Una grande onda, che si ingrossa sempre di più, ecco cosa mi sembrava tutto quello che stava accadendo ovunque nel mondo, quattro anni fa.

La cosa peggiore, poi, era che tutto sembrava al di fuori del mio controllo, della mia volontà. Vivevo la mia vita come sempre, cercando di trovare la macchia di olio calmo dove riprendere fiato, ma sembrava che non ci fosse alcuna via di uscita.
Abituata com’ero ai miei orari di lavoro, all’organizzazione famigliare e alle piccole finestre di sollievo, assuefatta alla seduzione della disciplina lavorativa, non capivo perché dov’essi trovarmi a fare scelte diverse.
Eppure, le feci.
Il cambiamento: una grande onda di ritorno e un senso di libertà
La mia vita cambiò rapidamente ed inizialmente, per i primi mesi, restavo in attesa di una grande onda “di ritorno”, rimanendo aggrappata ad una trave in attesa delle scosse di assestamento, pervasa da una sorta di euforia sconsiderata, che aveva un sapore come di libertà, felicità.
Era tutto estremamente sorprendente: da parte integrata di una società richiedente e pressante, passavo ad essere un’emarginata, apolide nella sua stessa comunità.
Certo, parole e piccoli gesti di solidarietà non mancavano ma ricevevo per lo più sguardi diffidenti e pregni di previsioni nefaste. Eppure, io mi sentivo così felice.
La società e il confronto con la felicità
La società di oggi ci proietta continuamente in avanti, come proiettili impazziti, valuta risultati e numeri, ciò che produci o consumi.
Quando incontriamo qualcuno, in genere, chiediamo informazioni su famiglia, luogo di provenienza e che lavoro svolge.
Tutti siamo abituati ad identificarci con questo. Non chiederemmo mai a qualcuno, appena conosciuto: “Sei felice?”.
Perché? E quante volte noi poniamo a noi stessi la medesima domanda: “sono felice?”.
Un nuovo inizio e la ricerca del vuoto
Improvvisamente, sentivo dentro di me una duplice sensazione: un profondo senso di libertà da tutto ciò che fino ad un momento prima mi legava ad un ambiente di lavoro “tossico”, orari incompatibili con una normale vita famigliare, esigenze di economie artificiose e la consapevolezza di dover ancora imparare “tutto”.
Tutto su di me, sul mondo, sull’Universo, sui miei simili. Ed è stato così che si è insinuato in me il sospetto che non era tutto lì, nel lavoro, nell’organizzazione, nel denaro.
Dovevo fare un po’ di ordine in tutto ciò, ripartire da zero. Ripartire dal “vuoto”.
“Ad una mente vuota, l’Universo si arrende”
(Lao Tzu)
Provo intanto a proporre a me stessa una situazione di vuoto e silenzio. Un silenzio fatto di raccoglimento, assenza di rumori e sollecitazioni esterne, un momento in cui poter tornare a me stessa, osservando i pensieri senza giudizio, senza etichette (non esistono pensieri belli o brutti, esistono solo pensieri).
Il pensiero tra esperienza e istinto
Scrivevo, trentatré anni fa per un tema alle scuole superiori:
“Blaise Pascal credeva che nell’uomo si riscontrassero due aspetti fondamentali: l’esperienza e l’istinto. Mentre la prima molto spesso è subita, invece che essere utilizzata come fonte di apprendimento, l’istinto è fin troppo dominante nella vita di un uomo.”
In questo nostro strano mondo (occidentale, soprattutto), tendiamo a fare troppo affidamento sul “pensiero”, anche perché i nostri pensieri non sono tutti “pensati” consciamente.
Spesso sono frutto di forti emozioni come la paura, l’ansia, la tristezza, l’eccitazione. Sono frecce lanciate nel nostro cuore e nella nostra vita che scatenano forti tempeste senza essere guidate da una mente razionale.
Pensieri inconsci e fuori dal controllo o frutto di credenze personali, che altro non sono che “strutture” mentali che abbiamo “costruito” in noi nel corso delle esperienze e di conclusioni e valutazioni spesso fallaci.
Pioggia e percezioni: un esempio di realtà soggettiva
Per esempio: quando piove, noi vediamo solo l’acqua che bagna i campi e le strade e non pensiamo che lassù, oltre le nuvole, brilla il sole. Non c’è pioggia ovunque, solo perché piove su di noi.
Ed ancora: la pioggia che per il contadino è una benedizione, per chi sta preparandosi a fare una corsa all’aperto è una seccatura.
A meno che non accetti la pioggia per quello che è: acqua.
Hic et nunc
famosissima locuzione latina che sta per “qui ed ora”. Esiste solo questo momento, questo luogo.
Ciò che percepisco come realtà è la MIA realtà ed è la mia coscienza che la produce. La mia coscienza produce le mie percezioni, la mia cognizione, la mia biologia, il mio modo di stare nel mondo.

Shoganai: accettare ciò che non possiamo cambiare
Anche se non sempre le cose vanno come vogliamo: piccoli o grandi equivoci, dolori o dissonanze nel nostro vivere quotidiano che sembrano portarci nella direzione opposta a ciò che desideriamo.
A tal proposito mi torna in mente un termine giapponese che ho letto tempo fa: shoganai.
Shoganai significa accettare le circostanze che non possono essere cambiate, trovare la pace interiore e affrontare le sfide con equilibrio ed accettazione.
Accettare ciò che non possiamo controllare ci permette di concentrare le nostre energie su ciò che possiamo influenzare, portando maggiore equilibrio emotivo nelle nostre vite.
Come, ad esempio, la pioggia o un dolore improvviso che ci fa soffrire.
“La legge dell’attrazione è riassumibile così:
ciò che pensi, diventi;
ciò che senti, attrai;
ciò che immagini, crei.”
(Gianluca Gotto)
Un rituale per una vita migliore
Provo dunque ad immaginarmi un “rituale” personale per i prossimi mesi, così, per provare ad essere una persona migliore, perché la libertà è un privilegio ma anche una grande responsabilità.

- Quando ti svegli, dopo una notte di riposo, immagina la giornata che ti aspetta, che desideri. Arricchisci l’immagine che hai con momenti di amore, di gioia, di connessione profonda.
- Cerca di svolgere una sola attività per volta: quell’attività è la cosa più importante del mondo per te, in quel momento.
- Sii gentile con gli altri e con te stesso. Con te, protagonista della tua vita e per sempre, con gli altri che sono connessi in ogni momento con i tuoi pensieri, le tue azioni.
- Dedica almeno cinque minuti al giorno a non far niente, se non ascoltare il silenzio. Col tempo, questi cinque minuti potrebbero diventare quella meditazione che non sei mai riuscito a fare e che ti riconnetterà profondamente con te stesso.
- Ogni sera, prima di addormentarti, pensa ad almeno tre cose di cui sei profondamente grato di quel giorno.
Un continuo cambiamento
Vediamo come va, tutto inizia e niente finisce. Godiamo della possibilità di mutare, come una grande onda, continuamente ciò che siamo perché – come qualcuno ha detto – se cambiamo noi stessi cambieremo il mondo.

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