Dubito Ergo SumUFOLOGIAGli USO di Byrd: dall’Antartide al Baikal
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Gli USO di Byrd: dall’Antartide al Baikal

6 minuti di lettura

Se vedeste la mia scrivania, la trovereste sommersa da fogli manoscritti pieni di appunti, note, riferimenti, teorie. Come se cercassi di unire infiniti punti di una tela infinita… A volte, mentre riordino questi “pizzini”, mi sorprendo a fissare il vuoto, e le domande si moltiplicano.

Dagli USO in Antartide all’ammiraglio Byrd, e grazie a un video fino a Cousteau, il Baikal e un “incidente” occorso a 7 sommozzatori russi che mi è rimasto impresso nella memoria fin da quando accadde.

Tutti questi nomi sembrano appartenere a uno strano documentario, eppure continuano a risuonarmi come echi di qualcosa che non abbiamo ancora il coraggio di nominare apertamente.

Ho letto i resoconti dell’Operazione Highjump del 46′ e mi chiedo cosa cercassero veramente 4.700 uomini e una portaerei in un continente di ghiaccio.

Obiettivo ufficiale: una gigantesca missione militare e scientifica per testare uomini e mezzi in ambiente polare, mappare territori antartici e valutare future basi strategiche.

Ma l’obiettivo reale?

Per chiunque ha un minimo di spirito di osservazione è chiaro che fosse tutt’altro che il mero addestramento.

Uno era sicuramente estendere la sovranità USA sull’Antartide (ripetutamente negata a Washington), l’altro era localizzare e distruggere la base segreta nazista “Nuova Svevia“, e catturare l’Haunebu, il disco volante nazista.

L’operazione però fu un fallimento e vi furono perdite di vite umane che furono registrate come “incidenti”. Quattro decessi ufficiali a fronte di decine e decine riportate da fonti non accreditate.

Tuttavia è un fatto che, durante il viaggio di rientro, l’ammiraglio tenne una conferenza stampa in Cile, nel marzo del 1947.

Byrd, con la calma di chi ha già visto troppo, avverte Washington: è imperativo preparare difese contro aerei ostili provenienti dalle regioni polari.

Oggi può sembrare un’ovvietà strategica, ma nel 1947 sorvolare i poli non era routine, era fantascienza militare. Le rotte artiche e antartiche erano territori sconosciuti, dove la navigazione dipendeva da bussola, sestante e istinto.

Byrd non parlò mai di dischi volanti, parlò di aerei, ma lo fece con un tono che tradiva un’inquietudine diversa:

disse ai giornalisti dell’El Mercurio. E aggiunse che, in caso di nuova guerra, gli Stati Uniti avrebbero potuto essere colpiti da velivoli in grado di attraversare uno o entrambi i poli.

Non era un’allucinazione da ufologia moderna. Era la consapevolezza che il cielo polare era diventato una porta. E quando una porta si spalanca, non sai mai chi possa bussare dall’altro lato.

Poi vi fu quel volo tra febbraio e marzo del 1947 e il mai autenticato “Diario segreto”1 di Byrd” in cui si riporta di bussole che impazziscono, valli verdi dove il freddo dovrebbe essere assoluto:

Byrd non ne parlò più pubblicamente, ma lasciò tracce che ancora oggi tornano come un mantra:

Oggi, quando la marina militare parla di USO, Unidentified Submerged Objects, non inventa nulla di nuovo. Si limita a dare un nome tecnico a ciò che Byrd, Cousteau e decine di equipaggi hanno già incrociato: presenze che si muovono sott’acqua o sotto il ghiaccio con una fisica che non conosciamo.

Eppure, i documenti FOIA del 20122 non sono fiction. Sono carte timbrate, elenchi, ordini. Qualcosa, laggiù, ha costretto il mondo a tacere.

USO in Antartide - Operazione HIghJump
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Non credo siano un caso le recenti “rivelazioni” del Pentagono sui file UFO. Li hanno desegretati con grande clamore, quasi come se fossero scoperte inedite.

Ma la verità è che chi studia questi temi da anni li aveva già visti, analizzati, incrociati. Oggi li diffondono ufficialmente, confezionati come novità assolute, in quella che a me sembra una distrazione di massa — per fortuna, spero, di basso livello.

Un modo per dire “guardate qui”, mentre altrove le soglie restano chiuse, i silenzi restano sigillati, e le vere domande continuano a non avere risposta.

