Dubito Ergo SumECONOMIARepublic of Italy
Dubito Ergo SumECONOMIARepublic of Italy
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C’è un documento, sepolto negli archivi digitali della Securities and Exchange Commission americana (S.E.C.), che racconta una storia diversa dell’Italia. Non è un romanzo distopico, né un trattato di geopolitica. È un semplice modulo, il Form 18-K, depositato nel 2011 dalla Republic of Italy presso l’ente che regola i mercati finanziari statunitensi.

Leggendolo, emerge un’immagine inedita del nostro Paese: non più solo una nazione con la sua storia, cultura e istituzioni, ma un’entità finanziaria che presenta bilanci, descrive rischi, illustra politiche economiche a investitori stranieri. Un’entità che si registra presso un’autorità straniera per poter vendere titoli di stato sul mercato americano.

Da qui nasce una domanda che può sembrare provocatoria, ma che merita una risposta onesta:

cosa significa davvero essere una “Republic” nel sistema finanziario globale?

Il sito www.sec.gov è l’equivalente americano della nostra CONSOB, ma con una portata ben più ampia. Qui, qualsiasi ente – aziende quotate, governi stranieri, organizzazioni internazionali – che voglia raccogliere capitali negli Stati Uniti deve depositare documenti dettagliati. Bilanci. Rischi. Politiche future. Tutto accessibile pubblicamente attraverso il database EDGAR (non centra nulla con l’ex capo del FBI… o forse sì?).

L’Italia vi compare regolarmente. Spesso girano in rete documenti della SEC con su scritto Republic of Italy accompagnate da una serie di argomentazioni che vanno dal distopico finanziario al vassallaggio economico. Ho voluto vederci con un pò più di chiarezza.

Nel 2010, dopo la grande crisi finanziaria, il nostro Paese presentò un rapporto annuale che raccontava un’economia fragile: PIL in leggera ripresa (+1,3%), ma con un debito pubblico al 119% del PIL e un deficit al 4,6%. Il documento descriveva le manovre correttive, i tagli alla spesa, gli aumenti delle tasse. Una fotografia cruda della nostra situazione economica, letta prima da analisti di Wall Street che da molti cittadini italiani.

Republic of Italy 2010
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Nel 2013, un altro documento – questa volta un prospetto di offerta – registrava un programma di emissione di titoli per 10 miliardi di dollari. L’Italia chiedeva soldi agli investitori americani, accettando implicitamente le loro regole, i loro tribunali, la loro giurisdizione.

Republic of Italy 2013
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Questo documento non è un contratto di vendita del debito pubblico italiano sul mercato americano. Il Prospectus è un prospetto informativo destinato agli investitori. È la prova concreta che l’Italia, per finanziarsi, accetta le regole (e i tribunali) degli Stati Uniti. Il debito dello Stato è regolato dalla legge dello Stato di New York.

È inquietante? Sanza dubbio, ma dipende dal punto di vista.

Da una prospettiva puramente tecnica, si tratta di normale amministrazione finanziaria. Gli stati sovrani emettono debito sui mercati internazionali da secoli. La differenza è che oggi questi mercati sono globalizzati e dominati principalmente dagli anglo-americani, regolati da enti come la SEC.

Tuttavia c’è un “dettaglio” che dovrebbe farci riflettere: la sensazione che la sovranità nazionale si stia dissolvendo in contratti finanziari.

Che i cittadini, pur non essendo “asset” nel senso letterale del termine, diventino la garanzia ultima di debiti contratti con creditori stranieri.

Quando uno stato ha un debito insostenibile, chi presta i soldi detta le condizioni. E quelle condizioni spesso significano austerity, riforme strutturali – come quella delle pensioni -, politiche decise altrove. Chi non lo vede nella nostra quotidianità o è ignorante o si fa distrarre dai media asserviti, o più ignavamente fa finta di non vedere.

Qui entra in gioco un dettaglio linguistico apparentemente banale, ma che rappresenta una vera e propria trappola semantica.

Nei documenti SEC, l’Italia si presenta come “Republic of Italy”. Nella nostra Costituzione, siamo la “Repubblica Italiana”.

La differenza non è solo traduttiva. “Republic of Italy” suona come il nome di una corporation, di un’entità giuridica registrata. Ed è esattamente quello che serve per operare nei mercati finanziari internazionali: un soggetto giuridico chiaro, identificabile, responsabile.

Questo ha alimentato una serie di teorie – alcune ingenue, altre maliziose – secondo cui l’Italia avrebbe “venduto” la propria sovranità, trasformandosi da stato-nazione a società commerciale. I sostenitori di queste tesi citano proprio i documenti SEC come prova del “commissariamento” dell’Italia.

La realtà è più complessa.

Registrarsi alla SEC non trasforma uno stato in una corporation. Significa semplicemente accettare le regole del gioco per accedere ai capitali internazionali.

Republic of Italy - mercati finanziari globali
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

È una scelta pragmatica, dettata dalla necessità di finanziare il debito pubblico in un contesto dove i mercati domestici non bastano più.

