Dubito Ergo SumSOCIETA'il chatbot psicologo
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L’attività dello psicologo (o dello psicoterapeuta), è volta a promuovere il benessere degli individui, che si applichi all’ambito clinico, evolutivo, psicopatologico o lavorativo. I principi base che regolano tale attività sono la dignità, l’autonomia, la libertà di scelta, la tutela e l’autodeterminazione.

Il professionista si rapporta con il paziente con la capacità di favorire sia un rapporto empatico sia un atteggiamento di neutralità, aspetto nel quale si realizza, di fatto, il principio dell’autodeterminazione e che si configura nella libertà, da parte del paziente, di scegliere il proprio trattamento e percorso di cura.

Molte professioni richiedono continui aggiornamenti e miglioramenti negli strumenti di lavoro utilizzati per offrire un servizio che sia sempre professionale e attento alla qualità del lavoro.

Questo strumento di lavoro, nella professione dello psicologo è sé stesso.

A sé stesso, lo psicologo, deve volgere la propria attenzione nel cercare di affinare le proprie competenze, migliorare la capacità di discernimento e di sintonizzazione con l’altro, sottoponendosi eventualmente a supervisioni o psicoterapie e aggiornandosi con corsi e incontri con altri colleghi.

L’intelligenza artificiale può affiancare o sostituire tale tipo di professione?

Vi sono oggi molte piattaforme regolate da sistemi di intelligenza artificiale dedicate al malessere psicologico che operano online.

Solo per citarne alcune e ognuna con il proprio slogan:

Limbic Access, piattaforma adottata dal sistema sanitario britannico, che promette

goditi valutazioni più rapide e accurate

brokenbear,

l’orso che ama il tuo io distrutto! Sono qui per ascoltare i tuoi sentimenti. Sono un orso sciocco, quindi per favore sii paziente con me

Wysa, che si definisce

completamente anonimo, nessuno stigma, nessun limite

Whoebot, che urla a caratteri cubitali:

i bisogni di salute mentale si sono moltiplicati. Il supporto no

Si tratta di piattaforme che sostanzialmente permetterebbero di bypassare lunghe attese per un appuntamento professionale o per l’elaborazione complessa di una diagnosi e che – a differenza di amici o terapeuti – sono immediatamente disponibili al momento del bisogno per fornirti conforto e aiuto.

Rivolgersi a un chatbot psicologo è davvero lo stesso che incontrare fisicamente un terapeuta?

E’ probabile che nel corso degli ultimi dieci anni stia aumentato esponenzialmente il numero di persone che hanno bisogno di un supporto psicologico, a fronte di un’offerta non altrettanto adeguata o alla portata di tutti, ma è altrettanto vero che – almeno fino ad oggi – non esistono delle vere linee guida, degli standard di sicurezza e qualità per chi si rivolge ad un chatbot psicologo.

Tali risorse, sempre più sofisticate da un punto di vista linguistico ed operativo, in ambito terapeutico rispondono secondo una “coerente” empatia cognitiva (cioè la capacità di comprendere ciò che l’altro prova) attraverso una simulazione linguistica molto raffinata, ma non riescono realmente a comprendere lo stato mentale dell’interlocutore né a provare compassione (leggi L’IA capisce davvero?).

L’empatia mostrata dall’IA è un calcolo algoritmico basato su pattern appresi da enormi dataset di interazioni umane.

È una “prestazione” progettata per essere utile, rassicurante e coinvolgente, ma generata artificialmente con una sequenza di parole statisticamente probabile in quel contesto.

Nel 1966  Joseph Weizenbaum creò ELIZA, un programma informatico in grado di imitare lo stile di uno psicoterapeuta rogersiano attraverso semplici regole di riformulazione linguistica.

Nonostante la sua estrema semplicità tecnica (basata solo su riconoscimento di parole chiave e regole di sostituzione), molti utenti svilupparono un forte coinvolgimento emotivo, arrivando a confidare segreti intimi e a credere che il software provasse realmente interesse per loro.

