Sono ormai passati oltre dodici anni da quando entrai nel cerchio nel grano di Robella d’Asti – località cavallo grigio – quel giorno d’estate del 2013.
Ancora oggi, se chiudo gli occhi, riesco a rivedere ogni dettaglio con una nitidezza sorprendente. Non è soltanto il ricordo di quel luogo ma sono certe domande che, da allora, non hanno mai smesso di accompagnarmi.
Per dodici anni quelle fotografie sono rimaste archiviate in un cassetto del mio computer. Ogni tanto le riguardavo, poi le richiudevo. Come se sapessi che non era ancora arrivato il momento di raccontare davvero quella giornata.
Oggi credo che quel momento sia arrivato.
Non perché abbia finalmente trovato una risposta. Al contrario. Ma ho realizzato che, in tutti questi anni, avevo continuato a pormi la domanda sbagliata.
Tutti, davanti a un crop circle, chiedono immediatamente: chi l’ha fatto?
Io oggi vorrei provare a fare un passo indietro e porre una domanda diversa.
Che livello di progettazione richiede una formazione come questa?
È una domanda molto meno spettacolare, ma infinitamente più interessante.
Il 13 luglio 2013 un amico mi propose di sorvolare in ultraleggero la zona del cerchio nel grano Robella d’Asti. Da alcuni giorni si parlava della comparsa di una spettacolare formazione nel grano in località Cavallo Grigio. Avevo visto alcune fotografie pubblicate online, ma sapevo che nessuna immagine avrebbe potuto restituire la reale percezione delle dimensioni.
Quando l’ultraleggero raggiunse la collina e iniziammo a sorvolare il campo, ebbi subito la sensazione che qualcosa non tornasse rispetto all’idea che mi ero fatto osservando le fotografie.
Non era il disegno.
Era il luogo.
Guardando dall’alto si capiva chiaramente che quella formazione non era stata realizzata in un grande campo pianeggiante, come accade nella maggior parte dei casi più famosi. Era stata costruita sul fianco di una collina, su un pendio che degradava verso la SP590 della Val Cerrina.
Quella fu la mia prima vera sorpresa.
Perché scegliere proprio quel campo?
Perché aumentare la complessità di un’opera già estremamente elaborata?
Perché collocarla in un punto dove, da terra, è praticamente impossibile apprezzarne la geometria?
Ancora oggi sono domande alle quali non so rispondere.
La Foto 1, scattata durante il sorvolo, è quella che più di tutte restituisce questa sensazione. La formazione sembra quasi appartenere al paesaggio. Non appare “appoggiata” sul terreno, ma inserita nella morfologia della collina come se il pendio fosse parte integrante del progetto.

Fu proprio in quel momento che decisi che non mi sarebbe bastato fotografarla dall’alto.
Volevo entrarci.
Poche ore dopo raggiunsi la collina opposta, da dove realizzai alcune fotografie panoramiche della formazione. La distanza era di circa cinquecento metri. Da lì il disegno era finalmente leggibile nella sua interezza, ma emergeva un altro dettaglio che nessuna fotografia aerea riusciva a trasmettere: la forte inclinazione del terreno.
La Foto 2, scattata da quel punto, mostra chiaramente quanto il pendio influenzi la percezione dell’intera figura. Da quella prospettiva il crop circle perde parte della sua apparente perfezione geometrica. Alcuni elementi sembrano deformarsi. Altri scompaiono quasi completamente. È un effetto che dall’alto non si percepisce.