Ma questo non elimina il problema di fondo:

quanto costa, in termini di autonomia decisionale, dipendere dai mercati finanziari globali?

È qui che la discussione diventa delicata. Accanto alle analisi serie sulla perdita di sovranità economica, circolano narrazioni molto più estreme. Siti come “gstvirtualbank.it” sostengono che fantomatiche entità avrebbero “estinto” il debito italiano, commissariando di fatto lo Stato. Citano i documenti SEC, li decontestualizzano, li intrecciano con pseudo-concetti giuridici tratti dal diritto commerciale americano (come lo UCC, Uniform Commercial Code).

Queste teorie appartengono al filone dei “sovereign citizens” o “freeman on the land”: movimenti che sostengono di poter sfuggire alle leggi nazionali invocando interpretazioni arzigogolate e macchinose ai limiti del fantasioso di codici stranieri.

In Italia hanno avuto una certa risonanza, specialmente durante la crisi del debito europeo, quando la frustrazione verso le istituzioni era al culmine1.

Naturalmente la sensazione che i cittadini abbiano perso il controllo sulle decisioni che li riguardano non è infondata. Io stesso a volte mi sento così, impotente e sconcertato. Ma credo che la soluzione non sta nell’invocare presunti crediti fantasma o commissariamenti immaginari.

Piuttosto ritengo che stia nel comprendere i meccanismi reali del potere finanziario e nel rivendicare, maggiore trasparenza e sovranità nelle scelte economiche.

Torniamo alla domanda iniziale:

cosa significa essere una repubblica nel XXI secolo?

La risposta non è scontata. Da un lato, c’è la Repubblica Italiana della Costituzione: fondata sul lavoro, sulla partecipazione democratica, sui diritti inviolabili (ok lo so che state ridendo ma sulla carta è così, nda).

Dall’altro, c’è la “Republic of Italy” dei mercati finanziari: un’entità che emette debito, negozia tassi di interesse, risponde a rating agencies (A+++, ndr) e investitori istituzionali.

Queste due dimensioni non si escludono necessariamente a vicenda. Ad oggi uno stato moderno deve saper navigare entrambi i piani. Ma il rischio, per nulla ipotetico, è che la seconda dimensione finisca per soffocare la prima.

Che le esigenze di bilancio imposte dai mercati prevalgano sulle scelte democratiche (vedi il continuo ritorno della proposta nucleare, ndr). Che la cittadinanza attiva venga ridotta a mera capacità contributiva.

Ritengo che oggi per noi la sfida sia duplice:

  1. Comprendere i meccanismi della finanza globale, senza cadere né nell’ingenuità (“sono solo numeri”) né nel complottismo (“ci stanno fregando tutti”).
  2. Rivendicare spazi di sovranità democratica, pretendendo che le scelte economiche siano discusse, trasparenti, subordinate al bene comune e non solo alla sostenibilità del debito.

Ignorarli significa rinunciare a comprendere una delle dinamiche fondamentali del nostro tempo. Demonizzarli come strumenti di sottomissione significa cadere in sterili narrazioni. Altre gabbie in cui tenerci sotto controllo.

Senza prenderci in giro e alla luce di quanto esposto ritengo che la via di mezzo sia la più difficile, ma la più fattibile:

usare quella trasparenza imposta dagli USA per tenere sotto controllo il nostro stesso governo.

Sembra abbastanza perverso, visto che in un certo senzo dobbbiamo diventare i watch dogs dei nostri padroni finanziari.

Ma se i documenti sono pubblici, leggiamoli. Analizziamoli. Usiamoli per fare domande scomode. Per chiedere conto delle scelte economiche. Per ricordare ai nostri rappresentanti che, prima di essere debitori verso i mercati, sono responsabili verso noi cittadini, il popolo.

Essere cittadini della “Republic of Italy” significa proprio questo: non subire passivamente le dinamiche globali, ma comprenderle, criticarle, provarle a indirizzarle.

Perché la sovranità non si perde solo quando qualcuno ce la porta via. Si perde soprattutto quando smettiamo di esercitarla.

fonti:
https://www.sec.gov/Archives/edgar/data/52782/000119312511277056/d245218dex1.htm
https://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_en/debito_pubblico/emissioni_sui_mercati_internazionali/Prospectus_Global_2013.PDF

  1. Questo articolo di Fanpage.it (perdonatemi la citazione, faccio mea culpa! nda) del 19 gennaio 2018 spiega che alcuni cittadini italiani, influenzati da teorie sovraniste prive di fondamento, chiedono di cancellarsi dall’anagrafe. Credono che l’iscrizione all’anagrafe rappresenti un contratto che li renderebbe “schiavi dello Stato Italiano”, concepito come una società privata (la “Republic of Italy”) registrata negli USA. In realtà si tratta di un travisamento delle norme internazionali. I comuni ricevono queste istanze (in aumento, a Roma +700%) ma le respingono come irricevibili, causando solo perdite di tempo e risorse all’erario pubblico. ↩︎

Foto di Sergei Tokmakov, Esq. https://Terms.Law da Pixabay

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