Poi c’è Jacques-Yves Cousteau. L’uomo che ha insegnato a respirare sott’acqua. E’ grazie a lui che io e mio padre abbiamo imparato a fare immersioni.

Fonti non verificabili raccontano che nel 1972, durante la missione Antarctica, la Calypso registra un’anomalia a 42 metri. Una portaerei bianca, intatta, senza equipaggio. All’interno, una sola parola incisa nel metallo: Eingang. Ingresso.

Presunta portaerei tedesca sui fondali dell’Antartide occidentale. fonte: Facebook

Cousteau raccoglie documenti, ordina la partenza immediata, non pubblica nulla. Le pellicole vengono sequestrate. L’equipaggio sciolto. E lui, per venticinque anni, tace. Fino al marzo del 1997.

A 86 anni conduce la sua ultima missione sul lago Baikal3. Anche qui racconti alternativi non verificabili, narrano che scese fino a 1.640 metri e fotografò per venti minuti senza mostrare cosa e poi disse: «L’ho già visto prima. Ma lì era chiuso».

Tre mesi dopo, muore. Le ultime parole: «Baikal. Avevo ragione».

Ora, a prescindere da ciò che è documentato oppure inventato, quando penso a quelle profondità, non posso non collegarle ai rapporti moderni sugli USO.

Oramai è sdoganato il fatto che questi oggetti passano da zero a ottanta chilometri orari in un secondo, si immergono verticalmente senza turbolenza e senza emettere alcun segnale sonar rilevabile.

Chiaramente non sono sottomarini o altra tecnologia afferente a produzione umana. E’ chiaro che non è roba nostra e non lo è mai stata.

Ricordo l’evento dei sommozzatori sovietici del 1982, quello che i rapporti non ufficiali definiscono l’incidente del Baikal.

Erano sette militari. Sotto una lastra di ghiaccio, a cinquanta metri di profondità. Acqua scura, silenzio, il solito lavoro. Poi videro qualcosa.

Tre figure, alte quasi tre metri con una specie di tuta aderente come una seconda pelle, più volte descritta in numerose testimonianze di abduction. Niente bombole, niente maschere. Solo occhi scuri ed enormi che li scrutavano.

Uno alzò lentamente una mano come per una specie di avvertimento.

Un istante dopo, senza spinta, senza esplosione, senza nessuna fisica conosciuta, i sette vennero espulsi verso la superficie in pochi secondi da cinquanta metri. I sommozzatori sanno che senza la giusta decompressione l’azoto nel sangue aumenta di volume, e in tali eccezionali modalità i polmoni collassano.

Due morirono. Gli altri sopravvissero per caso, o forse per volontà di qualcuno.

I rapporti ufficiali parlarono di depressurizzazione e panico. Ma i sopravvissuti, nei pochi racconti filtrati, dicono sempre la stessa cosa: non fu un incidente. Era un confine. E qualcuno, laggiù, l’ha difeso.

Naturalmente per questa “storia” non c’è nessun documento ufficiale, nessun archivio aperto. Solo il peso di chi ha visto – o crede di aver assistito ad un incontro così dettagliato – e da allora non dorme più.

Mi chiedo, mentre scrivo, quanto di tutto questo sia storia documentata e quanto possa essere memoria sepolta. Perché collego i puntini e mi ritrovo di fronte a un’ipotesi che mi torna di continuo: e se non fossero leggende?

Se quelle valli verdi, quelle capsule metalliche, quegli esseri in tute argentate che sollevano una mano per dire “andate via” non fossero fantasie, ma tracce di una presenza antica?

Ripenso alle culture mesoamericane. Non a miti indefiniti, ma a codici precisi e assodati. Tlaloc, signore delle acque sotterranee. Xibalba, il mondo profondo dove il tempo scorre diverso.

Noi li chiamiamo “uomini pesce” come se fosse una favola.

Tlaloc - USO in Antartide
Probabile maschera di Tláloc della cultura azteca, conservata al Dallas Museum of Art in Texas, Stati Uniti. Di Daderot, by Wikimedia Commons
Uomo anfibio - USO in Antartide
Uomo anfibio da una scena del film “la forma dell’acqua” del 2017

Ma se fosse il ricordo distorto di un incontro reale? Di una specie adattata all’estremo, sopravvissuta alle glaciazioni laggiù dove il sole non arriva – ma la vita, in qualche modo, continua.

Una civiltà che non è scomparsa, ma si è ritirata. Nel ventre della Terra. Nei sistemi idrogeologici profondi. Nelle grotte termali dove il ghiaccio non arriva.

