Dubito Ergo SumARTEAnime libere e voci spezzate
Dubito Ergo SumARTEAnime libere e voci spezzate
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Abbiamo visto che esistono voci, anime libere capaci di elevare lo spirito e le coscienze dell’umanità. Voci che non si limitano a cantare, ma gridano l’invisibile, trasformando il dolore in una laica preghiera, la rabbia in una catarsi collettiva trasformando fragilità individuali in una potente forza condivisa.

Per me Chris Cornell e Chester Bennington appartengono a questa rara categoria di artisti: due anime che hanno fatto delle proprie vulnerabilità un ponte verso milioni di cuori.

ponte - anime libere

Le loro morti, avvenute a soli 64 giorni di distanza nel 2017, hanno scosso non solo me, come fan della loro arte, ma l’intero mondo del rock fino alle fondamenta. Due suicidi, due storie chiuse dai rapporti della polizia come per tanti altri cantati prima di loro. Eppure, per molti fan, qualcosa non torna.

Chris Cornell fu trovato senza vita il 18 maggio 2017 in una camera d’albergo a Detroit, al termine di un concerto con i Soundgarden. Ufficialmente, un suicidio per strangolamento con fascia elastica.

Ma i dettagli alimentano ancora oggi dubbi persistenti: una ferita alla nuca segnalata dai paramedici ma assente nel referto autoptico finale; la presenza del solo bodyguard come ultima persona a vederlo vivo; il progetto documentaristico The Silent Children1, mai completato, che avrebbe dovuto denunciare abusi su minori.

Vicky Cornell, sua moglie, ha più volte espresso perplessità sulla versione ufficiale, citando evidenze fotografiche mai spiegate.

Chester Bennington, suo amico fraterno, fu trovato impiccato il 20 luglio 2017, giorno in cui Chris avrebbe compiuto 53 anni. Anche qui suicidio. Ufficialmente per depressione conclamata, abusi infantili, dipendenze superate ma mai dimenticate.

Ecco il “suicida” il giorno prima in un autoscatto della moglie.

Eppure, la coincidenza temporale, il legame profondo tra i due, e alcune incongruenze nelle ricostruzioni hanno acceso teorie alternative: erano davvero suicidi, o qualcosa di più oscuro si nasconde dietro quelle porte chiuse?

Non spetta certo a me emettere sentenze. Ma è lecito chiedersi: perché certe voci vengono improvvisamente zittite proprio quando raggiungono la massima potenza spirituale?

Non è la prima volte accade. Prima di Chris e Chester, c’è stato Kurt Cobain, trovato senza vita il 5 aprile 1994, a 27 anni. Ufficialmente: suicidio. Ma anche qui, come per Cornell e Bennington, le domande non si sono mai completamente spente.

In un video del 2013 per In Utero, Kurt racconta la genesi di uno dei brani più oscuri e potenti del disco Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle:

Conosci la sua storia, vero? Era un’attrice che… Era una persona fredda, odiava Hollywood e lo diceva pubblicamente.

A 15 anni vinse un concorso a Seattle chiamato ‘Dio è morto’ e fu accusata di essere comunista.

Andò a New York e si unì a un gruppo teatrale con legami comunisti.

C’era una cospirazione che coinvolgeva un giudice di Seattle e persone di Hollywood che le rovinò la vita.

Fu internata in un istituto psichiatrico, lobotomizzata e violentata ogni notte a Vashon Island.

È morta sola.

Mi disgusta che questi abusatori vivano ancora comodamente qui”

Kurt Cobain

Kurt non stava solo raccontando una storia: stava tracciando una mappa. Frances Farmer era diventata per lui un archetipo: l’artista che dice la verità, che rifiuta il compromesso, e che per questo viene punita, isolata, distrutta dal sistema. La sua canzone non è solo un tributo: è un monito.

“Mi DISGUSTA che questi abusatori vivano ancora comodamente qui”

Kurt Cobain

Forse non vivono più così comodamente.

Ogni volta che qualcuno ascolta queste canzoni con consapevolezza, il muro del silenzio si crepa e la luce inizia a filtrare.

Negli anni, alcune voci hanno sollevato interrogativi sulla dinamica della sua morte e sul ruolo di chi gli era accanto.

In particolare, alcune dichiarazioni, come quelle di Paul Cassell rese durante interrogatori del 17 ottobre 2015, legati a indagini su traffici illeciti – per usare un eufemismo – hanno alimentato teorie secondo cui Courtney Love sarebbe stata a conoscenza, o addirittura coinvolta, in dinamiche che avrebbero messo a rischio la vita di Kurt.

Epstein files pgg 231-232 – DOJ USA

Q. Quindi, sulla base del documento, ne deduce che Courtney Love fosse coinvolta in qualche forma di abuso sessuale di minori?

