Dubito Ergo SumConsapevolezzaIl campo di battaglia è interiore
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il campo di battaglia è interiore
ConsapevolezzaSOCIETA'

Il campo di battaglia è interiore

4 minuti di lettura

Da quando ho iniziato a osservare con attenzione ciò che accade intorno a noi mi sono reso conto che il vero campo di battaglia non è politico, economico o tecnologico; è interiore.

Tutto ciò che vediamo all’esterno è una conseguenza di come viene gestita la nostra percezione, il nostro sistema nervoso, la nostra capacità di restare centrati.

Il “caso” di Jeffrey Epstein mi ha solo reso ancora più evidente un meccanismo che in realtà è in funzione da molto, molto tempo. Da qualche migliaio di anni almeno. La storia di Gesù cristo docet, vera o presunta che sia.

Non importa quale scandalo esploda, quale verità venga resa pubblica o quale crisi venga annunciata. Quello che conta davvero è come reagiamo emotivamente, quanto restiamo lucidi, quanto siamo in grado di non farci trascinare dentro la tempesta psicologica che viene costruita attorno a ogni evento.

Ho sempre avuto la percezione e ne ho avuto conferma durante la psico pandemia, che il campo di battaglia è interiore.

Il potere moderno non si basa più tanto sulla repressione quanto sulla regolazione emotiva delle masse. Non serve impedire alle persone di sapere. Basta farle reagire in modo prevedibile. Paura, rabbia, cinismo, stanchezza, rassegnazione. Tutti stati interiori che bloccano la vera autonomia di pensiero.

Sento tanto parlare di decentralizzazione, ma quando io parlo di decentralizzazione della coscienza non intendo qualcosa di astratto o mistico. Intendo tornare a essere presenti a noi stessi, non delegare il nostro stato interiore a ciò che succede fuori.

Se ci pensate ogni individuo nasce già decentralizzato. La mente umana è autonoma per natura. È capace di osservare, collegare, intuire, sentire. Deve necessariamente esperire per compiere quel processo di ritorno a casa a cui siamo tutti intimamente chiamati – leggi Entropia vita morte e coscienza.

Ma nel tempo siamo stati educati a vivere in uno stato di dipendenza percettiva continua. Aspettiamo che qualcuno ci dica cosa è pericoloso, per cosa è giusto indignarci, cosa dobbiamo temere, cosa dobbiamo desiderare.

È un continuo addestramento sottile che inizia presto e non finisce mai se non te rendi conto in tempo.

Le nuove generazioni sono da sempre le più vulnerabili e malleabili e per questo sono da sempre nel mirino. La loro spensieratezza non gli fa cogliere che il campo di battaglia è interiore.

Hanno solo i genitori che possono aiutarli a mantenere vivo un contatto col passato al fine di non ripetere gli stessi errori, né incappare nelle stesse trappole psicologiche.

Quando qualcosa accade nel mondo, prima ancora di elaborarla dentro di noi andiamo a cercare la narrazione che ce la spieghi. Ed è lì che perdiamo la nostra sovranità interiore.

Durante la pandemia questo meccanismo è diventato visibile come non mai.

Lo so che mi ripeto, ma non mi stancherò mai di ricordalo. La comunicazione non puntava a informare, puntava a mantenere uno stato di attivazione emotiva costante. Numeri quotidiani, allarmi continui, linguaggio di guerra, colpevolizzazione morale, isolamento sociale.

Tutto agiva sul sistema nervoso più che sulla mente razionale. E quando il corpo è in stato di allerta la corteccia prefrontale, quella che serve per pensare criticamente, va in secondo piano. Subentrano le reazioni primitive: obbedienza, fuga, congelamento.

È biologia, non ideologia. E una popolazione biologicamente stressata accetta cose che in condizioni di calma non accetterebbe mai.

Ho già espresso questo concetto nel precedente articolo – Epstein: siamo cani o gatti? – lo stesso schema lo rivedo oggi negli scandali globali.