In milioni di anni della storia del pianeta Terra è così assurdo pensare a una forma di adattamento estremo, sopravvissuto alle glaciazioni rifugiandosi dove il sole non arriva, ma la vita continua?

Rifletto, e non cerco conferme assolute. So bene che la scienza richiede prove, non suggestioni. Ma quando i sonar registrano oggetti silenziosi a mille metri di profondità, quando le strutture sul fondo del Baikal mostrano angoli retti dove la geologia dovrebbe essere caotica, quando i testimoni muoiono sistematicamente o tacciono per decenni… non posso fare a meno di chiedermi: stiamo ignorando un capitolo della nostra storia perché non sappiamo ancora come leggerlo?

Forse Cousteau e Byrd non hanno “scoperto” nulla. Hanno solo riconosciuto. Hanno incrociato una soglia che l’umanità ha sempre saputo esistere, ma ha scelto di dimenticare. Una soglia custodita non da mostri, ma da chi ha imparato a sopravvivere nel silenzio. Da chi ha visto il ghiaccio avanzare e ha preferito scendere nelle profondità sia terrestri che acquatiche… come nel film “The Abyss” del 1989.

Mentre finisco di scrivere, so che queste righe non chiuderanno il mistero e qualcuno penserà anche che sono un altro di quelli “strani”. Ma il punto non è questo. È piuttosto un invito a restare curiosi. A non normalizzare l’ignoto prima di averlo osservato.

Un invito a ricordare che la Terra non è solo una crosta su cui camminiamo, ma un corpo vivo, pieno di cavità, di acque profonde, di memorie che respirano sotto di noi.

Forse un giorno, quando gli archivi francesi e russi si apriranno davvero, capiremo. Forse no. Ma finché il Baikal resta lì, e l’Antartide continua a custodire i suoi silenzi, una domanda non smette di ronzarmi in testa:

Siamo i primogeniti del pianeta, o siamo solo gli ultimi arrivati?

E voi, mentre leggete, cosa sentite? Scetticismo? O quella strana, antica familiarità che ci fa pensare: forse, in fondo, non siamo mai stati soli.

  1. I diari autentici dell’ammiraglio Richard E. Byrd esistono davvero. Una parte consistente dei suoi appunti, registri di volo, lettere e documenti ufficiali è conservata presso il Byrd Polar and Climate Research Center della Ohio State University. Nel 1996, ad esempio, fu ritrovato un suo vero diario relativo al volo sul Polo Nord del 1926.
    il cosiddetto “diario segreto” circola online da decenni e racconta di terre interne, civiltà avanzate, aperture polari e incontri misteriosi. Quel testo non è mai stato autenticato. Gli archivi ufficiali di Byrd non lo riconoscono come documento originale, e diversi storici considerano il testo una fabbricazione comparsa molti anni dopo la morte dell’ammiraglio.
    ↩︎
  2. I documenti declassificati dell’Operazione Highjump, ottenuti tramite FOIA e resi pubblici da The Black Vault, confermano la portata militare della spedizione del 1947 guidata dall’Ammiraglio Byrd. ↩︎
  3. Il documentario sul Baikal nel 1997 chiamato “Lake Baikal: Beneath the Mirror” (noto anche come “Le lac Baïkal, perle de la Sibérie”) fu completato dopo la sua morte dalla sua équipe ↩︎

fonti:
– https://misterobufo.corriere.it/2020/04/18/gli-ufo-e-gli-uso-del-misterioso-lago-baikal-torna-dattualita-lincontro-ravvicinato-nel-1982-di-sette-sommozzatori-russi/

– Intervista di Byrd in Cile (El Mercurio, 5 marzo 1947)

– Incidente dei sommozzatori sovietici al Baikal (febbraio 1982)

Nota metodologica: non esistono documenti KGB declassificati che confermino ufficialmente l’episodio. La narrazione circola da decenni in letteratura alternativa russa e internazionale, basata su resoconti orali, diari privati e rapporti non “certificati”. La inserisco come testimonianza non verificata ma coerente con il tessuto riflessivo dell’articolo.

Resoconto dettagliato e testimonianze filtrate (versione inglese): https://anomalies.ru/en/1982_baikal_divers.html

Raccolta di interviste ai sopravvissuti e analisi del contesto militare sovietico: https://www.ufo-sightings-daily.net/2021/02/baikal-incident-1982.html

Foto di copertina ThankYouFantasyPictures da Pixabay

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