Dubito Ergo SumSPIRITUALITÀCos’è l’advaita?
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cos'è l'advaita
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Ultimamente mi sono imbattuto nel concetto dell’advaita diverse volte, ma cos’è l’advaita?

L’Advaita è una delle correnti filosofiche più profonde dell’induismo, soprattutto della tradizione del Vedānta, e il termine sanscrito advaita significa letteralmente «non-duale», cioè «non due».

L’idea centrale è sorprendentemente semplice:

Quello che normalmente percepiamo come una moltitudine di cose separate sarebbe, a un livello più profondo, espressione di un’unica realtà.

Nell’Advaita Vedānta, associato soprattutto al filosofo Adi Shankara (VIII secolo), questa realtà ultima viene chiamata Brahman.

La quaestio centralis è il rapporto tra Brahman e Ātman, cioè il Sé profondo dell’individuo: Ātman e Brahman non sono due realtà distinte. La formula tradizionale tat tvam asi, «tu sei quello», indica proprio questa identità.

Da qui deriva una conseguenza molto interessante:

secondo l’Advaita, il problema dell’essere umano non è tanto che possieda una conoscenza insufficiente del mondo, ma che scambi per realtà ultima ciò che appare separato.

L’ego, il corpo, i pensieri, le emozioni e persino la distinzione tra osservatore e osservato appartengono al livello dell’esperienza fenomenica. La liberazione, moksha, consiste nel riconoscere direttamente ciò che già è: il Sé non è un individuo isolato dentro l’universo, ma non è separato dalla realtà ultima.

Questo non significa semplicemente «tutto è uno» nel senso New Age del termine. L’Advaita fa una distinzione molto più sottile: la molteplicità esiste a livello empirico, ma non possiede un’esistenza indipendente e assoluta. È il concetto di māyā, spesso tradotto con «illusione», anche se «illusione» può essere fuorviante.

cos'è l'advaita

Non significa che il mondo sia semplicemente falso; significa piuttosto che lo percepiamo come una realtà composta da entità separate e autonome, mentre la sua natura ultima è diversa da quella che attribuiamo ad essa.

Un esempio classico è quello della corda scambiata per un serpente. Al buio vedo qualcosa, interpreto ciò che vedo come un serpente e provo paura. Il serpente, dal punto di vista dell’esperienza, è reale: la paura è reale, la percezione è reale. Ma quando arriva la luce scopro che la realtà sottostante era una corda. L’errore non consisteva nell’aver visto qualcosa, ma nell’aver attribuito a ciò che vedevo una natura che non possedeva.

Ed è qui che l’Advaita diventa interessante anche al di fuori dell’induismo: mette in discussione una delle nostre intuizioni più profonde, quella secondo cui «io sono qui e tutto il resto è là fuori». La domanda diventa allora: chi è veramente questo «io» che osserva? Se elimino progressivamente corpo, sensazioni, pensieri, ricordi, emozioni e perfino l’immagine che ho di me stesso, che cosa rimane come soggetto dell’esperienza?

Secondo l’Advaita, rimane la consapevolezza stessa, il , che non può essere trasformato in un oggetto perché è ciò attraverso cui ogni oggetto viene conosciuto. Ed è proprio da questa prospettiva che la non-dualità diventa interessante anche per le domande che ho affrontato parlando di entropia, vita, morte e coscienza.

Cosa può dirci l’Advaita sulla coscienza

Se l’individuo fosse davvero qualcosa di separato dal tutto, allora nascita e morte potrebbero essere interpretate come l’inizio e la fine di un’entità autonoma. Ma se quella separazione fosse soltanto una caratteristica della nostra esperienza, la prospettiva cambierebbe radicalmente.

L’immagine dell’onda e dell’oceano può aiutare a comprendere questo passaggio. L’onda nasce, cresce e infine scompare, ma in nessun momento è qualcosa di diverso dall’oceano. La sua forma è temporanea, la sua identità è reale sul piano dell’esperienza, ma la sua sostanza non è mai stata separata dall’acqua da cui proviene. Penso che questa sia una delle immagini più semplici per avvicinarsi a ciò che l’Advaita intende quando afferma che Ātman e Brahman non sono due realtà distinte.

Da questa prospettiva, anche la morte può essere osservata in modo diverso. Non necessariamente come l’annientamento di qualcosa che esisteva autonomamente, ma come la dissoluzione di una forma.
La materia si trasforma, l’energia si trasferisce, l’ordine biologico che chiamiamo vita si disgrega e ciò che chiamiamo «io» cessa di manifestarsi nella forma che conosciamo.

Questo, naturalmente, non dimostra che la coscienza individuale continui dopo la morte. Sarebbe un salto che né l’Advaita né la scienza consentono di compiere.

La questione rimane aperta. Ed è proprio questo a rendere interessante la prospettiva non-duale: non ci chiede necessariamente di credere nell’esistenza di un’altra realtà, ma invita a domandarci se abbiamo compreso fino in fondo quella che stiamo già vivendo.

La coscienza potrebbe non è soltanto una piccola luce accesa dentro un organismo immerso in un universo esterno.

MI risuona di più l’idea che siamo forme temporanee attraverso cui la realtà diventa, almeno in parte, consapevole di sé.

Lo so, è una possibilità filosofica, non una conclusione della fisica, e proprio per questo merita di essere mantenuta nel territorio della domanda piuttosto che trasformata prematuramente in una risposta.

Ritorniamo così alla questione fondamentale:

Se fosse vera la prima possibilità, con la morte cesserebbe semplicemente il soggetto che conosciamo come «io».
Se fosse vera la seconda, la morte potrebbe essere qualcosa di molto diverso da una fine.
Come ho già suggerito, potrebbe essere la fine dell’onda, non dell’oceano.

Forse è proprio questo il senso più radicale della non-dualità. Non affermare che tutto è uguale, ma riconoscere che la molteplicità delle forme non implica necessariamente una molteplicità delle origini.

L’Uno non sarebbe allora il contrario dei molti, ma ciò da cui i molti emergono, ciò che li attraversa e ciò in cui, alla fine, ogni forma ritorna.

Foto di copertina Mayursinh Parmar

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“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete. L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale. Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.” ~ Eckhart Tolle

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