Anni fa ho vissuto un qualcosa di smile a quella che potrebbe essere definita come un’esperienza di quasi morte.
Però intendiamoci da subito; non si è trattato di un’esperienza fuori dal corpo dove ero in ospedale e a un certo punto mi sono visto da fuori.
No, non è accaduto così. Ero sì in ospedale. C’ero finito a causa di un incidente stradale. Uno stato d’animo nervoso e un sorpasso azzardato sono stati un mix fatale.
Sorpassando un tir mi sono ritrovato, in chiusura di sorpasso, un furgone a pochi metri davanti l’auto e così c’è stato poco margine di manovra per evitare il frontale. il tir da dietro ha avuto il tempo di frenare ma non lo spazio per evitare l’urto.
Sono stato estratto da quel sandwich di lamiere e vetro (tralascio le modalità) e sono stato trasportato in ospedale con vari traumi tra cui un femore spezzato.
L’ultimo ricordo che ho è che l’ambulanza correva a sirene spiegate ed ho pensato “speriamo che ora non si schianti”.
Di li in poi qualche flash ma poi, in ospedale, sono andato in coma e trasportato d’urgenza in intensiva. Mi hanno detto, ed ho poi letto dalla cartella clinica, che ci sono rimasto 3 giorni tenuto in coma farmacologico.
Il primo ricordo nitido e indelebile che ho ancora oggi, e per me è come se fosse accaduto questa mattina, è quello del mio amico Danilo, seduto accanto al letto, che mi strige la mano destra e mi sorride come per dire, hai combinato un bel casino.
Subito di fianco alla sua destra mia nonna materna (figlia di Antonio disperso nella Battaglia del Piave) e anch’ella mi sorrideva, come per dire sono contenta che ti sei svegliato, il peggio è passato.
Ero enormemente felice e al tempo stesso sorpreso di avere loro due li vicino a confortarmi.
In quello stesso istante sento mia madre che mi chiama ed io mi volto verso di lei. Mi dice qualcosa che non ricordo, ma ciò che feci fu voltarmi a destra per non vedere più né Danilo né la nonna.
Mi girai verso mia madre e le chiesi dove fossero andati e nel momento esatto che incrociai il suo sguardo confuso e interdetto capii subito che ero stato testimone di qualcosa di straordinario e restai in silenzio.
Ancora oggi posso sentire il calore e il tatto della mano del mio amico che era morto in un incidente in moto un paio di anni prima, così come mia nonna, anch’ella ritornata a casa lo stesso giorno in cui circa 30 anni prima se ne andò mio nonno, prima che io nascessi.
Da allora mi sono sempre chiesto cosa avessi realmente visto e vissuto. Ma poi nel tempo mi sono reso conto che la morte, almeno concettualmente, non mi spaventava più.
Sapevo, intimamente, che la giostra non finisce di girare con la morte ma continua. In un’altra forma, energia se volete, ma da li in avanti è come se alla mia coscienza si fosse dischiuso un mondo che prima avevo solo subodorato.
Negli ultimi anni anche la scienza sta iniziando a inciampare in questo stesso punto.
Studi recenti pubblicati nel 2025 mostrano che alcune esperienze durante arresti cardiaci sembrano avvenire quando l’attività elettrica corticale è severamente compromessa o assente, il che porta i ricercatori a porsi dubbi sulla visione classica che la coscienza si interrompa con la fine del funzionamento cerebrale.
Da questa esperienza di quasi morte si apre alla possibilità che la coscienza continui in qualche forma indipendente dal cervello stesso.

Le testimonianze come la mia non sono più liquidate come allucinazioni, ma analizzate con strumenti medici e dati verificabili. Le vecchie spiegazioni non bastano più e la domanda ritorna, inevitabile: che cosa accade davvero alla coscienza quando il cervello smette di funzionare?
Posso dire, per esperienza personale, che alla fine affrontare queste domande non mi ha portato confusione, ma un cambiamento concreto. Non ho più paura della morte. Le questioni materiali hanno perso gran parte della loro presa.
Provo una compassione così profonda da commuovermi, a volte in modo quasi imbarazzante.
Non perché io sia diventato migliore, ma perché quando smetti di identificarti completamente con una sola versione di te, quando intuisci che la coscienza è un campo di possibilità e tu nei fai intimamente parte, anche il modo di guardare gli altri cambia.
Non sono più semplicemente altri, sono altre modalità dello stesso processo. Altri te.
Forse allora, per tornare ai mondi possibili, il vero ruolo delle intelligenze artificiali non è sostituirci o spiegarci la realtà, ma aiutarci a vedere meglio il campo delle possibilità in cui siamo immersi, ricordandoci però che nessuna macchina può scegliere al posto nostro!
La scelta resta un atto vissuto, incarnato, presente. E ogni volta che scegliamo, qualcosa collassa, prende forma, diventa esperienza.
Forse allora il senso di tutto questo non è stabilire che cosa sia vero una volta per tutte, né convincere qualcuno che la coscienza sopravviva o meno al corpo, ma osservare che cosa succede dentro di noi quando smettiamo di liquidare certe esperienze come impossibili.
Quando lasciamo aperta la domanda, senza affrettarci a riempirla di spiegazioni, qualcosa si riorganizza silenziosamente. Cambia il modo in cui guardiamo la vita, il tempo, gli altri, noi stessi.
Non perché abbiamo trovato una risposta, ma perché abbiamo smesso di difenderci dalla domanda, nascondendoci in spiegazioni preconfezionate.
E forse la ricerca autentica comincia proprio lì, in quello spazio interiore dove non stiamo più cercando di capire il mondo dall’esterno, ma stiamo imparando a riconoscere chi è che lo sta guardando.
fonti:
– https://www.sirpnazionale.it/ufficio-stampa/articoli-di-ricerca-e-approfondimento-scientifico/cosa-sappiamo-davvero-sulle-esperienze-pre-morte-nde
–
Foto di copertina Alexa da Pixabay
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