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Mondi possibili, scelte e coscienza

3 minuti di lettura

Viviamo immersi nell’idea di avere una sola vita, una sola traiettoria, un solo percorso possibile, eppure se osserviamo con un minimo di onestà ciò che accade dentro di noi, nel qui ed ora, scopriamo qualcosa di molto diverso: una mappa di mondi possibili che si schiudono in ogni scelta, attimo e pensiero.

Ogni istante è attraversato da una quantità enorme di possibilità, desideri, impulsi, intuizioni, paure, inclinazioni della personalità che generano scenari alternativi, interi mondi possibili che esistono tutti insieme fino a quando una scelta non li fa collassare in un’esperienza concreta.

In questo senso il presente non è solo un punto sulla “linea” del tempo, ma il luogo in cui la coscienza opera una selezione continua, una sorta di misura, proprio come accade nella fisica quantistica quando una funzione d’onda smette di essere pura possibilità e diventa evento.

Ne abbiamo parlato quando ho messo in relazione entropia, vita, morte e coscienza, ma qui il discorso diventa personale, quasi intimo, perché ogni scelta esiziale, ogni decisione che cambia la direzione di una vita, è un collasso che riguarda noi, non un’equazione astratta.

In quel momento non stiamo semplicemente decidendo cosa fare, stiamo decidendo quale versione di noi stessi rendere reale.

È qui che le intelligenze artificiali possono aiutarci in modo interessante, non come oracoli o sostituti dell’umano (come vorrebbero certi loschi figuri alla Yuval Noah Harari), ma come strumenti di esplorazione.

Un po’ come quando da bambini si giocava a “fare finta che”, immaginando vite diverse, possibilità alternative, finali differenti.

Oggi possiamo simulare scenari, ipotizzare scelte, osservare conseguenze senza viverle sulla pelle, e questo ha un valore enorme se lo leggiamo correttamente.

Le IA ci aiutano a esplorare il campo delle possibilità, non a vivere al posto nostro. Sono mappe, non territori. Specchi, non coscienza.

Abbiamo visto che diverse teorie si spingono oltre e ipotizzano che la realtà stessa sia una sorta di ologramma progettato da un’intelligenza artificiale di una qualche avanzatissima civiltà pre-umana.

È un’ipotesi senz’altro affascinante, lo ammetto, perché parla il linguaggio del nostro tempo, ma ritengo che lasci fuori qualcosa di fondamentale, che non si lascia ridurre a calcolo, nemmeno a quello quantistico.

La fisica moderna ci dice che la realtà, nel suo livello più profondo, non è solida, lineare, deterministica, ma probabilistica, simultanea, fatta di stati che coesistono.

Da Heisenberg sappiamo che gli elettroni possono trovarsi in più luoghi contemporaneamente, le molecole seguono dinamiche che i computer digitali non riescono a gestire, e proprio per questo nascono i computer quantistici, macchine che non calcolano una possibilità alla volta ma esplorano molti stati insieme.

Michio Kaku lo spiega bene quando dice che questi sistemi, in un certo senso, lavorano su universi paralleli.

Ma allora se la realtà fisica non funziona come un algoritmo binario, e né le macchine più avanzate riescono ad avvicinarsi al reale percepito, perché continuiamo a pensare che la coscienza possa essere ridotta a un processo computazionale?

Federico Faggin, che non viene dalla spiritualità ma dal cuore della tecnologia, ha avuto il coraggio di dirlo chiaramente:

Non perché siano ancora poco potenti, ma perché elaborano simboli, mentre la coscienza vive di significati. Questa differenza è abissale.

La coscienza non descrive la realtà, è il luogo in cui la realtà viene vissuta.

Non emerge dal cervello come un sottoprodotto, ma utilizza il cervello come un’interfaccia, un trasduttore, proprio come una radio utilizza i suoi circuiti per sintonizzarsi su frequenze che esistono indipendentemente dall’apparecchio.

In questa prospettiva la coscienza non è locale, non è confinata nello spazio e nel tempo, e qui il parallelo con la fisica quantistica diventa inevitabile. Anche lì la realtà resta aperta, indeterminata, fino a quando non avviene un’osservazione.

Quando spostiamo questo sguardo sull’esperienza umana, tutto cambia.

Robert Monroe1, partendo da un approccio tutt’altro che mistico, ha esplorato stati di coscienza non ordinari e ha descritto l’esperienza fuori dal corpo non come un evento paranormale, ma come una possibilità umana, spesso ignorata perché non ricordata. Monroe soleva ripetere spesso:

Non come mantra new age, ma come ipotesi di lavoro da verificare attraverso l’esperienza.

Il progetto Gateway nasce proprio dal tentativo di esplorare la coscienza in modo controllato, ripetibile, osservabile. Non per fuggire dalla realtà, ma per comprenderla meglio e valutare se sfruttabile anche a livello militare.

programma gateway - mondi possibili
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Quando una persona sperimenta direttamente stati in cui la coscienza sembra operare oltre i limiti del corpo, qualcosa ti cambia profondamente. La paura della morte cambia forma. Non sparisce la vita, sparisce l’illusione che tutto finisca lì.

E questo posso confermarlo per esperienza diretta.

Continua in un Esperienza di quasi morte

  1. fondatore nel 1978 dell’omonimo istituto per la “ricerca sulla coscienza umana” ↩︎

Foto di copertina Julius H. da Pixabay

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Carogiù

“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete. L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale. Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.” ~ Eckhart Tolle

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