Fu allora che mi tornò in mente una domanda ancora più semplice.
Perché progettare una figura così complessa in un luogo dove quasi nessuno avrebbe potuto ammirarla davvero?
Quella domanda, oggi, continua a sembrarmi più interessante di qualsiasi teoria sull’origine della formazione.
Entrai nel campo nel tardo pomeriggio.
Ricordo ancora la sensazione del grano che sfiorava le braccia mentre mi avvicinavo alla figura.
E ricordo soprattutto quello che provai nei primi minuti.
Una specie di delusione.
Sì, delusione.
Perché da terra il disegno quasi scompariva.
Le fotografie aeree mostravano una composizione straordinaria.
Dentro il cerchio, invece, sembrava di camminare tra semplici zone di grano piegato.
Pensai che probabilmente il fascino di quella formazione fosse tutto lì: una bella figura osservabile soltanto dall’alto.
Mi sbagliavo.
Bastarono pochi minuti perché il mio sguardo iniziasse a spostarsi.
Non osservavo più il disegno.
Osservavo le spighe.
Fu in quel momento che, senza che me ne rendessi conto, atavo conducendo una mia indagine inconscia orientata su qualcosa di molto concreto.
Mi accorsi che le spighe non erano semplicemente adagiate al suolo.
Seguivano direzioni differenti.
Nei piccoli triangoli l’orientamento cambiava progressivamente fino a convergere nei vertici. Nei quattro grandi triangoli esterni la diversa disposizione delle spighe produceva un effetto sorprendente:
la luce del sole veniva riflessa in modo differente, creando una sorta di rilievo ottico che, visto dall’alto, ricordava quasi una piramide a tre facce.
La Foto 3 mostra proprio uno di questi grandi triangoli. Non è il contorno della figura a colpire, ma la diversa riflettanza della superficie. All’epoca non riuscii a spiegarmela. Oggi continuo a considerarla uno degli aspetti più interessanti dell’intera formazione.

Ancora più sorprendenti erano i piccoli triangolini disposti lungo la corona interna e quei 6 posti all’interno di uno dei quattro grandi triangoli esterni.
Avvicinandomi a uno di essi iniziai a osservare la disposizione delle spighe.
La Foto 4 ne mostra un particolare.

Fu allora che ebbi la sensazione più strana dell’intera giornata.
Le spighe non sembravano semplicemente schiacciate.
Sembravano organizzate.
Ogni settore possedeva un proprio orientamento. Nei vertici le direzioni cambiavano con continuità, formando una vera e propria tessitura. Non era un intreccio casuale. Era come se il modo in cui le spighe erano state adagiate costituisse un secondo livello della formazione, invisibile dall’alto ma perfettamente percepibile camminandoci dentro.
In quel momento che smisi definitivamente di chiedermi chi avesse realizzato il cerchio.
Cominciai invece a chiedermi quanta organizzazione dell’informazione all’interno di quella figura fosse nascosta .
Continuando a camminare all’interno della formazione iniziai a osservare particolari che, fino a quel momento, avevo completamente ignorato. Nei piccoli triangoli disposti lungo la corona interna il grano non seguiva mai una direzione casuale.
Ogni settore sembrava possedere una propria identità, quasi una propria firma. Nei vertici le spighe cambiavano progressivamente orientamento, fino a creare quella che ancora oggi non saprei definire in altro modo se non una vera e propria tessitura. Non era semplicemente grano piegato. Era come se ogni singola porzione della figura avesse ricevuto un’informazione diversa.


La stessa sensazione la ebbi osservando i quattro grandi triangoli collocati tra le coppie di punte dell’anello esterno. Nelle fotografie aeree il loro interno appariva diverso dal resto della formazione.
Le spighe sembravano essere state adagiate con orientamenti differenti, tanto da restituire, viste dall’alto, una sorta di rilievo ottico che mutava in basa alla riflettanza della luce e dal punto di vista dell’osservatore.
Queste fotografie, in questo caso, raccontano solo una parte della storia. Chi era presente sul posto poteva percepire qualcosa che un’immagine non riesce a trasmettere completamente: la tridimensionalità di quella tessitura.
Le spighe, soprattutto nei punti di incontro tra le diverse figure, non sembravano semplicemente adagiate sul terreno.
In alcuni punti erano sovrapposte secondo orientamenti differenti, quasi a costruire una trama. È un dettaglio che ritengo fondamentale, perché sposta l’attenzione dal disegno alla tecnica con cui quel disegno è stato realizzato.
Avevo letto che quella particolarità era dovuta al fatto che gli steli erano piegati ma non spezzati. Quindi fu proprio cercando di capire tale tecnica che iniziai a osservare i nodi degli steli.
Presi alcune spighe e le confrontai con altre ancora erette nello stesso campo. Il punto in cui lo stelo si piegava presentava un rigonfiamento evidente. Fotografai quei nodi con la massima attenzione possibile, utilizzando come sfondo la maglietta blu di una persona incontrata casualmente sul posto, per mettere meglio a fuoco i dettagli.