A: Ne dedurrei che… così se stessi conducendo un’indagine penale tramite l’FBI e stessi cercando di individuare persone in possesso di informazioni rilevanti, che lei sarebbe una delle persone con cui vorrei parlare. 
Voglio dire, i nomi cerchiati qui, Glenn Maxwell, uno dei trafficanti identificati, Epstein è cerchiato, il pilota… uno dei piloti è cerchiato. 
Quindi sono queste persone che sembrano essere tutte collegate e essere… essere tutte segnate qui, e… e il numero di persone cerchiate è, direi, sa, dal 5 al 10 per cento dei… dei nomi, a occhio e croce.

Q. Sa se questa rubrica fosse quella di Jeffrey Epstein o quella di Glenn Maxwell?

Naturalmente non esistono prove giudiziarie che confermino queste ipotesi, e Courtney Love ha sempre respinto con forza qualsiasi addebito.

Tuttavia, il fatto che domande del genere continuino a circolare a distanza di decenni dice qualcosa di profondo:

non credo si tratti solo di morbosa curiosità, ma di una percezione diffusa che certe verità possano essere state occultate, che certi poteri abbiano interesse a mantenere il silenzio.

Un silenzio che è rimasto anche dopo le morti di artisti come Jim Morrison, Avicii, Amy Winehouse solo per citare alcuni esempi. Ma al di là delle indagini e le speculazioni, ciò che resta è la musica.

Da questo punto di vista ho trovato profonda e interessante la riflessione di Max Gazè:

“La musica è un archetipo che comunica al di là della capacità interpretativa stessa del suono. Non ha bisogno di cervello per essere percepita: avviene prima di ogni filtro, direttamente alle nostre cellule”

[intervista Max Gazè].

Chris Cornell lo sapeva. In brani come Like a Stone o The Promise, la sua voce non cerca risposte razionali, ma crea uno spazio sacro dove il dolore si trasforma in contemplazione.

Come osserva un’analisi spirituale della sua opera,

[faithandwitness.org].

Chris parla del collegamento, anzi no, della comunione con l’UNO, con quelli che molti guru chiamo il regno del “non-locale.

Non si tratta di proselitismo, ma di ricercare nella musica una preghiera senza dogmi, come ponte verso il regno del “non-locale” di cui parlano molte tradizioni mistiche.

La stessa antroposofia, nella visione steineriana, prevede che, da un punto di vista del linguaggio, in origine esistesse prima il pensiero, poi il cantato, dopo il poetico e infine il parlato.

Quindi per definizione certi artisti, quelli veri, sono i più vicino allo spirito tra gli esseri umani.

Chester Bennington, dal canto suo, ha fatto del lamento rabbioso e graffiante la sua liturgia personale.

Mi sono impegnato tantissimo e sono arrivato così lontano, ma alla fine non ha nemmeno importanza”. Non è nichilismo, ma l’urlo di chi cerca senso nell’assurdo.

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Simili realizzazioni sono capaci di farti perdere la fede in senso assoluto. Non è affatto un caso che la musica moderna è molto lontana dallo spirito dei canti o Salmi biblici. I Salmi, infatti, sono in gran parte lamenti:

[au.thegospelcoalition.org].

Queste canzoni, come i salmi, on offrono risposte facili, ma concedono il permesso di interrogarsi e lamentarsi con Dio.

Chester non aveva le risposte, ma ha avuto il coraggio di porre domande archetipiche al posto di una generazione intera. Domande e riflessioni sicuramente scomode perché fondative e veritiere.

Mi sono chiesto diverse volte, forse ingenuamente, perché le voci più pure vengono spente?

In tal senso, credo che Billy Corgan degli Smashing Pumpkins ci abbia di recente offerto uno spunto di riflessione preciso quanto potente quando ha parlato di un “silenziamento volontario” del rock a partire dalla fine degli anni ’90 grazie a potenti megafoni come MTV, suggerendo che fossero eterodiretti dalla CIA:

Da questo punto di vista mi trovo perfettamente in linea con questa lettura:

SIETE VOI CHE AVETE INIZIATO A METTERE I PALETTI
 

“La nostra generazione era tollerante. E non lo sapeva.

Vi siete inventati il fluid gender e di conseguenza, l’omofobia.

Io vengo dalla generazione che ascoltava e amava David Bowie e Lou Reed, e non si è mai posta il problema di che preferenze sessuali avessero.

Fregava niente, anzi, contenti loro e in qualche caso beati loro.

Elton John, Freddie Mercury, George Michael.

Siamo anche la generazione che amava i Led Zeppelin, i Deep Purple, Neil Young, gli Eagles…

Senza porsi il problema dei testi che oggi sarebbero giudicati sessisti.

Quando arrivò Boy George non ci chiedemmo se gli piacesse il maschio, la femmina o tutti e due.

Ci godemmo semplicemente la sua musica e quando Jimmy Somerville ci raccontò la sua storia di ragazzo di una piccola città, ci commuovemmo e cantammo insieme a lui.

Non c’erano leggi a costringerci a essere solidali o quantomeno partecipi.

Non c’erano minacciose commissioni o attenti guardiani a censurarci se ci usciva una battuta.

