La musica a 13 anni nel 2025. Suona quasi come un titolo di un documentario, ma in realtà è solo una storia semplice, la mia, quella di un padre che si commuove guardando suo figlio ascoltare un vinile.
Ha sviluppato questa passione per i vinile acquistandone alcuni ancora prima di aver mai visto cosa fosse un giradischi. Così alla fine abbiamo deciso di regalargli un giradischi preamplificato con le casse.

Può sembrare banale, ma oggi, col mondo quotidianamente sull’orlo del baratro, in un tempo in cui tutto ciò che ti circonda vuole convincerti che il modo di vivere di oggi è “fluido”, leggero, invisibile, vederlo appoggiare l’ago su un disco è un atto quasi sacro.
Lo fa con una cura quasi maniacale che non gli ho mai insegnato esplicitamente. Pulisce il disco, controlla la puntina, osserva il movimento del piatto come se stesse maneggiando qualcosa di vivo.
E io lo guardo e mi sorprendo, perché in quell’attenzione c’è qualcosa che non appartiene più a questo mondo. Forse è per questo che mi emoziono.
La musica che ascolta non è quella che “il mercato” gli vomita addosso ogni giorno, impacchettata, ottimizzata per l’algoritmo e pronta a evaporare dopo trenta secondi.
È la musica di trenta, quarant’anni fa, financo a cinquanta forse. Quella che noi ascoltavamo per intero, senza saltare una traccia, quando ancora l’attesa era parte dell’esperienza. Quella che oggi lui definisce “pulita”. Dice proprio così:
“questa musica mi fa sentire pulito. Non come un lavaggio del cervello, ma come se mi lavasse la mente.”
E io resto in silenzio, perché da quella frase capisco più di quanto potrei spiegargli con mille parole. Capisco che non è solo questione di gusti, ma di percezione.
La musica di oggi spesso sporca, ti lascia addosso un’eco di rumore, come smog acustico che si deposita lento, invisibile, e ti toglie lucidità.
Ma c’è anche quella che pulisce, che ti libera, che ti fa respirare meglio. Quella che non ti dice cosa pensare o peggio non ti fa pensare, ma ti dà la calma per pensare e sognare.
Forse è per questo che mi commuovo: perché mio figlio, senza che glielo abbia mai detto, ha capito la differenza tra ciò che nutre e ciò che inquina.
E la sente sulla pelle. È come se, nel 2025, un ragazzo di tredici anni avesse trovato un modo per ribellarsi non urlando ma ascoltando.
In un mondo delirante che corre, salta e scrolla, lui sceglie di fermarsi. Di ascoltare un album intero, con i suoi silenzi, con le sue imperfezioni, con quel fruscio che precede la prima nota.
Non è un passatempo, è un rito. È la lentezza che diventa forma di libertà.
E mentre lo guardo, penso che forse non stiamo sbagliando tutto come genitori. Che qualcosa, tra un richiamo e una carezza, è passato. Perché la cura che mette nel trattare un disco è la stessa che metterà un giorno nel trattare le persone, le idee, la vita.
Quella sensibilità non si insegna con le parole, si trasmette per osmosi, come una frequenza che passa attraverso i gesti quotidiani.
Così, mentre la musica gira e riempie la stanza, sento che tra me e lui si sta costruendo una specie di ponte intergenerazionale.

Lui ascolta la colonna sonora della mia giovinezza e io, attraverso i suoi occhi, la riscopro come fosse nuova. Le stesse canzoni che per me hanno il sapore dei ricordi, per lui hanno il profumo della scoperta.
Anche se oggi artisti che un tempo ascoltavo con piacere, hanno gettato, senza alcuna vergogna, la maschera – tanto che vien da chiedersi se siamo cambiati noi o son loro ad esser sempre stati così – lui li ascolta con quella curiosità e fascinazione che solo artisti del calibro dei Led Zeppelin, The Beatles, The Police o i The Clash sono in grado di suscitare.
Ma mi ha fatto riscoprire anche alcuni gruppi musicali che conoscevo solo alla lontana. Ad esempio lui ha scoperto che l’attore e wrestler Dwayne “The Rock” Johnson è sposato con la figlia dell’ex batterista dei Boston, Sib Hashian (1975 – 1983).
Oppure i Journey di Don’t Stop Believin’!
Nel vederlo così assorto, capisco che la musica non unisce solo generazioni, ma le purifica.
Ripristina uno stato originario. Forse è questa la vera funzione della musica: restituirci a noi stessi, ricordarci chi siamo quando smettiamo di essere spettatori e torniamo a sentire davvero.
La musica di mio figlio a 13 anni nel 2025, è un segno di quel cambiamento in atto. È la prova che, anche in un’epoca di rumore, esistono ancora ragazzi capaci di scegliere il silenzio tra una traccia e l’altra, di riconoscere la differenza tra il suono e il chiasso, tra il pulito e lo sporco.
E allora sì che mi emoziono. Perché mentre lo guardo, sento che la purezza non è scomparsa. Non sono riusciti a rubarci l’anima, nonostante quella dei bambini sia costantemente sotto attacco, bombardata da immagini veloci, suoni vuoti e messaggi che vogliono plasmare ogni desiderio prima ancora che possa nascere.
L’anima dei bambini non è morta sotto tonnellate di trash TV e junk music, nonostante tutto il rumore che c’è intorno a noi.
Forse è solo nascosta, silenziosa, nei solchi di un vinile, in paziente attesa, che qualcuno come un ragazzo di tredici anni abbia la curiosità, la lentezza e il rispetto di scoprirla di nuovo, e mentre lo fa, la vita ritorna a brillare un po’ più chiara, un po’ più vera, e io posso solo sorridere, grato di poterlo guardare mentre ripete questo piccolo miracolo quotidiano.
Non smettere di crederci…
Foto di copertina StockSnap da Pixabay
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Spesso pensiamo che essere genitori significa sempre avere la verità in tasca, una sorta di sapienza superiore che abbiamo il dovere e la responsabilità di dover trasmettere ma – altrettanto spesso – possiamo ricevere dai nostri figli delle piccole, preziose, lezioni di vita e di esistenza. Cosa c’è di più significativo di questo legame intergenerazionale che unisce il prima e dopo e si realizza proprio nel “qui ed ora”?