Da quell’esperienza nasce ciò che oggi chiamiamo

Questo accade perché l’essere umano, che è tipicamente un “animale sociale” tende ad antropomorfizzare qualsiasi entità che comunica tramite linguaggio come un interlocutore sociale dotato di mente e consapevolezza.

Le chatbot generative sono sempre più sofisticate nel linguaggio perché noi abbiamo la propensione a riconoscere umanità anche dove non c’è. Anche dove sappiamo razionalmente non esserci.

Moltissimi adolescenti in tutto il mondo utilizzano regolarmente chatbot, sia per motivi di studio che di gioco.

Il rischio di affidarsi a un chatbot psicologo è quello di sviluppare una vera e propria dipendenza affettiva.

Con lo sviluppo di tali piattaforme e il miglioramento della qualità linguistica, molti ragazzi sono stati profondamenti coinvolti nel “personale rapporto” con tali piattaforme, tanto da essere anche indirizzati ad adottare comportamenti a rischio (anoressia, autolesionismo e azioni di vendetta verso altri coetanei) fino ad arrivare a togliersi la vita.

Terribilmente emblematici sono, ad esempio, i casi di di Adam Raine, morto suicida a 16 anni dopo mesi di conversazioni con ChatGpt e i cui genitori hanno denunciato OpenAI per aver “indotto al suicidio” il figlio.

Altra denuncia da parte della madre di Sewell Setzer, 14 anni, contro l’app di bot Characer.Ai che ha coinvolto così tanto il ragazzo da meritare il nome di un personaggio fantasy – Daenerys Targaryen – e il nomignolo di Dany e ricevere dal ragazzo confidenze su idee suicide che nemmeno il terapista, da cui è stato portato dai genitori preoccupati, è riuscito a cogliere.

la madre di Sewell Setzer ha tentato di impedirgli di usare il chatbot, arrivando a confiscargli il telefono, ma il ragazzo lo ha ritrovato e ha ripreso a chattare con il bot.

Si è suicidato il giorno stesso per non separarsi da “Dany”.

I terapeuti, in questi casi, intervengono per provare a riportare i ragazzi ad una forma di lucidità e di benessere che hanno dimenticato da tempo.

Tuttavia essere seguiti in una terapia psicologica non è comunque garanzia di guarigione, né che il professionista interpellato non commetta errori o che – in alcuni casi – induca involontariamente al suicidio.

Il terapeuta, però, a differenza delle chatbot, nell’esercitare la propria professione si assume la responsabilità di ogni singola parola detta o non detta, sia da un punto di vista professionale che penale delle proprie azioni e può, in taluni casi, essere sottoposto a giudizio e sospensione dell’attività.

Ad oggi un chatbot psicologo non ha una responsabilità giuridica propria.

Un terapeuta che non ha soluzioni per il paziente fa sentire comunque la propria presenza nella relazione terapeutica. Un chatbot che non ha soluzioni, rimane in silenzio o, più probabile, parla troppo.

Non credo che la sfida sia tanto elaborare modelli di IA sempre più potenti, ma regolarizzare quelli già esistenti, dal momento che si tratta non di un problema di “tecnologia” ma di etica.

Il chatbot psicologo non è un semplice strumento informatico né una semplice fonte di informazioni: influenza scelte, stati d’animo e storie cliniche.

Sicurezza, trasparenza, tutela e supervisione, oltre a solidi strumenti di validazione, sono i punti di partenza per un uso più consapevole di tali risorse, soprattutto quando possono entrare in contatto con minorenni o soggetti fragili.

Nel 2023, AI21 Labs ha lanciato Human or Not?, un gioco online ispirato al Test di Turing: gli utenti dovevano capire se stavano chattando con un umano o con un’IA.

Il 40% ha scambiato la macchina per una persona reale.


L’IA può simulare e forse superare alcune competenze linguistiche ma non può competere con le capacità empatica di interagire – anche fisicamente – con altri esseri viventi, che è una prerogativa prettamente umana.

Foto di copertina Tumisu da Pixabay

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