Dubito Ergo SumConsapevolezzaCoscienza e materia (parte 1)
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Quando il mondo cambia con chi lo osserva

Sarà l’età, o forse solo la coerenza che reclama il suo debito: realtà, coscienza, materia, entropia, morte e quel senso di risveglio che avverti che però non arriva con le trombe dell’Apocalisse (come alcuni pifferai del web profetizzano) ma ti si siede accanto in silenzio, come un amico, finché non lo riconosci.

“Coscienza” è la parola che ultimamente mi perseguita. Sembra chiedermi di fare ordine nella massa di pensieri su cui ho sempre rimuginato, senza mai arrivare a una conclusione. Ora cerco di dare una forma a questo ronzio incessante che mi frulla in testa, sulla base delle tre tracce già aperte:

  1. Risveglio delle coscienze
  2. Entropia vita morte e coscienza
  3. La materia non granulare e la matrice della coscienza
La materia non granulare come matrice, l’oscillazione vitale tra entropia, vita e morte, e il risveglio come responsabilità personale, senza messia o profeti.

Dentro questo quadro voglio provare ad aggiungere due personaggi che, in una certa misura, mi ritornano per ragioni diverse, Federico Faggin e Philip K. Dick, senza ombra di dubbio, il mio scrittore di fantascienza preferito.

Il primo per il coraggio di mettere la coscienza al centro del discorso scientifico, il secondo per la lucidità visionaria con cui ha mostrato che la realtà potrebbe slittare lateralmente, non tanto avanti, indietro o in modo parallelo, quanto di lato, come un quadro che ogni tanto trovi uguale ma sottilmente diverso.

Potrei raccontare almeno una decina di episodi in cui i miei ricordi personali non coincidono con la versione altrui degli stessi eventi. A volte ho la netta sensazione di aver letto certe notizie anni prima che apparissero ufficialmente… o di averne lette altre, con assoluta certezza, senza riuscire oggi a trovarne il minimo riscontro

MI spiego certe cose razionalmente e poi me ne dimentico anche se non del tutto perché il dubbio mi resta indelebile e in certi casi penso a quel fumetto di Nathan Never, in cui già nel 2005 c’era l’idea che, a livello quantistico, un osservatore possa esistere in più stati contemporaneamente, e che tali stati potessero interagire o sovrapporsi nella realtà macroscopica. La storia era ispirata al paradosso del gatto di Schrödinger e all’interpretazione dei molti mondi della meccanica quantistica (proposta da Hugh Everett).

Nel frattempo cerco un filo d’Arianna che leghi questi piani senza per forza costringerli in una formula matematicamente coerente e dimostrabile, perché:

se la coscienza è davvero LA sorgente allora il pensiero migliore è quello che resta poroso, in ascolto, e accetta il paradosso invece di chiuderlo in una scatola.

Inizio da una visione che mi ha in qualche modo dato la svolta: la materia non è una pioggia di biglie, la materia è un continuum, un campo, e ciò che chiamiamo “oggetti” sono densità, pieghe, configurazioni momentanee di un’unica sostanza.

Se prendo sul serio questa visione, e qualcosa mi dice che se non è così è molto vicina a come stanno le cose, la coscienza non è un fenomeno che sboccia dentro la testa come un unicum, un fiore raro, ma è l’interfaccia viva con quel campo, la decodifica di un’onda che ci precede e ci include.

In questa prospettiva non sono più un osservatore separato, ma una modulazione del campo che osserva sé stessa, come un’onda che sente il mare mentre lo forma e lo trasforma.

Qui la coscienza non è un epifenomeno, è la chiave di lettura del reale, e se provo a dirla in modo più tecnico potrei parlare di campo informazionale o realtà olografica. Tuttavia il punto è che la coscienza porta significato e il significato non è nel simbolo – e qui ci sarebbe da aprire un articolo a parte sul simbolismo esoterico e massonico – ma sta nella relazione viva fra me e ciò che mi circonda, e questa relazione non è discreta (nel senso di puntuale), ma è in continuo movimento con il tutto.

