Dubito Ergo SumPOLITICABiopolitica dell’infanzia e Indian Boarding Schools
Dubito Ergo SumPOLITICABiopolitica dell’infanzia e Indian Boarding Schools
4 minuti di lettura

Con il pezzo precedente – Educare la società – abbiamo visto come l’Occidente abbia imparato prima a raccontare l’infanzia come problema morale e solo dopo a gestirla come questione amministrativa, attraverso strumenti come gli Orphan Trains, attuando una vera e propria biopolitica dell’infanzia.

Secondo me questo è un passaggio cruciale, perché una volta che una società interiorizza l’idea che un bambino possa essere salvato separandolo dal suo mondo, dalla sua famiglia e dalle sue origini, il passo successivo diventa quasi inevitabile:

iniziare a credere che intere culture possano essere corrette attuando una biopolitica dell’infanzia a partire dai loro figli.

Negli Stati Uniti questo slittamento concettuale avviene tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, quando la gestione dell’infanzia smette di essere un fenomeno emergenziale urbano e diventa una vera e propria politica di Stato.

È in questo contesto che nasce il sistema delle Indian Boarding Schools, il cui apice si colloca tra il 1880 e il 1960, anche se le sue radici affondano nella mentalità ottocentesca già pienamente metabolizzata.

Le autorità presentano formalmente queste scuole come un progetto educativo e civilizzatore, ma nella sostanza attuano un vasto esperimento di ingegneria sociale e culturale.

Forze istituzionali sottraggono, spesso con la forza o attraverso ricatti economici e giuridici, i bambini nativi americani alle loro famiglie e li inviano in scuole residenziali lontane dalle riserve, in luoghi fisicamente e simbolicamente separati dal loro mondo di origine.

A tal riguardo vi consiglio la visione del film “L’educazione di piccolo albero”.

La traduzione in italiano del titolo del film – la magica storia di un piccolo indiano – allontana dal messaggio principale

L’obiettivo dichiarato non è semplicemente istruirli, ma trasformarli attraverso la biopolitica dell’infanzia.

La scuola vieta la lingua madre, elimina gli abiti tradizionali, taglia i capelli e cambia i nomi. Tratta ogni elemento dell’identità originaria come un errore da correggere, come un ostacolo al progresso.

Richard Henry Pratt, fondatore della Carlisle Indian Industrial School (un nome un programma) nel 1879, sintetizza brutalmente questa visione in una frase che non lascia spazio a interpretazioni:

Uccidi l’indiano, salva l’uomo.

Non è una metafora, è un programma. L’infanzia diventa il terreno ideale per questo tipo di intervento perché viene percepita come incompleta, plasmabile, non ancora pienamente umana, esattamente come accadeva per i bambini poveri e orfani delle città industriali.

Anche qui il racconto precede l’azione. Il bambino nativo viene descritto come prigioniero di una cultura arretrata, salvabile solo attraverso la separazione forzata.

La famiglia indigena viene dipinta come incapace, il contesto tribale come un ambiente patologico.

È la stessa grammatica morale che abbiamo già visto all’opera nell’Ottocento urbano, semplicemente applicata su scala più ampia.

Le istituzioni americane non inventano nulla di nuovo, estendono una logica già rodata. Prima ai figli reietti della società industriale, poi ai figli di intere nazioni indigene.

Cambia la dimensione dell’intervento, non il principio che lo sostiene.

Addestrare i bambini significa addestrare il futuro, sedare in anticipo ogni possibile forma di resistenza a un potere che nel presente appare violento, ma che nel tempo verrà interiorizzato come normale.

I nativi americani avevano resistito per decenni sul piano militare e politico, ma quando il controllo si sposta sui figli, la resistenza non viene sconfitta, viene svuotata.

Biopolitica dell’infanzia e Indian Boarding Schools
Tra il 1879 e il 1918, oltre 10.000 studenti nativi americani provenienti da 140 tribù frequentarono la Carlisle Indian Industrial School.

Una generazione cresciuta senza lingua, senza memoria e senza legami non combatte più, semplicemente dimentica.

Il paradosso più inquietante è che tutto questo avviene sotto la retorica dell’integrazione pacifica! Si parla di educazione, di cittadinanza, di progresso, quasi mai di violenza.

Eppure l’atto più radicale non è l’uso della forza armata, ma la riscrittura dell’identità. L’Occidente non si limita a conquistare territori, pretende di correggere le persone.

E per farlo sceglie un’inedita linea d’azione: la biopolitica dell’infanzia.

A questo punto mi risulta difficile continuare a considerare tali fenomeni come deviazioni o errori della modernità.

Gli Orphan Trains, le boarding schools, le politiche di assimilazione forzata non sono incidenti di percorso, ma espressioni coerenti di una stessa visione del mondo.

Una visione in cui educare una società significa modellare gli individui prima che possano opporsi, prima che possano scegliere, prima ancora che possano ricordare chi erano.

Ora, se questa logica ha funzionato allora, se ha prodotto cittadini obbedienti, integrati e funzionali all’ordine costituito, viene spontaneo chiedersi quante volte sia stata riproposta in seguito, con linguaggi più o meno raffinati e strumenti apparentemente più umanitari.

Questa linea di studio mi ha portato a un altro passaggio storico quanto curioso dell’epoca, quello delle incubatrici mostrate alle fiere del Dott. Martin Couney, ovvero quando la vita infantile smette di essere solo rieducata e comincia a essere tecnicamente gestita per conto della sanità.

Nota al lettore:
questo articolo fa parte di una serie di quattro testi dedicati al modo in cui l’Occidente moderno ha imparato a gestire l’infanzia come categoria sociale, amministrativa e culturale. Gli Orphan Trains sono solo il primo tassello di una storia più ampia, che terminerà nel prossimo articolo.

Foto di copertina By David R. Francis (book author) – The Universal Exposition of 1904 (St. Louis: Louisiana Purchase Exposition Company, 1905), p. 91, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4359034.
Nel 1904, la Carlisle Indian Band si esibì durante la Louisiana Purchase Exposition a St. Louis presso il padiglione dello Stato della Pennsylvania, mentre la Haskell Indian Band eseguì un mix di musica classica, popolare e l’Aboriginal Suite di Dennison Wheelock, che includeva danze native e grida di guerra dei membri della banda.

PS: Si noti l’architettura “del primo 900” degli edifici sullo sfondo.

La consapevolezza si espande attraverso la condivisione.
Se questo articolo ha risuonato con te, condividilo e seminiamo insieme consapevolezza.

"Siamo gocce separate, ma lo stesso oceano ci chiama."

Vuoi ricevere altri spunti di riflessione?
Entra nella newsletter di Dubito Ergo Sum.

Carogiù

“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete. L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale. Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.” ~ Eckhart Tolle

One Comment

  1. Grazie. Ho particolarmente a cuore la storia dei nativi d’America e questo articolo porta alla luce un aspetto della loro storia e della persecuzione dell’uomo bianco molto delicato e molto importante… in qualunque tempo, in qualunque civiltà, comunque, è capitato che il popolo vincitore ha cercato di cancellare in tutti i modi possibili le tracce del popolo vinto. Le tradizioni fanno paura perché mantengono viva l’identità ed un popolo che ha a cuore la propria identità e le proprie tradizioni è un popolo che non può essere del tutto sconfitto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *