Dal mio osservatorio su questo caos globale, incrocio quotidianamente flussi di notizie, analisi strategiche e dichiarazioni ufficiali. Più i dati e le informazioni si accumulano, più si cristallizza in me una convinzione che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata considerata, e per tanti versi lo è ancora, un tabù nel discorso pubblico mainstream:
il conflitto mediorientale non è una serie di crisi isolate e sfortunate.
È il sintomo di una malattia sistemica non curata.
E oggi, guardando agli “equilibri” mondiali, mi chiedo se non sia arrivato il momento di chiamare questa malattia con il suo nome:
un’ideologia espansionista che, nella sua deriva più estrema, sta avvelenando non solo la regione mediorientale, ma l’intera architettura della pace globale.
Sono decenni che la comunità internazionale applica quella che potremmo definire una “diplomazia del palliativo”.
Si interviene quando esplodono le violenze, si lanciano appelli per il cessate il fuoco, si inviano aiuti umanitari. Si tratta, in sostanza, di gestire gli effetti collaterali.
Come ad esempio:
Il report Onu, ‘Israele ha preso di mira i bimbi di Gaza, un genocidio’
‘L’infanzia cancellata’. L’ira dello Stato ebraico: ‘Una farsa calunniosa’
Sembra che sia stato svelato il segreto di pulcinella eppure le vediamo tutti i giorni le immagini terribili dei bambini palestinesi mutilati e giustiziati mentre vanno a prendere l’acqua o giocano per strada.
Non che questo sia un sadico sport dei soldati dell’IDF – che poi vengono a rilassarsi in Italia – ma ancora all’epoca della guerra in Iraq, soldati americani sparavano, a loro discrezione, alla testa dei bambini che si avvicinavano alle reti perimetrali degli accampamenti USA.
Ma perché questo ciclo disumano non si interrompe mai? La mia analisi è che si continui a ignorare la radice culturale-ideologica del problema.
È emblematico come questo paradigma culturale, sedimentato nel tempo, ricalchi quello di certa sanità contemporanea, dove si preferisce tamponare il sintomo acuto, anziché estirpare la causa profonda.
Esiste, infatti, una narrazione fondativa, radicata in una parte significativa della società e della classe dirigente israeliana, che interpreta il diritto alla terra non come un accordo tra popoli, ma come un inderogabile mandato divino. Sembra anacronistico ma è così. Leggi “Israele e il 7 ottobre“.
Quando una visione del mondo presuppone che la sicurezza di uno Stato possa essere garantita solo attraverso il controllo, l’espansione territoriale o la sottomissione dei territori circostanti, qualsiasi trattato di pace diventa strutturalmente destinato a fallire.
Non si può costruire una stabilità duratura su un paradigma che, nella sua essenza, nega la legittimità esistenziale dell’altro.
Finché la comunità globale continuerà a trattare solo i sintomi (le bombe, i blocchi, le rappresaglie e, non ultimo, il genocidio) senza avere il coraggio politico di sfidare alla radice questa pretesa di supremazia territoriale, il Medio Oriente rimarrà un bubbone metastatico, pronto a infettare l’economia e la sicurezza di tutto il pianeta.
Eppure prese di posizioni forti e durature da parte della comunità internazionale sono una possibilità che gli stessi Think tank israeliani temono:
“Potenziali sanzioni finanziarie e/o embarghi commerciali o qualsiasi interruzione o riduzione dei commercio con Israele o con i Territori palestinesi, compresi i boicottaggi delle imprese affiliate o le difficoltà crescenti di ottenere autorizzazioni all’esportazione.”
Qualcuno che prende posizione c’è, come la eurodeputata Irene Montero, ma non lo vedrete mai al telegiornale perché altrimenti potreste svegliarvi e decidervi che è il troppo è troppo.
Potreste dire BASTA.
Tuttavia continua a persistere questo stallo internazionale che si inserisce in un contesto molto più ampio: il collasso morale dell’Occidente, simbolicamente e per molti aspetti praticamente incarnato nel declino morale dell’America.
L’ordine internazionale “basato su regole”, decantato da Washington e Bruxelles, ha perso ogni credibilità agli occhi del Sud Globale.
Le contraddizioni sono ormai sotto gli occhi di tutti: si condanna con ferocia l’invasione di un territorio sovrano come l’Ucraina, mentre si forniscono armi e copertura diplomatica a chi compie operazioni simili, o peggio, in Siria, Libano, Cisgiordania e Gaza.
Questa ipocrisia non è passata inosservata, le masse se ne stanno finalmente accorgendo, e ha accelerato la frantumazione dell’egemonia unipolare occidentale.
Non a caso stiamo assistendo all’ascesa di un nuovo ordine mondiale basato sul realistico pragmatismo del multipolarismo dei BRICS, lontano dalle semplificazioni in stile Guerra Fredda.
Prendiamo ad esempio l’Africa, vero termometro dei nuovi equilibri globali.
Per oltre mezzo secolo, potenze come la Francia hanno esercitato un neocolonialismo strisciante, mantenendo le nazioni del Sahel sotto scacco attraverso il meccanismo del Franco CFA e fornendo supporto militare a regimi autoritari purché allineati a Parigi.
Il risultato? Povertà strutturale e risentimento popolare cronico da decenni.
Oggi, quel modello è in frantumi. La Francia ha perso la sua presa. E al suo posto si sono affacciati attori come la Russia e la Cina.
Ovviamente, è ingenuo pensare che siano mossi da puro spirito umanitario: la Cina cerca risorse e rotte commerciali, la Russia offre sicurezza (anche attraverso contractor privati) in cambio di accesso minerario. Tuttavia, c’è una differenza fondamentale nella forma di questa relazione.