Tra l’altro è proprio quella persona che, ancora oggi, rappresenta uno dei ricordi più curiosi di quella giornata.
Mentre stavo osservando gli steli, una voce ruppe il silenzio.
«Cosa ne pensi?»
Mi voltai. Alla mia sinistra c’era un uomo con una semplice maglietta blu e pantaloncini. La mia prima reazione fu quasi di fastidio. Pensai: “Ma che vuole questo? Sarà un altro di quegli invasati?”.
Oggi sorrido ripensandoci, perché nel giro di pochi minuti quella diffidenza lasciò spazio a una conversazione che, a distanza di dodici anni, ricordo ancora perfettamente.
Parlammo pochissimo del disegno.
Non discutemmo di extraterrestri.
Non affrontammo teorie stravaganti.
Entrambi, quasi istintivamente, finimmo per concentrarci sugli stessi dettagli: le piegature delle spighe, i nodi rigonfi, la direzione dell’allettamento.
Era come se avessimo entrambi la sensazione che il vero enigma non fosse la figura osservata dall’alto, ma il modo in cui quella figura era stata costruita.
Prima di salutarci mi chiese un recapito. Per una forma di prudenza, gli diedi un vecchio indirizzo e-mail che utilizzavo raramente invece del mio numero di telefono. Non ricevetti mai un messaggio.
Pochi minuti dopo pensai che forse avevo sbagliato. Cercai di ritrovarlo per lasciargli il mio numero, ma sembrava svanito. Probabilmente se n’era semplicemente andato come tanti altri curiosi. È l’ipotesi più ragionevole.
Eppure, ogni volta che riguardo quella fotografia delle tre spighe davanti alla sua maglietta blu, mi torna spontaneo chiedermi chi fosse. Quella breve conversazione rappresentò, in qualche modo, lo stesso percorso che stavo compiendo anch’io: smettere di cercare risposte facili e iniziare a osservare davvero.
Negli anni successivi tornai più volte con la memoria a quella giornata. Ogni volta mi rendevo conto che le domande che continuavo a pormi non erano cambiata.
Perché proprio quel campo e proprio su quel pendio?
Perché realizzare una figura così complessa in un luogo dove da terra è quasi impossibile apprezzarla nella sua interezza?
Sembrano domande banali, ma che raramente ho trovato affrontate quando si parla di formazioni nel grano. L’attenzione si concentra quasi sempre sull’origine del fenomeno, dimenticando che prima ancora dell’origine esiste un progetto.
E ogni progetto nasce da una serie di scelte. La scelta della geometria, del luogo, delle proporzioni. Perfino la scelta della direzione con cui adagiare le spighe.
In effetti, riguardando oggi quelle fotografie con gli occhi più maturi di dodici anni , mi rendo conto che questo è l’aspetto che più mi ha sempre incuriosito più di tutto il resto.
Il cerchio nel grano di Robella d’Asti, per quanto affascinante, rappresentava soltanto il primo livello di lettura.
Entrando nella formazione emergevano altri livelli, invisibili dall’alto: la tessitura delle spighe, i piccoli ciuffi lasciati intenzionalmente in piedi, la diversa riflettanza dei triangoli, i nodi rigonfi, i vortici perfettamente organizzati attorno ai loro centri. Era come se la formazione fosse stata progettata per essere letta in modi diversi, a seconda del punto di osservazione.




