Resto fondamentalmente scettico sulla questione dello stretto di Hormuz, più in generale sul conflitto israele-Iran. Questo perché gli effetti, quanto meno mediatici, di questo conflitto mi ricordano quelli del periodo psicopandemico.
Per me Hormuz e Covid sono due facce della stessa medaglia. Solo che lo stretto di Hormuz non ti chiude in casa, ma ti blocca virtualmente il mondo.
Quando ho iniziato a sentir parlare di “crisi di Hormuz” ho fatto un mezzo sorriso. Non certo per superficialità, ma perché ormai certe parole le riconosciamo a pelle.
Ti piovono addosso, sembrano definitive, ti vogliono gettare nel panico e nello sconforto e poi dopo qualche giorno sono già sfumate.
Eppure, più ci rifletto, più mi convinco che Hormuz non sia solo uno stretto marittimo. Sta diventato una specie di simbolo. Un po’ come fu per il coronavirus del “Covid”, ma con una differenza sostanziale:
questa volta non ti chiedono di chiuderti in casa. Ti chiedono di accettare che il mondo si restringa, che muoversi diventi un lusso, che dubitare sia pericoloso.
Oggi le compagnie aeree (Lufthansa, Ryanair) annunciano cancellazioni “fino a maggio“, ma ammettono: “Non si sa, tiriamo a indovinare“.
Non dobbiamo più essere liberi di muoverci per il mondo. Dobbiamo restare entro i confini prestabiliti del civilissimo mondo occidentale. Se vogliamo farlo dobbiamo farlo con auto elettriche ( una batteria e 4 lavatrici ).
Perché il petrolio è costoso e solo gli yankee possono vendertelo. Il GNL russo è cattivo. L’idrogeno come combustibile! Esiste da anni ma ancora non sanno come imbrigliarlo nelle maglie del sistema.
Troppo facile l’elettrolisi. Un processo che utilizza una corrente elettrica per dividere l’acqua (H₂O) in idrogeno (H₂) e ossigeno (O₂):
All’interno di un elettrolizzatore, due elettrodi sono immersi in acqua con un additivo (elettrolita) che facilita il passaggio di corrente. L’idrogeno si forma al catodo, l’ossigeno all’anodo.
Ma, OPS! Il cloruro di sodio (NaCl), ovvero il comune sale da cucina, è un elettrolita!
Chiunque con un po’ di inventiva e pazienza potrebbe farsi il proprio elettrolizzatore, comprimere il gas raccolto e usarlo come combustibile.
Ma no. L’idrogeno che usi deve essere greeeeen e quindi deve provenire solo da fonti rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico), l’idrogeno così prodotto è definito “verde” o “rinnovabile”.
Capite il perché dell’enorme business che c’è dietro le pale eoliche in Sardegna, o della castigazione del fotovoltaico, che se lo installi sul tetto di casa lo puoi vendere a 6 cent ma devi comunque comprarlo a 40 dall’Enel?
Ma il il fotovoltaico conviene perché “eviti di comprare” a 40 cent, non perché “vendi” a 6 cent. «L’importante è che resti nel sistema» disse lo spacciatore al tossico.
Tuttavia, attualmente la stragrande maggioranza dell’idrogeno industriale (circa il 96%) non proviene dall’elettrolisi “verde”, ma da processi chimici che utilizzano combustibili fossili, come il reforming del metano (idrogeno “grigio”) e la gassificazione del carbone (idrogeno “nero”).
I padroni universali (per citare l’indimenticato Giulietto Chiesa) prima di essere certi di poter controllare la stragrande maggioranza del mercato alternativo al petrolio. Devono, se vogliono sopravvivere secondo il loro punto di vista, correre più veloci dell’inventiva umana.
Per questo motivo vogliono guadagnare tempo, spremendo fino all’ultima goccia di petrolio le riserve naturali di combustibili fossili, Nel frattempo fanno di tutto per farci restare dipendenti dai maggiori fornitori, che nel nostro caso sono ora gli yankee.
L’installazione del rigassificatore di Piombino rientra in questo schema, tra una paraculata e l’altra.
Inoltre il Pentagono parla di 6 mesi per bonificare Hormuz dalle mine… ma solo dopo la fine della guerra. Una guerra che, guarda caso, viene prorogata, come i Lockdown di Conte!
L’Iran sequestra navi, ci sono esplosioni “misteriose” in raffinerie chiave sparse per il mondo, il Kazakistan sospende le forniture di gas, perseguendo una cooperazione pratica con la NATO nell’ambito di una strategia “multi-vettore”, leggasi doppio gioco.