Pechino e Mosca non si presentano come tutori morali. Non impongono condizionalità su come un paese debba governarsi internamente. Offrono un modello di… come dire: “sovranità pragmatica“.
Affari e sicurezza in cambio di risorse, senza esportare democrazia targata USA.
Per molti leader e popolazioni africane, stanchi dell’ipocrita paternalismo occidentale, questa è un’alternativa preferibile. Una simile dinamica sociale la posso osservare anche in alcune testimonianze cubane che ho raccolto qui da noi. I cubani sono stanchi della povertà e dell’embargo e sono disposti a diventare una “colonia” americana pur di mangiare.
I BRICS non stanno “salvando” l’Africa, ma le stanno offrendo uno spazio di manovra che l’Occidente, con la sua arroganza, le aveva negato
In questo nuovo scenario, la critica all’espansionismo israeliano trova una eco potente, perché si allinea perfettamente con la storica lotta anti-coloniale di questi popoli.
Dunque, tornando alla domanda del titolo: il sionismo nelle sue derive espansioniste è la radice del caos globale? Origine di tutti i mali?
A uno sguardo più attento si potrebbe dire di no, in senso assoluto. Questo perché, non tanto il sionismo in sé, ma il potere che oggi ha, è il risultato di una commistione di omertosa cecità politica e collusione con un ideologia criminale basata sul controllo del debito.
Alla luce di quanto sta accadendo oggi, questa ideologia agisce come un catalizzatore di instabilità che l’attuale, ma ormai vecchio, ordine mondiale non è più in grado di contenere.
Il mondo si sta compattando nella condanna a Israele non per un improvviso slancio di moralità, ma perché ha compreso che questa specifica anomalia geopolitica è incompatibile con la sopravvivenza di un sistema internazionale multipolare e stabile.
Tuttavia, non voglio che questa analisi si chiuda nel cinismo. C’è un elemento di speranza che osservo con crescente insistenza:
la fine del monopolio della narrazione da parte delle élite.
La storia ci insegna che i grandi cambiamenti di rotta non sono mai stati decisi nei salotti diplomatici, ma sono stati imposti dalla pressione tellurica delle masse.
Pensateci un attimo, i governanti, ovunque essi siano, reagiscono solo quando il costo politico del mantenimento dello status quo diventa insostenibile. E a rendere quel costo insostenibile siamo noi, con la nostra coscienza collettiva.
Siamo un pò come un cavallo imbizzarrito che cerca di disarcionare il fantino. Per un pò sembra riuscirci ma poi si calma e il fantino, che ha grande esperienza (millenaria dico io) nel gestire a proprio vantaggio questi momenti, riprende il controllo e continua a guidare il cavallo.
Vediamo accadere questi momenti in modi inaspettati. Lo vediamo, ad esempio, nelle recenti proteste a Kiev o a Leopoli, dove i cittadini, pur in un contesto di guerra devastante, scendono in piazza per chiedere conto al governo Zelensky, rifiutando di essere carne da macello e pedine passive di una narrazione imposta e chiedendo verità e responsabilità.
A Leopoli ci sono state proteste dopo controlli legati agli obblighi militari. Perché è un segnale così delicato?
Perché parliamo di Leopoli. È la grande città dell’ovest ucraino, la zona più legata al sentimento nazionale ucraino. Una protesta lì non è secondaria.
Segnala che il prezzo della guerra lo stanno pagando soprattutto le stratificazioni sociali inferiori: studenti, classi salariali, persone che hanno meno strumenti per sottrarsi alla leva.
A Cipro, per esempio, non sono pochi gli ucraini figli di benestanti. Persone di un certo ceto sociale che, in vari modi, sono riuscite a evitare questi obblighi.
È un segnale potente: il popolo non è più disposto a subire in silenzio le conseguenze delle scelte delle élite.
Ciò che vedo è che, dalle piazze di Londra a quelle di Johannesburg, passando per le strade dell’America Latina, si sta formando un fronte globale di coscienza. Non è solo protesta, è un risveglio spirituale e politico. È la comprensione profonda che la pace non può essere costruita sulle fondamenta dell’ingiustizia.
Il nostro compito non è solo osservare o indignarci. Ogni voce che si alza, ogni scelta di consumo consapevole, ogni pressione sui nostri rappresentanti è un mattone che smantella il vecchio ordine.
La vera geografia del futuro non la disegnano i generali o i banchieri, ma la volontà incrollabile di milioni di persone che, un giorno, diranno basta in modo definito e inderogabile. E quel giorno, credo, è più vicino di quanto pensiamo.
Quest’articolo può idealmente considerarsi come la conclusione di una trilogia iniziata nel 2023 con “Sionisti” e poi nel 2024 con “Israele e il 7 ottobre“.
Key era un soldato semplice dell’esercito americano che, sconvolto dagli abusi che vedeva commettere dai suoi commilitoni in Iraq, disertò e si rifugiò in Canada. Nel suo libro, descrive in dettaglio le violenze e le uccisioni di civili iracheni a cui aveva assistito, incluso l’omicidio di una bambina ↩︎
“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete.
L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale. Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.” ~ Eckhart Tolle
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La Fine è qui e non è niente tutti i problemi risolti ma la vita va avanti Hai pregato falsi dèi Volevo molto desiderio soddisfatto era quello che stavo cercando o stavo dormendo Hai pregato falsi dèi Giaccio nel vuoto luce del mattino io so che non so ricomincio a camminare con un sorriso stampato in faccia.