Se nel XIX secolo la società occidentale era stata educata a considerare l’infanzia come un problema morale – si veda Orphan Trains dell’America dell’800 – e poi amministrativo – si vedano Educare la società e Biopolitica dell’infanzia e Indian Boarding Schools -, con le incubatrici di fine ’800 accade qualcosa di ulteriormente più profondo: la vita infantile entra in una logica tecnica, misurabile, ottimizzabile, spettacolarizzabile e finanziabile.
La biopolitica dell’infanzia smette di essere implicita e diventa visibile, incarnata in corpi reali, piccoli, fragili, esposti allo sguardo del pubblico pagante.
Alla fine dell’Ottocento la mortalità infantile è altissima in gran parte dell’Occidente. Negli Stati Uniti, tra il 1880 e il 1900, muore prima del primo anno di vita fino a un neonato su cinque, con picchi ancora più alti nelle aree urbane e industriali.

I prematuri, in particolare, sono considerati casi persi. Gli ospedali non dispongono di reparti specializzati e spesso rifiutano di investire risorse su vite ritenute biologicamente compromesse.
In questo vuoto sanitario e contesto culturale si inserisce la figura di Martin Couney, medico di formazione europea, allievo della neonatologia pionieristica francese di Pierre Budin e delle prime incubatrici sviluppate da Stéphane Tarnier.
Couney comprende qualcosa che la medicina istituzionale dell’epoca non è ancora pronta ad accettare:
la sopravvivenza dei neonati prematuri non è un miracolo, ma un problema tecnico.
E come ogni problema tecnico dell’età industriale, può essere risolto rendendolo visibile, dimostrabile, replicabile.
Nel 1896, alla grande Esposizione di Berlino, Couney allestisce la sua prima esposizione pubblica di incubatrici con neonati veri, il Kinderbrutanstalt, letteralmente “fabbrica di vita infantile”.
Non è un laboratorio nascosto, è un padiglione aperto, visitabile, osservabile. Il pubblico paga un biglietto per vedere quei piccoli corpi sotto vetro, immersi in un ambiente controllato di calore e igiene.

L’anno successivo, nel 1897, l’esperimento viene replicato all’Esposizione di Londra, e nel 1901 alla Pan-American Exposition di Buffalo. Qui avviene un passaggio decisivo: la medicina esce dall’ospedale e entra nello spazio dello spettacolo.

Couney non è solo un medico, è un medico-imprenditore del progresso. Le cure, il personale infermieristico, le wet nurses e lo sviluppo delle tecnologie vengono finanziati proprio attraverso il biglietto dei visitatori.
Ma anche attraverso donazioni e una crescente fama popolare. Come riporta la scrittrice Dawn Raffel1,
“I giornali di Chicago amavano Couney… la figlia del direttore del Chicago Tribune, James Keeley, venne portata d’urgenza in un’incubatrice e salvata”.
La salvezza della vita infantile diventa sostenibile economicamente grazie all’esposizione pubblica delle incubatrici di fine ’800.
È in questo contesto che nasce anche il sospetto, oggi ricorrente, che attorno a Couney aleggi qualcosa di oscuro, persino l’idea fantasiosa della clonazione o crescita accelerata2. In realtà non esiste alcuna clonazione. I neonati non vengono prodotti, replicati o sostituiti.
La realtà è più prosaica. Sono bambini reali, spesso figli di famiglie povere o immigrate, affidati a Couney perché non esistevano alternative ospedaliere.
L’impressione che i bambini “non finissero mai” nasce dal flusso continuo di nascite premature in una società urbanizzata e dalla lunga durata delle esposizioni. Couney salvò migliaia di bambini, circa 7.000 in quarant’anni, stando a una stima della Raffel.
Ciò che inquieta non è una manipolazione fantascientifica della vita, ma il fatto molto più concreto che la vita possa essere gestita come un processo tecnico continuo.
Dal 1903 Couney stabilisce le sue esposizioni in modo permanente a Coney Island, prima a Luna Park e poi a Dreamland.
Per decenni, fino agli anni Quaranta, migliaia di visitatori osservano neonati vivere sotto vetro tra montagne russe, luci elettriche e venditori ambulanti.

