Dubito Ergo SumSPIRITUALITÀMateria e coscienza: due lati della stessa medaglia?
Dubito Ergo SumSPIRITUALITÀMateria e coscienza: due lati della stessa medaglia?
SPIRITUALITÀ

Materia e coscienza: due lati della stessa medaglia?

8 minuti di lettura

È una frase che mi ha colpito subito ascoltando l’intervista fatta a J. J. Benítez1. Non tanto perché possa essere considerata una risposta, quanto perché contiene una correlazione tra due aspetti che, almeno apparentemente, appartengono a mondi diversi su cui non si può fare a meno di chiedersi:

Materia e coscienza sono davvero due realtà separate?

Oppure la distinzione che facciamo tra le due è soltanto il risultato del modo in cui osserviamo e interpretiamo la realtà? Nel racconto di Benítez l’ipotesi è molto più radicale: materia e coscienza sarebbero manifestazioni differenti di una stessa matrice.

Se fosse così, significherebbe che ciò che accade alla materia e alla coscienza potrebbero non essere fenomeni completamente indipendenti, ma diverse espressioni di un unico processo.

È un’ipotesi enorme, lo so. Ma è proprio per questo che mi interessa.

Materia e coscienza

Qualche tempo fa avevo affrontato tale questione in maniera leggermente diversa nell’articolo «La materia non granulare e la matrice della coscienza». Anche allora il punto di partenza era il dubbio che ciò che percepiamo come materia frammentata, composta da oggetti distinti e separati, potesse essere soltanto la manifestazione superficiale di qualcosa di più profondo.

La frase di Benítez riportano quelle riflessioni in primo piano e la sposta su un piano ancora più ampio.

E se materia e coscienza fossero davvero due lati della stessa medaglia?

Se assumiamo questa possibilità come ipotesi di lavoro, allora emerge quasi inevitabilmente una seconda domanda: e se fenomeni che oggi vengono studiati separatamente fossero manifestazioni differenti di un unico processo di sincronizzazione?

Secondo me, è qui che le cose si fanno ancora più interessanti.

La sincronizzazione come chiave di lettura

Sincronizzazione non significa semplicemente che due fenomeni accadono contemporaneamente. Significa che sistemi differenti possono entrare in relazione, fino a modificare il proprio comportamento in funzione di un ritmo comune.

In natura accade continuamente. Sistemi oscillanti possono agganciarsi, ritmi differenti possono convergere, una struttura può rispondere selettivamente a una determinata frequenza.

Ma cosa accadrebbe se questo principio non riguardasse soltanto i sistemi da un punto di vista fisico?

Se la materia e la coscienza appartenessero realmente alla stessa matrice, allora la possibilità di una relazione tra i due livelli non sarebbe più così difficile da immaginare.
Una variazione dell’ambiente potrebbe avere una corrispondenza nella coscienza e, almeno come ipotesi, un cambiamento della coscienza potrebbe essere parte di un processo più ampio che coinvolge anche ciò che chiamiamo realtà esterna.

Benítez esprime questa idea con una frase ancora più significativa:

È quasi musicale, ma proprio per questo rende bene il concetto. Non abbiamo necessariamente due realtà separate che occasionalmente si influenzano.
Potremmo avere due manifestazioni di uno stesso sistema che rispondono l’una all’altra perché condividono una matrice più profonda.

A questo punto la narrazione mette progressivamente in relazione segnali cosmici, anomalie magnetiche, frequenze, variazioni del campo terrestre, stati alterati di coscienza, sincronizzazioni, strutture antiche e fenomeni che sembrano mettere in discussione la separazione tra esperienza interiore e realtà esterna.

Le piramidi di Giza, Pumapunku, Göbekli Tepe e ci inserirei anche i lI lingam di Phnom Kulen. Presi singolarmente, sono argomenti molto diversi.

Ma se proviamo a guardarli come parti di uno stesso quadro, emerge un’altra possibilità: forse ciò che appare separato perché viene studiato attraverso discipline differenti potrebbe appartenere a un processo comune.

Per mia natura, sono proprio queste le ipotesi che mi interessa seguire: mettere insieme i pezzi, trovare pattern, schemi o aspetti ricorrenti. Non perché debba trovare verità nascoste, ma perché mi permettono di vedere le cose dall’alto, senza lasciarmi coinvolgere nei dettagli che, per quanto utili, rischiano di allontanarmi da una visione d’insieme.

Quando realtà differenti entrano in contatto

C’è poi un’altra cosa che mi ha colpito ascoltando Benítez: l’idea che esistano realtà differenti capaci di entrare in contatto, sovrapporsi o influenzarsi reciprocamente.

Tale idea non è affatto nuova. Anzi, è diventata una presenza costante nell’immaginario letterario e cinematografico degli ultimi decenni.

Penso a Fringe, la serie di J. J. Abrams nella quale l’esistenza di un universo alternativo diventa progressivamente parte della realtà dei protagonisti. Due mondi distinti finiscono per interferire l’uno con l’altro e ciò che inizialmente appare impossibile diventa il problema centrale della storia.

