Tesla appartiene a una storia ancora diversa: quella delle oscillazioni elettromagnetiche e delle loro proprietà.
Tre percorsi diversi, che non devono essere confusi.
Eppure, osservandoli insieme, qualcosa emerge.
La risonanza non è necessariamente una spiegazione della coscienza. Potrebbe però offrirci una chiave di lettura per comprendere come sistemi diversi entrino in relazione, cambino stato e sviluppino nuove capacità.
E se fosse proprio questa una delle dinamiche che accompagnano l’evoluzione?
Non una corsa verso un traguardo, con l’essere umano semplicemente in cima alla scala. Piuttosto, una successione di sistemi capaci di entrare in relazione con livelli di realtà sempre più complessi: dalla materia che si organizza alla vita che percepisce, fino alla coscienza che arriva a osservare il mondo e, infine, sé stessa.
A quel punto, forse, anche la parola “evoluzione” assume un significato leggermente diverso da quello a cui siamo abituati.
Potrebbe non indicare soltanto diventare qualcos’altro.
Potrebbe anche voler dire diventare capaci di entrare in relazione con qualcosa con cui prima non potevamo entrare in relazione.
È una differenza enorme.
Perché, se fosse così, la domanda sul futuro della coscienza non sarebbe più soltanto: che cosa diventeremo?
Sarebbe:
con che cosa saremo capaci di sintonizzarci che oggi non siamo ancora in grado di percepire?
Non ho una risposta.
Ma dopo aver seguito questa domanda dal 2021 fino a Tesla, Puharich, Damasco, l’entropia e la coscienza, devo ammettere una cosa.
Mi interessa molto più della risposta.
- La prima traccia di questa attribuzione sembra risalire a un certo Ralph Bergstresser, il quale affermò di aver sentito Tesla pronunciare queste parole in una conversazione nel 1942. Tuttavia, Bergstresser era noto per promuovere prodotti pseudoscientifici ispirati a Tesla, rendendo la sua testimonianza altamente inaffidabile e probabilmente una trovata di marketing.
Tuttavia, anche se è molto probabile che Tesla non abbia mai detto questa frase in questi termini esatti, essa riassume in modo incredibilmente accurato la sua filosofia scientifica. ↩︎ - vedasi anche entrainment musicale ↩︎
fonti:
– U.S. Army / INSCOM – Analysis and Assessment of Gateway Process (1983)
immagini:
– https://www.animalia-life.club/qa/pictures/wile-e-coyote-rock
– uomo primitivo: foto di Movimiento Despierta da Pixabay
– copertina: Pinterest
La consapevolezza si espande attraverso la condivisione.
Se questo articolo ha risuonato con te, condividilo e seminiamo insieme consapevolezza.
"Siamo gocce separate, ma lo stesso oceano ci chiama."
Vuoi ricevere altri spunti di riflessione?
Entra nella newsletter di Dubito Ergo Sum.

Seguici su WhatsApp











