Mentre approfondivo il fenomeno degli Orphan Trains, mi sono reso conto che educare la società passa inevitabilmente dal ripensare l’infanzia come categoria sociale da plasmare e gestire.
A metà 800′ era come se l’America avesse già un linguaggio pronto per raccontare quei bambini che da qualche parte dovevano pur arrivare, prima ancora di spostarli fisicamente. Per cui ho iniziato a guardare indietro e in ambito europeo.
La questione era già presente e conosciuta da anni ma mai considerata dal punto di vista della gestione sociale.
Prima che i treni carichi di bambini attraversassero gli Stati Uniti, l’Europa industriale aveva già prodotto una certa e vasta letteratura sull’infanzia abbandonata.
Non era una letteratura marginale, ma popolare, emotiva, profondamente formativa.

Oliver Twist di Charles Dickens esce nel 1837, La piccola fiammiferaia di Hans Christian Andersen nel 1845. Sono storie che milioni di persone leggono, ascoltano, interiorizzano.
Storie che insegnano a riconoscere il bambino povero come figura tragica, innocente, bisognosa di salvezza, ma quasi mai come soggetto portatore di diritti o di un contesto familiare complesso.
In questi racconti il bambino è solo. Anche quando ha una famiglia, essa è assente, violenta o moralmente fallita. La povertà narrata non è un fenomeno strutturale, ma una colpa, una sventura, un destino individuale.
La salvezza non passa attraverso un cambiamento sociale, ma attraverso l’intervento di un adulto giusto, di un’istituzione benevola, di una mano che si tende dall’alto.
Questo schema narrativo è funzionale all’educare la società, è potente, perché consola chi legge e legittima chi interviene.
Ma questo è uno schema che dovremmo oramai riconoscere a naso. Per educare la società la cosa più semplice è creare un problema, scatenare una reazione e dare la soluzione (problema-reazione-soluzione di Chomsky, nda).
Infatti quando l’America dell’Ottocento eredita questo immaginario, lo sfrutta e lo mette in pratica. I bambini degli Orphan Trains non sono solo spostati da un luogo all’altro, sono già stati simbolicamente separati prima, trasformati in figure astratte: orfani, randagi, bambini di strada, soggetti da redimere.
Che molti di loro avessero genitori vivi, famiglie povere ma esistenti, passa in secondo piano. La narrazione ha già deciso chi sono. In quest’ottica letteratura e amministrazione si normalizzano a fattor comune.
Non dico è che Dickens o Andersen propagandino gli Orphan Trains per conto di qualche entità di tipo massonico1, ma hanno contribuito a creare un clima culturale in cui l’idea di “salvare” un bambino separandolo dal suo mondo appare naturale, auspicabile e persino doverosa.
Quando una società impara a commuoversi per il bambino solo, smette di interrogarsi sul perché sia solo.
Ripensando a questi racconti, mi colpisce un aspetto: i bambini raccontati non crescono mai davvero. Restano sospesi in un’infanzia eterna, utili finché sono piccoli, invisibili quando diventano adulti.
È lo stesso destino che incontrano molti bambini degli Orphan Trains, assorbiti nell’Ovest come forza lavoro, come futuri cittadini da modellare, raramente come individui con una storia da ricostruire.
In questo senso, la letteratura ottocentesca non è solo uno specchio della realtà, è una palestra emotiva. Allena intere generazioni a pensare che l’infanzia possa essere separata, spostata, corretta, senza che questo generi un conflitto morale insostenibile.
Possiamo tranquillamente intenderla come propaganda per educare la società. Infatti quando poi arrivano le istituzioni, i treni, le leggi, il terreno è già pronto.

Forse è per questo che le immagini dei bambini in fila sui marciapiedi, in attesa di essere scelti da una famiglia dell’Ovest, non provocano scandalo immediato. Sono la continuazione di una storia già raccontata, già accettata e metabolizzata.
La realtà segue il racconto, non il contrario
A questo punto dell’indagine mi sono spinto oltre. Ho pensato che se l’Occidente ha imparato prima a raccontare l’infanzia come problema morale, e solo dopo a gestirla come problema amministrativo, allora applicare questa logica non più ai bambini poveri delle città, ma a intere popolazioni considerate “da civilizzare” sia apparsa come una geniale soluzione nel risolvere l’allora annosa questione dei nativi americani.
Si da quindi inizio a un capitolo ancora più scomodo della storio americana, che riguarda i bambini delle tribù dei nativi e l’assimilazione forzata come progetto educativo.
Ma questo richiede un altro passo ulteriore, e sarà il centro del prossimo articolo. Leggi:
Nota al lettore:
questo articolo fa parte di una serie di quattro testi dedicati al modo in cui l’Occidente moderno ha imparato a gestire l’infanzia come categoria sociale, amministrativa e culturale. Gli Orphan Trains sono solo il primo tassello di una storia più ampia, che continuerà nei prossimi articoli.
- Alcuni studiosi hanno notato che Charles Dickens conosceva diversi massoni (come il suo amico John Forster – membro della loggia Royal York of England) e che alcune sue opere contengono simboli o temi che possono richiamare idee massoniche — ad esempio, la ricerca di redenzione, la giustizia sociale, la fratellanza umana. ↩︎
Foto:
– di copertina Andy Feliciotti su Unsplash
– “piccola fiammiferaia” di Alban_Gogh da Pixabay
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