Penso anche a Queste oscure materie di Philip Pullman, una trilogia che ho letto e che costruisce un universo nel quale esistono mondi differenti, separati ma comunicanti. Anche qui il passaggio tra realtà diverse non è un semplice espediente narrativo: diventa uno degli elementi fondamentali attraverso cui la storia si sviluppa.

E gli esempi potrebbero essere molti altri.

Universi paralleli, dimensioni sovrapposte, fratture dello spazio-tempo, realtà alternative che entrano in contatto e conseguenze che possono essere tanto catastrofiche quanto, paradossalmente, trasformative per l’umanità.

È solo fantasia?

Probabilmente, almeno per gran parte della produzione narrativa, la risposta più semplice è sì. Ma allora perché questo tema continua a tornare e ritornare così frequentemente?

Certo è che potremmo limitarci a considerarlo uno dei grandi archetipi della fantascienza contemporanea. Ma possiamo osservare il fenomeno da un’altra prospettiva.

Una società che per decenni viene esposta a storie nelle quali la realtà non è unica, le dimensioni possono sovrapporsi e ciò che sembra impossibile può improvvisamente diventare reale, finisce inevitabilmente per familiarizzare con questi concetti.

Naturalmente questo non dimostra che “qualcuno” stia preparando deliberatamente l’umanità a un evento cosmico.

Ma spinge, almeno per me, verso una domanda più sottile:

Sapete com’è, chiedo per un amico.

E’ una domanda che si può applicare in vari contesti, ma qui non dico che Fringe, Queste oscure materie o altre opere siano create con questo specifico scopo; ok magari alcune sì. Mi chiedo piuttosto se, osservando il fenomeno nel suo insieme, la cultura popolare possa avere anche la funzione di rendere progressivamente familiare un’idea: quella di una realtà molto più complessa di quella che percepiamo quotidianamente.

Ed è curioso che il tipo di scenario descritto da Benítez sia proprio questo.

Giza e ciò che potrebbe trovarsi sotto la superficie

A un certo punto dell’intervista si parla della piana di Giza e delle strutture sotterranee; ambienti nascosti e una realtà che potrebbe estendersi molto oltre ciò che è immediatamente visibile.

Ora non voglio riaprire qui tutta la vicenda degli studi sulle strutture sotterranee di Malanga e Biondi della piana e delle successive controversie. Ne abbiamo già parlato e quella storia merita un’indagine a sé.

Quello che mi interessa in questo articolo è il motivo per cui il tema ricompare.

Ancora una volta qualcosa che appartiene alla dimensione fisica — una struttura, un ambiente, un luogo nascosto — viene collegato a una trasformazione della coscienza.

A questo punto il famoso aforisma:

della Tavola Smeraldina, attribuita a Ermete Trismegisto; il sopra e il sotto, l’esterno e l’interno, la materia e la coscienza cominciano progressivamente a perdere quella separazione netta con cui siamo abituati a considerarli.

Ed è con questo pensiero punto che mi è tornata in mente l’immagine utilizzata che ho scelto per l’articolo Risonanza evolutiva.

Un uomo osservato di spalle, immerso in una sorta di vibrazione, con figure antropomorfe e galassie sullo sfondo. Una figura umana apparentemente sospesa tra due dimensioni, mentre qualcosa sembra attraversarla.

Quell’immagine nasceva per rappresentare una domanda.

Dopo aver ascoltato Benítez, quella stessa immagine mi sembra assumere un significato ulteriore.

E se l’essere umano non fosse soltanto un osservatore dell’universo, ma anche un sistema capace di entrare in risonanza con ciò che lo circonda?

La storia potrebbe essere il risultato di un campo di risonanza

fare quest’associazione, di idee se volete, mi venuta come un fulmine a ciel sereno. infatti, se esistono davvero momenti nei quali sistemi differenti entrano in sincronizzazione, possiamo escludere a priori che qualcosa di simile possa essere accaduto anche nella storia dell’umanità?

Ci sono epoche nelle quali sembra verificarsi una straordinaria concentrazione di trasformazioni culturali. Il Rinascimento è forse l’esempio più evidente.

Arte, architettura, anatomia, matematica, astronomia, filosofia e tecnica sembrano esplose tutte in quel periodo contemporaneamente. Non si è trattato di un singolo settore della conoscenza, ma di una moltiplicazione di interessi e intuizioni che hanno investito campi molto diversi.

Naturalmente esistono spiegazioni storiche per questo fenomeno. E non è necessario cercare immediatamente una causa misteriosa. Tuttavia queste grandi accelerazioni culturali potrebbero essere anche la manifestazione di un cambiamento più profondo nel rapporto tra l’essere umano e la realtà.

Non necessariamente qualcosa che arriva dall’esterno, ma potrebbe essere un cambiamento nella capacità di percepire, collegare e sviluppare idee che prima rimanevano separate.

Se questa possibilità avesse un fondamento, il Rinascimento potrebbe essere osservato non soltanto come un periodo storico particolare, ma come una fase di intensa sincronizzazione culturale.

E prima ancora del Rinascimento c’è Roma.