Non importa più se la verità emerge. Importa che emerga in modo frammentato, caotico, emotivamente carico e privo di conseguenze concrete.

Un esempio vivo di questo schema lo potete vedere anche nella tristezza infinita dei figli letteralmente strappati alle famiglie a causa, il più delle volte, di segnalazioni faziose e tendenziose.

Un’altra delle cose che noto, da quando seguo da vicino il tema delle sottrazioni e degli affidi, è una dinamica piuttosto ricorrente, nei casi in cui una madre viene delegittimata nel suo ruolo e sottoposta a giudizi continui da parte dei servizi sociali,

A volte è un uomo abusante, manipolatore, altre invece, è un uomo assente o incapace di esercitare la funzione essenziale di protezione, di contenimento, di definizione dei confini tra la famiglia e l’invadenza dei servizi sociali.

Un uomo che non riesce a fare da argine, che si dimostra debole e carente proprio là dove è necessario assumersi una responsabilità chiara.

E questo, probabilmente, aldilà della debolezza di carattere dei singoli casi, è anche il frutto di anni e anni di delegittimazione della forza assertiva maschile, ridotta a sinonimo di “patriarcato” e trasformata in un insulto.

In questo modo, l’opera di disgregazione della famiglia avanza, donne costrette a supplire, a tirare fuori una parte maschile per reggere tutto, mentre devono affrontare un mondo emotivo che non trova conforto né rifugio in un rapporto con l’uomo, perché quell’uomo o è abusante o è insufficiente.

Ed è proprio nel vuoto lasciato dalla figura maschile assente o indebolita che le istituzioni abusanti, trovano spazio per inserirsi e agire.

Non a caso, le poche storie a lieto fine che ho ascoltato in questi mesi hanno riguardato uomini che, di fronte alla minaccia, anche solo percepita, hanno saputo marcare i confini, prendere posizione e difendere la propria famiglia e i propri figli. Risultato, i SERVIZI SOCIALI sono SCOMPARSI dalle loro VITE.

di

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SOTTRATTI 1

E cosa è accaduto con la brutta storia della “famiglia nel bosco“? Così la mente collettiva entra in una forma di stordimento. Troppe informazioni diventano rumore.

Il rumore diventa impotenza. L’impotenza diventa rassegnazione. È un percorso psicologico molto preciso. E funziona perché sfrutta meccanismi biologici antichi quanto l’essere umano.

La decentralizzazione dell’autonomia inizia quando smettiamo di reagire in automatico.

Quando restiamo presenti anche davanti a notizie scioccanti. Quando non cerchiamo subito una parte da tifare. Quando non lasciamo che la paura ci spinga a delegare la nostra lucidità.

Essere centrati non significa essere freddi o indifferenti. Significa sentire senza perdere il controllo interno. Significa attraversare l’emozione senza farci guidare da essa.

Lo so che è una qualità che nessuno ci insegna, ma penso sia è la base di ogni vera libertà.

In base a quanto ho potuto apprendere fino ad oggi è che quando abbastanza individui recuperano questa centratura succede qualcosa di interessante:

La coscienza collettiva cambia frequenza.

Le persone iniziano a percepire i pattern invece dei singoli eventi. Iniziano a capire che non si tratta di emergenze isolate ma di un modello costante di gestione emotiva delle masse – leggi Gestione degli Asset.

Quando accade questo il sistema perde la presa.

Perché non può più prevedere le reazioni.

Non può più guidarle con gli shock.

Non può più usarle come leva.

  1. Realizzare il documentario “Sottratti” richiede risorse concrete, spostamenti, logistica, tempo, competenze professionali e un grande impegno umano. Rendi possibile questa produzione, sostieni ora 👉 https://www.playmastermovie.com/sottratti/ ↩︎

Foto di copertina Brian Jones da Pixabay

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Carogiù

“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete. L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale. Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.” ~ Eckhart Tolle

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