Le fiere non sono solo intrattenimento, sono luoghi di addestramento culturale. Insegnano al pubblico a fidarsi della tecnica, ad accettare che la natura possa essere corretta, migliorata, ottimizzata.
Le incubatrici di fine ’800 non sono dispositivi neutrali, sono strumenti simbolici potentissimi.
Mettono in scena la vita come qualcosa che può essere salvata a patto di essere affidata a un sistema di controllo.
Non è un caso che negli anni Trenta Couney partecipi anche alle fiere di Chicago dove l’idea di progresso coincide apertamente con la capacità di governare i processi biologici.
Qui la biopolitica della vita infantile mostra il suo vero volto. Non si tratta più solo di compassione o carità, ma di gestione, calcolo, amministrazione della nascita e della sopravvivenza.
L’America di inizio Novecento non ha bisogno immediato di quei bambini come forza lavoro, ma ha bisogno di qualcosa di più profondo: normalizzare l’idea che la vita possa essere tecnicamente salvata e che questo intervento sia legittimo, desiderabile e persino spettacolare.
Le Kinderbrutanstalt erano osteggiate e Couney stesso subì gli insulti dell’establishment medico dell’epoca. Probabilmente le incubatrici avrebbero avuto ben altro destino se non avessero trovato un mecenate come il dottor Julius Hess, l’allora commissario sanitario della città e direttore del Journal of the American Medical Association.
Fu infatti al Century of Progress International Exposition di Chicago nel 19333 che l’“Infant Incubator Exhibit” di Couney ricevette ampia attenzione durante una trasmissione radiofonica nazionale, con la partecipazione di figure mediche come Hess e rappresentanti sanitari della città.
È un investimento culturale di lungo periodo. Da queste esposizioni nasce lentamente la neonatologia moderna, con reparti dedicati, protocolli e unità intensive.
Ma nasce anche una nuova percezione dell’infanzia, non più solo come soggetto fragile da proteggere, ma come oggetto di governance sanitaria.
La vita infantile diventa un fatto pubblico. Ed è in questo passaggio che si pongono le basi delle politiche sanitarie contemporanee, delle campagne di prevenzione, delle vaccinazioni di massa e di una visione della salute che intreccia medicina, Stato e popolazione.
Non è un salto improvviso, è una traiettoria storica. E’ proprio seguendo questa traiettoria che diventa possibile comprendere come l’opzione migliore per salvare la vita di un bambino prematuro sia stata quella di trasformarlo in un fenomeno da baraccone, e di come il passato, per quanto disturbante, continui a modellare il modo in cui oggi pensiamo la vita, la cura e il progresso.
Fonti:
– https://www.demographic-research.org/articles/volume/52/10
– https://neonatology.net/gallery/exhibitions/century-of-progress-international-exposition-1933-34/
– https://www.npr.org/2018/08/02/634577724/the-strange-case-of-dr-couney-tells-of-fair-sideshows-that-saved-babies-lives
– https://www.chicagotribune.com/2018/08/25/mysterious-doctor-couney-saved-thousands-of-premature-babies-and-put-them-on-display-at-the-fair/#
Foto di copertina https://allthatsinteresting.com/dr-martin-couney []esibizione permanente di Coney Island]
- “The Strange Case of Dr. Couney – How a Mysterious European Showman Saved Thousands of American Babies” di Dawn Raffel ↩︎
- l’idea nacque e fu successivamente alimenta da film d’epoca come “An Over-Incubated Baby” di Booth https://scifist.net/2018/03/03/an-over-incubated-baby/ ↩︎
- Questa fiera mondiale si svolse dal 27 maggio al 12 novembre 1933 e proseguì anche nel 1934 ↩︎
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