Dubito Ergo SumConsapevolezzaLettera di un professore universitario critico del regime iraniano
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Lettera di un professore universitario critico del regime iraniano

6 minuti di lettura

Ringrazio Rocco per aver condiviso questa potente testimonianza di un professore universitario, scrittore e critico politico e sociale del regime iraniano.

Ritengo che sia importante condividerlo. Al termine della lettera alcune mie considerazioni.


regime iraniano - Prof. Bijan Abdolkarimi 

Testi come questo hanno il merito raro di costringerci a rallentare e a pensare, soprattutto quando parlano da dentro gli eventi e non da uno studio televisivo a migliaia di chilometri di distanza.

Al di là di ogni accordo o disaccordo con le sue tesi, ciò che colpisce è il tentativo ostinato di riportare la questione iraniana su un piano che oggi sembra quasi proibito, quello della responsabilità collettiva e della fragilità interna prima ancora della minaccia esterna.

Il Professore non si parla solo di Israele, Stati Uniti, CIA o Mossad, ma di una società che mostra crepe profonde sul piano culturale, etico e sociale.

Questa lettura mette a disagio tutti, sia chi da anni denuncia l’ingerenza occidentale sia chi riduce ogni problema iraniano a una questione di regime, potere e repressione.

Trovo significativo che Abdolkarimi non assolva nessuno, né lo Stato né gli intellettuali né la società civile, ma chiami in causa anche chi, in nome della critica permanente, ha forse smesso di interrogarsi sugli effetti delle proprie parole e narrazioni sul tessuto sociale.

Quando una protesta degenera in una violenza che lui definisce estranea alla storia e alla civiltà iraniana, la domanda non può essere solo chi ha premuto il grilletto ma anche quale clima mentale e simbolico ha reso quel gesto possibile.

Su questo punto la sua accusa ai media internazionali è durissima e merita di essere ascoltata senza riflessi automatici.

Se è vero che certe narrazioni sono costruite per preparare l’opinione pubblica globale a nuovi interventi, allora siamo di fronte a un problema che va oltre l’Iran.

La propaganda dei media occidentali ci fa vedere gli iraniani come rozzi musulmani tagliagole e retrogradi, ma la questione denunciata dal professore universitario riguarda il modo in cui oggi si fabbricano consenso, indignazione e legittimazione morale.

Tuttavia la lettera non è un atto di fedeltà cieca al potere, e lo si vede quando mette nero su bianco il tema della corruzione, dell’oligarchia, della povertà e della disperazione sociale come detonatori futuri di crisi ancora più gravi.

Questo aspetti riguarda molto da vicino anche noi italiani vassalli dell’imperialismo americano, perché qui emerge una tensione irrisolta ma interessante:

difendere il Paese da un’aggressione esterna senza rimuovere le responsabilità interne, sostenere le forze di sicurezza senza trasformare questa difesa in un alibi per l’ingiustizia.

In un certo senso è proprio ciò che è accaduto durante la psico pandemia ed è, secondo me, proprio questa ambiguità, scomoda per tutti, a rendere la lettera degna di attenzione.

Questo accorato appello non offre soluzioni semplici né slogan pronti all’uso, ma restituisce l’immagine di un Paese stretto tra forze che lo vogliono destabilizzare dall’esterno e dinamiche che lo stanno logorando dall’interno.

Alla fine resta sospesa la domanda che sento di fare mia, non è chi ha ragione o torto in senso ideologico, ma:

fonte:
https://telegra.ph/LETTERA-DI-UN-IRANIANO-CRITICO-01-24

foto copertina Openclipart

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“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete. L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale. Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.” ~ Eckhart Tolle

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