Questa è la via Yin e Yang
Questa è la via Yin e Yang. Elementi di differenziazione complementari dalla cui interazione origina il qi, l’energia che scorre nel mondo fisico.

Quando Faggin dice che la coscienza non è un prodotto del cervello ma una realtà fisica primaria, un campo quantistico che precede e informa la materia, io sento un’eco profonda della mia intuizione più antica:

Questo ribalta molte comode certezze, soprattutto quelle dell’industria del controllo, perché ciò che non si lascia riprodurre o omologare in serie diventa economicamente scomodo, politicamente imprevedibile, eticamente intrattabile, eppure è lì che vivo io quando riconosco di essere più del mio algoritmo quotidiano (si legga Cosa siamo, energia o materia?).

Se la coscienza è campo e la materia è continuum, la mia identità non è un monolite immutabile ma una funzione d’onda che si addensa quando “serve” e poi si riallarga, come la vita stessa che localizza ordine in mezzo a un universo che tendenzialmente si disperde.

L’entropia qui smette di essere caos e distruzione e diventa il respiro del mondo: espansione e contrazione, ordine e disordine che si alternano per mantenere vivo il sistema.

E’ la forza che permette al mondo di cambiare forma. Senza entropia tutto resterebbe fermo, immobile. È come un equilibrio naturale tra caos e armonia. Il caos scioglie ciò che è rigido, e da questo movimento nasce qualcosa di nuovo.

Voglio dire che ogni volta che creo una differenza, come un’idea, un gesto, una scelta, è come se depositassi energia in una banca invisibile. Quel deposito genera un debito, una tensione che il sistema cerca di riequilibrare trasformando quell’energia in nuove forme.

Avete presente quando si dice “fare la differenza”? Bè non è una frase così scontata.

Le banche, nel mondo reale, fanno qualcosa di simile: assorbono il nostro movimento vitale, i nostri scambi, e li trasformano in numeri, in flussi controllabili con le buone o con le cattive (Si legga CBDC e reset economico nda).

È come se tentassero di gestire artificialmente il respiro entropico del mondo, di mettere ordine in qualcosa che per sua natura vive di squilibrio e rinnovamento continui che, invece di disperdersi, tendono sempre all’UNO, come se ogni frammento di caos fosse solo un passo verso una nuova forma di armonia.

Ed è proprio questo che chi controlla il debito attraverso le banche non può permettere, perché se quel movimento tornasse al suo ritmo naturale, se l’uomo riscoprisse il proprio legame con l’UNO, allora il potere fondato sulla paura e sull’indebitamento perderebbe presa, e il controllo si scioglierebbe come neve al sole.

Oggi per me la massima entropia non è più caos totale, ma creatività inespressa alla massima potenzialità, al pluralismo degli stati di coscienza, alla possibilità che la coscienza collettiva possa arricchirsi proprio moltiplicando le sue modulazioni.

La morte, in tal senso, non è la fine del viaggio, ma piuttosto è una delocalizzazione: un passaggio dall’onda localizzata all’oceano pieno, dove la coscienza non si spegne ma cambia allocazione.

È qui che le considerazioni sul risveglio smettono di cercare scorciatoie narrative e mi conducono a una realizzazione: non il colpo di scena che salva il mondo, ma la coerenza quotidiana che riallinea la mia frequenza con ciò che so essere vero, e questo per me i vari déjà-vu, che a volte vivo, rappresentano una specie di conferma che per adesso sono nel posto e nel tempo giusti.

Senza coerenza ogni rivelazione si riduce a intrattenimento, e non c’è algoritmo che possa farlo al posto mio.

Ma voglio spingermi oltre, perché c’è un altro aspetto della questione che mi intriga…

Continua e finisce nel prossimo articolo…

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Carogiù

“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete. L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale. Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.” ~ Eckhart Tolle

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