Tutto sembra coordinato. O almeno, così sembra. E se vi chiedete “Cosa sta succedendo?”, forse dovreste chiedervi “cui prodest?“.
A chi giova che noi pensiamo di andare in contro a una crisi energetica?
Se ci pensiamo, non è che ci sia una vera e propria crisi energetica per l’Europa.
La realtà dei fatti è che stiamo pagando il carburante 2 euro a litro e le bollette di luce e gas stanno diventando oltremodo insostenibili.
Il petrolio che passa da Hormuz coprirebbe solo il 3-4% del fabbisogno europeo. Allora perché tutto questo allarmismo?
La risposta che mi do – perché sono un gombloddista – è che
la crisi non serve a risolvere un problema logistico. Serve a preparare psicologicamente la gente a limitazioni future: nei viaggi, negli spostamenti, nella libertà di movimento.
È lo stesso schema del 2020, solo declinato in chiave energetica.
Ma poi riflettiamo: il petrolio non è solo carburante. È la leva del petrodollaro, è il motivo per cui certe guerre “non finiscono mai”, è il vero motore della geopolitica degli yankee.
La guerra permanente è la nuova regola ormai da anni, l’aveva denunciato Assange a suo tempo e lo stiamo vedendo ora.
Vi siete accorti che il conflitto in Ucraina dura ormai da 4 anni? Più della seconda guerra mondiale, dal punto di vista del coinvolgimento russo?
Se il petrolio diventa ancora più raro o ancora più costoso da estrarre (vedi il fracking, nda), chi controlla le rotte controlla il mondo.
Lo controlla per davvero. Non perché sia sempre e comunque l’oro nero, ma perché quest’ultimo serve anche e ancora da fondamenta per il funzionamento dell’intelligenza artificiale.
Non a caso scrivevo che la transizione energetica passa anche dalla condivisione dei dati e forse è in questa prospettiva che il controllo e la gestione dei big data potrebbe essere uno dei perché ci vogliono vaccinare tutti ad ogni costo coi vaccini obbligatori.
I sistemi di AI sono enormi energivori. Se vuoi sviluppare AI militare (vedi Palantir), sorveglianza di massa, modelli predittivi… ti serve energia e tanta.
E l’energia, oggi, viene ancora dal petrolio. Quindi: chi controlla Hormuz, controlla l’energia. Chi controlla l’energia, controlla il futuro tecnologico.
SCENARI ECONOMICI ha fatto un ottimo video considerando che Il 95% del traffico Internet mondiale è a rischio, paventando il temuto blackout tecnologico.
Nuove analisi mostrano, infatti, quanto sia facile bloccare i cavi sottomarini che tengono in piedi le banche e le comunicazioni di tutto il mondo. Un doppio punto debole tra Mar Rosso e Golfo Persico che potrebbe lasciare nazioni intere senza rete.
Siamo fottuti, allora. Penso ancora no. Cosa possiamo fare? Vi sembreraà ingenuo ma penso che non dobbiamo mai smettere di coltivare il dubbio sistematico.
Il ché non significa essere “Negazionista”, anzi se ti bollano come tale allora sai di essere sulla retta via. Significa chiedersi sempre: cui prodest, chi ne trae vantaggio? Di sicuro non sarai mai tu o la tua famiglia.
Se accettiamo che ogni crisi sia “naturale” o “imprevista”, perdiamo la capacità di leggere uno schema. E di schemi, in questi anni, ne abbiamo visti e parlano chiaro: emergenza → paura → richiesta di controllo → accettazione passiva o imposta con la forza.
Vorrei evidenziare ancora una volta, un po’ come si fa a scuola, il caro vecchio concetto del sempreverde trinomio:
PROBLEMA → REAZIONE → SOLUZIONE
più volte richiamato in questo blog e che non si smentisce mai. Tuttavia passa agevolmente sopra le nostre teste (come le scie degli aerei) che non si accorgono dell’elefante nella stanza.

Noi possiamo scegliere di non stare al gioco.
Non con urla o alimentando inutili quanto deleteri facili complottismi. Ma con domande scomode, con connessioni critiche. Stimolando i neuroni di chi ci sta attorno, con la volontà di non farci ridurre a spettatori passivi e spaventati.
fonti:
– https://www.enpal.com/it/fotovoltaico/ritiro-dedicato
foto di copertina da Pinterest
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