C’era Alyson Moyet, allora decisamente oversize, ma bellissima e bravissima, e nessuno pensava valesse meno di una Claudia Schiffer…Anzi.

Vorrei capire che è successo nel frattempo, perché tutti questi censori hanno l’unico effetto di creare quello che censurano.

Secondo me eravamo tanto più avanti senza imposizioni, perché le imposizioni si sa, spesso generano l’effetto contrario.”

 

Gisella


Se tutto ciò vi suona come “complottista”, a me basta osservare come l’industria musicale privilegi la ripetizione, la familiarità, l’algoritmo rispetto alla complessità e alla verità emotiva.

Chris, Chester e Kurt erano scomodi non per le loro opinioni politiche, ma per la loro radicale autenticità.

In un’epoca che premia la superficie, loro scavavano nell’abisso dell’anima. In un mondo che vende felicità a consumo, loro mostravano le crepe da sanare. Ancora Max Gazè lo spiega con chiarezza:

“La musica agisce in superconduzione con le nostre cellule. Non c’è bisogno di dispositivi intermedi: il cervello converte il mondo esterno, ma la musica comunica direttamente con la nostra biologia”

[intervista Max Gazè].

Kurt Cobain lo sapeva. Quando cantava I feel stupid and contagious / Here we are now, entertain us, non stava scrivendo un inno generazionale: stava lanciando un SOS spirituale.

La musica di questi artisti non era semplicemente “radiofonica” nel senso commerciale del termine, era necessaria ai tempi che corrono e per questa ragione era pericolosa: toccava corde che l’industria della musica preferisce tenere sotto controllo.

Solo oggi mi è chiaro il filo rosso che lega Kurt, Chris e Chester, a Frances Farmer: l’artista che rifiuta di essere merce, che parla di abusi, che denuncia ipocrisie, diventa un problema.

Ecco perché certe canzoni ci attraversano come una scossa: non le ascolti, le vivi, le riconosci e sai che sono anche le tue. E quando una voce riesce a toccare questi livelli, diventa pericolosa per chi vuole mantenere il controllo sulle narrazioni collettive.

Kurt era disgustato dal fatto che gli abusatori di Frances Farmer vivessero “ancora comodamente”. Forse aveva ragione. Ma forse si sbagliava su un punto:

la vendetta non arriva attraverso la punizione, ma attraverso la memoria.

Personalmente – si legga La musica a 13 anni nel 2025 – ritengo che:

Anche se non li vedrete mai a Sanremo.

FRAMe “Ora sei un fuorilegge se pratichi il contatto umano”

Se pensiamo che a 11 anni Mozart componeva già opere per un’intera orchestra come Die Schuldigkeit des ersten Gebots:

Oggi, invece, ci meritiamo questo: Cucina e canzone italiane in cattedra all’Onu: Niko Romito e Achille Lauro parlano a mille ragazzi.

La pancia, i sensi, l’apparire sono i culti materiali di questi tempi che vengono esaltati sul palcoscenico della globalizzazione omologatrice.

I cantanti come Chris e Chester non sono morti: si sono trasformati. La loro energia non è sparita, si è diffusa.

Ogni volta che un adolescente ascolta “Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle” e si riconosce nella rabbia di Kurt, quella vendetta si compie.

Ogni volta che qualcuno piange ascoltando Black Hole Sun o One More Light, sa che da qualche parte, c’è qualcuno che ha provato ciò che prova lui, e quel legame che unisce gli spiriti si riattiva, al di là di ogni artificiosa divisione basata sulla religione, razza o altro.

E il cerchio si chiude: le voci non sono state spente, sono state moltiplicate.
La musica, come linguaggio universale e archetipico, supera la morte fisica.

Può sembrare banale ma è così. Forse le loro vite sono state interrotte di proposito, non lo sapremo mai con certezza. Ma le loro voci continuano a vibrare in quella frequenza che Max Gazè identifica nei “432 Hz”, la stessa con cui i miei amici dei Seraphic Eyes continuano imperterriti a suonare il rock.

Non è solo un’accordatura, ma una metafora della risonanza autentica, quella che non ha bisogno di amplificatori per arrivare dritta al cuore.

In quel “luogo creativo”, Kurt, Chris e Chester sono ancora lì. A scrivere. A cantare. A ricordarci che, anche quando tutto sembra perduto, c’è sempre una nota che può riportarci a casa.

E se qualcuno dice:

Perché il nostro compito è mantenere accesa la luce da qualche parte e unire tutto ciò che è spezzato.

  1. USA Today, spiega che si tratta di una narrativa falsa e non supportata da evidenze.
    Trama: due rockstar si battono per smascherare un’asta clandestina di bambini che si svolge nei sotterranei del Getty Museum di Los Angeles, in California. Diventano così il bersaglio di sicari ingaggiati da uomini ricchi e potenti, disposti a tutto pur di tenere nascoste le loro trame criminali. ↩︎

Foto di copertina Pete Linforth da Pixabay

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Carogiù

“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete. L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale. Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.” ~ Eckhart Tolle

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