È per questo motivo che oggi non mi interessa più stabilire se quella il cerchio nel grano di Robella d’Asti sia stato realizzato da persone oppure no. Non perché questo non sia importante, ma perché credo che esista una questione più profonda.
Quale livello di conoscenza era necessario per progettare una struttura del genere?
Non sto parlando di conoscenze misteriose. Parlo di geometria, percezione dello spazio, organizzazione, capacità di gestire una superficie inclinata, di utilizzare la luce, di distribuire informazioni su scale differenti. Tutti aspetti osservabili, indipendentemente dalle conclusioni che ciascuno potrà trarre.
Nel corso di questi anni ho cercato di approfondire anche la spiegazione che, almeno sulla carta, sembrava destinata a chiudere definitivamente il caso e per taluni lo è già da anni.
Poche settimane dopo la comparsa del cerchio, Francesco Grassi ne rivendicò pubblicamente la realizzazione, spiegando che era opera del suo gruppo e che la scelta di attendere prima di dichiararsi era stata fatta per osservare la reazione dell’opinione pubblica.
Già allora quella spiegazione mi lasciò perplesso. Non tanto per la rivendicazione in sé, quanto per il ritardo con cui arrivò e per la motivazione addotta, che trovai, per usare un eufemismo, poco convincente.
Per questo motivo ho letto anche il suo libro CERCHI NEL GRANO Tracce d’intelligenza. È un testo interessante, ricco di spiegazioni tecniche sulle metodologie del circle making e scritto da chi dimostra di conoscere molto bene la materia.
La lettura, tuttavia, non ha dissipato i miei dubbi.
Comprendere come una formazione possa essere realizzata non equivale a dimostrare che una specifica formazione sia stata realmente realizzata in quel modo.
È una distinzione sottile, ma ritengo decisiva. Non metto in discussione che Francesco Grassi possieda le competenze necessarie per progettare e costruire opere di grande complessità.
Mi domando semplicemente se, nel caso del cerchio nel grano di Robella d’Asti, la sua autoattribuzione costituisca da sola una dimostrazione sufficiente. Per quanto mi riguarda, la risposta è ancora no.
Dopo dodici anni non ho cambiato idea. Perché, in realtà, non avevo un’idea da cambiare.
Sono entrato in quel campo senza una teoria e ne sono uscito con molte più domande di quante ne avessi entrando.
E, a distanza di tutto questo tempo, continuo a considerarlo il risultato più onesto della mia visita a Robella. Le risposte cambiano col tempo. Le domande giuste, invece, hanno la straordinaria capacità di attraversarlo.
Forse qualcuno leggerà queste righe e concluderà che il cerchio nel grano di Robella d’Asti sia davvero opera del gruppo guidato da Francesco Grassi. Altri continueranno a ritenere che restino ancora aspetti difficili da spiegare. Personalmente non voglio convincere nessuno.
Se c’è una cosa che quel pomeriggio del 13 luglio 2013 mi ha insegnato è che il dubbio, quando nasce dall’osservazione e non dal pregiudizio, non è una debolezza. È il punto di partenza di ogni ricerca autentica.
Ed è forse per questo che, dopo dodici anni, queste fotografie non rappresentano per me il ricordo di un mistero ancora irrisolto.
Se un giorno qualcuno riuscisse a dimostrare, senza ombra di dubbio, come nacque il cerchio nel grano di Robella d’Asti, sarò il primo ad accettarlo.
Ma quella dimostrazione dovrà essere all’altezza della complessità che ho osservato con i miei occhi quel giorno, nonostante i numerosi visitatori che, nei giorni successivi alla sua comparsa, ne avevano inevitabilmente alterato alcune parti.
Fino ad allora continuerò a fare quello che ritengo più corretto: osservare, documentare e dubitare. Non perché il dubbio sia una risposta, ma perché, troppo spesso, è l’unico modo onesto per evitare conclusioni affrettate.
La consapevolezza si espande attraverso la condivisione.
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