Una sera di pioggia del 1999 ero a Torino ed uscivo dal cinema, dove ero andata, con amici, per assistere alla visione di un film appena uscito: Matrix. Mai come allora il confine tra finzione e realtà aumentata della mente mi era sembrato così sottile, quasi percettibile sotto la pelle.
Ricordo come fosse ora la fortissima emozione che provai durante la visione del film e la sensazione fortissima che la descrizione del mondo presentata nella pellicola potesse essere “reale”.
Matrix non è solo un film con molta azione ed effetti speciali (tra cui la tecnica poi usata molte altre volte in film successivi del “bullet time”1), è un film filosofico, mitologico, etico ed un manifesto al pensiero divergente, un inno alla libertà.

Solo un anno prima, un altro successo clamoroso aveva invaso le sale cinematografiche introducendo una percezione della realtà davvero innovativa col film “The Truman show”.
Non so quanti di voi, come me, hanno fatto il tifo per Truman Burbank, provando una profonda tristezza ed inquietudine di fronte a sorrisi artificiali e scenari spostati opportunamente al momento giusto.
Un film diventato amaramente precursore di una realtà non così fantasiosa: il grande fratello, la sorveglianza,
le smart cities e la felicità superficiale e patinata dei mass media che nasconde una realtà ben più amara e solitaria.
Oggi potremmo dire che quella stessa realtà è stata potenziata, o forse manipolata, da dispositivi digitali, algoritmi predittivi e tecnologie immersive, come la realtà aumentata, che sovrappone contenuti virtuali al nostro mondo quotidiano.
Il cinema è praticamente nato con l’intento di rappresentare qualcosa che possa simulare la realtà, da quando il pubblico dei fratelli Lumière rimase a bocca aperta se non spaventato di fronte a quella riproduzione in movimento.
Il cinema offre una vera e propria possibilità di catarsi2 per scavare a fondo nell’animo umano.
Secondo Jung3
“il sogno è una sorta di “teatro” in cui il sognatore è attore e al contempo pubblico, così nel cinema questa duplice identità può moltiplicarsi all’infinito, come i piani temporali e la visione della realtà.”
A proposito di realtà, nel 1974 la psicologa Elizabeth Loftus condusse un esperimento su quarantacinque studenti volontari, mostrando loro un video della collisione fra due vetture. Dopo la visione, chiese agli studenti di valutare la velocità sostenuta dalle auto.
Con il gruppo con cui fu usato il termine “schianto tra auto” indicarono una velocità maggiore di quelli con cui fu usato il termine “urto tra auto”.
La psicologa, con ulteriori esperimenti, dimostrò che non solo è possibile modellare la memoria con scelte linguistiche, ma generare veri e propri ricordi di fatti in realtà mai accaduti.
2 + 2 = 5
Nel 1949 George Orwell pubblicò il romanzo “1984” un testo assunto ancora oggi come caposaldo della letteratura distopica.
Lo slogan “2+2=5” nella sua matematica assurdità, assume il significato profondo di un vero dogma a cui si può essere obbligati a credere, se è ciò che il “partito” si aspetta e desidera da te, come misura di fedeltà ad esso.
Winston Smith, alla fine del romanzo, ripensando a questo slogan riflette se sia possibile, se tutti ci credono, che possa diventare effettivamente vero che 2+2 sia uguale a 5.

La realtà quindi cos’è se non un frutto delle nostre percezioni, della nostra memoria, del nostro vissuto, dei nostri desideri?
Tornando a Matrix, nei momenti che precedono l’incontro tra Neo e l’Oracolo, lui si ritrova in una sala d’aspetto insieme ad altre persone, soprattutto bambini, che cercano di scoprire se sono l’Eletto.
Qui incontra un ragazzino col capo rasato e un abito da monaco buddista che tiene in mano un cucchiaio ed è in grado di piegarlo col potere della mente.
Neo si ferma, perplesso. Il ragazzino gli dice:
“Non cercare di piegare il cucchiaio, è impossibile. Cerca solo di capire la verità… il cucchiaio non esiste. Allora vedrai che non è il cucchiaio che si piega, sei solo tu.”
Un po’ come accade con la realtà aumentata, ciò che percepiamo può dipendere dal modo in cui ci poniamo rispetto al mondo che osserviamo, o che ci viene mostrato.
- Il bullet time (in italiano: proiettili rallentati[1]) è un effetto speciale e tecnica cinematografica che consente di mostrare al rallentatore un momento di una scena, restituendo l’impressione visiva di un distaccamento nel tempo e nello spazio dalla prospettiva della telecamera, o dell’osservatore, rispetto al soggetto mostrato. ↩︎
- In psicanalisi, processo di totale o parziale liberazione da gravi e persistenti conflitti o da uno stato di ansia, ottenuto attraverso la completa rievocazione degli eventi responsabili, che vengono rivissuti, a livello cosciente, sia sul piano razionale sia su quello emotivo. ↩︎
- https://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Gustav_Jung ↩︎
Foto di copertina Riki32 da Pixabay
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