Il mondo romano raggiunse livelli di organizzazione, ingegneria, architettura, amministrazione e produzione culturale che continuano ancora oggi a influenzare profondamente la civiltà occidentale. Basti pensare la diritto romano, un argomento spesso obbligatorio per gli studenti di legge.

Dopo la sua caduta, però, quella eredità non scompare completamente. Viene recuperata, reinterpretata e trasformata.

Anche il Sacro Romano Impero può essere osservato, almeno da questo punto di vista, come uno dei grandi tentativi storici di ricomporre un rapporto con l’eredità romana.

Ed è qui che la questione della conoscenza entra, secondo me, a gamba tesa.

Chi conserva la memoria del passato?

Domanda retorica per alcuni di noi, ma se effettivamente, nel corso dei secoli, alcuni gruppi avessero conservato una quantità di conoscenze molto più ampia di quella rimasta accessibile alla popolazione?

Se stia leggendo l’altra Europa di Paolo Rumor non puoi non farti questa domanda.

Non sto necessariamente parlando di una conoscenza segreta nel senso cinematografico del termine. È sufficiente pensare alla conservazione di testi, mappe, tecniche, simboli, tradizioni, conoscenze astronomiche e documenti che possono essere sopravvissuti mentre altri venivano perduti.

Chi conserva la conoscenza possiede anche una capacità maggiore di interpretare ciò che accade. E questa capacità può diventare una forma di potere.

E’ di un’evidenza oserei dire quasi puerile “so una cosa che tu no sai!”

Da questa prospettiva, il problema non sarebbe soltanto stabilire se esista una parte della storia che è stata dimenticata. Bisognerebbe chiedersi chi abbia avuto la possibilità di conservarla e magari reinterpretarla e chi, invece, sia rimasto invece escluso da quella memoria.

Questo riguarda il potere molto più di quanto possa sembrare.

Perché controllare la conoscenza non significa necessariamente nascondere qualcosa. Può significare anche decidere quali informazioni vengono conservate, quali vengono trasmesse e quali finiscono progressivamente ai margini della memoria collettiva.

Marta e l’ultima memoria di una precedente sincronizzazione

Poi ho visto questo video. La storia di Marta appartiene a un’indagine che voglio affrontare separatamente. Non avrebbe senso anticiparla qui né cercare adesso di risolvere la questione della Tartaria su cui sto lavorando da diversi mesi ormai.

Ma dentro il percorso che sto seguendo assume un significato particolare.

Il personaggio di Marta, vero o presunto che sia, potrebbe essere letto come un possibile testimone di un mondo che appartiene a una fase precedente della storia umana. Un mondo nel quale alcune tracce, conoscenze e forme culturali sembrano non coincidere perfettamente con la narrazione storica che abbiamo imparato a scuola.

Se questa lettura fosse corretta, allora la questione diventerebbe molto più interessante.

Forse il Rinascimento non rappresentò solo una rinascita dopo un periodo di oscurantismo, ma anche il recupero di conoscenze e sensibilità appartenute a epoche precedenti.

Magari lo stesso recupero aveva avuto luogo molto prima, dopo la grande stagione romana.

E la storia dell’umanità non è una linea continua nella quale ogni generazione parte esattamente dal punto raggiunto dalla precedente. Anzi, è probabile che sia un processo molto più discontinuo, nel quale conoscenze e intuizioni vengono sviluppate, perdute, recuperate e trasformate.

A quel punto anche la frase di Benítez con cui sono partito assume un significato diverso.

Non so se sia così.

Ma se lo fosse, allora potremmo dover ripensare non soltanto il rapporto tra materia e coscienza, ma anche il modo in cui guardiamo alla storia dell’essere umano.

Certi fenomeni che oggi osserviamo separatamente potrebbero essere diverse manifestazioni di uno stesso processo e la sincronizzazione potrebbe non riguardare soltanto oscillazioni e sistemi fisici, ma anche il modo in cui la coscienza individuale e collettiva entra in rapporto con ciò che la circonda.

Le grandi accelerazioni culturali – qualcuno li chiama salti quantici -comparse nella storia potrebbero essere osservate anche sotto questa lente.

E’ una mia lettura ovviamente. Opinabile certamente, ma la domanda, dopo aver ascoltato Benítez, mi sembra ancora più difficile da ignorare:

e se ciò che chiamiamo evoluzione fosse anche un processo di progressiva sincronizzazione con una realtà molto più ampia di quella che siamo abituati a percepire?

Sarebbe un processo inarrestabile che “qualcuno”, per riuscire comunque a cadere in piedi, in qualche modo, potrebbe solo cercare di rallentare e gestire al meglio per i propri fini.

  1. Juan José Benítez López, è uno scrittore e giornalista spagnolo nato a Pamplona nel 1946. È noto soprattutto per le sue ricerche su UFO, fenomeni anomali e misteri storici e religiosi. La sua figura si colloca all’incrocio tra ufologia, spiritualità, fenomeni psichici e interrogativi sulla natura della realtà: non è solo un autore di fantascienza. Ex giornalista, dal 1972 si occupa sistematicamente di UFO, studiando anche documentazione dell’aeronautica spagnola e raccogliendo testimonianze in vari Paesi. ↩︎

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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