Dubito Ergo SumSOCIETA'La complessità della fatica
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il valore della fatica
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La complessità della fatica

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Anche se non ho un figlio ancora in età di esame di maturità, mi piace, ogni anno, leggere le tracce dei temi proposti. Tra quelle presentate quest’anno una, in particolare, mi ha colpito in quanto specchio di una riflessione che ultimamente sto condividendo con le persone a me care, ovvero il valore della fatica.

La traccia del tema propone un testo tratto da uno scritto di Mario Calabresi, “Alzarsi all’alba” ed è il seguente:

Qualche giorno fa ho incontrato una coppia di giovani genitori, il cui figlio inizierà la prima classe della primaria. Quando ho chiesto al bimbo cosa ne pensasse, come si immaginasse questo cambiamento, mi ha detto che voleva tanto imparare a leggere e scrivere.

La mamma, un po’ preoccupata, mi riferisce che il figlio è emotivo e piange facilmente se non riesce in qualcosa ma che è comunque molto curioso e ha sempre voglia di scoprire come funzionano le cose attorno a sé.

Ecco, questa è una premessa meravigliosa per iniziare un percorso di “scolarizzazione”: la curiosità, la voglia di capire.

Allora, cosa c’entra Il valore della fatica?

il valore della fatica

Il termine “fatica” deriva dal latino “fatis” legato al verbo “fatisco”. Il significato del termine latino rimanda all’idea di fendersi, screpolarsi, per questo motivo, in campo ingegneristico, il “punto di fatica” è quel punto oltre il quale una sollecitazione produce un danneggiamento e quindi una rottura.

Sembrerebbe un significato negativo, ma non è sempre vero. Il punto di rottura, nella tecnologia dei materiali, ci indica fino a che punto può spingersi, appunto, un determinato prodotto.

Se slittiamo dal termine fatica a quello, apparentemente meno intenso, di sforzo, diventa forse più accettabile abbracciare l’idea che ogni conquista in campo fisico, educativo, psicologico, richiede un certo livello di “impegno”.

Pensando al bimbo che incontrerò a settembre nella sua prima esperienza di scuola, sento forte la responsabilità di provare a non smorzare la sua curiosità ed fargli accettare il fatto ineluttabile che per apprendere a leggere e scrivere dovrà comunque fare un po’ di fatica e non è detto che sarà sempre piacevole.

Una grande responsabilità insieme ad un enorme privilegio.

L’impressione che ultimamente ho è che quella curiosità e quella tensione a scoprire e svelare a se stessi il mistero del funzionamento del mondo che i bimbi quasi sempre hanno, vada poi smorzandosi nel corso degli anni e del percorso scolastico.

Trovo che sia davvero un peccato che non rimanga dentro i ragazzi di una scuola secondaria l’idea che stiano scegliendo la scuola anziché subirla, in quanto “scuola dell’obbligo”.

Inoltre, molti genitori che ho modo di osservare o di incontrare, in uno slancio sicuramente molto amorevole, tendono, da un lato a riempire la vita dei propri figli con mille impegni extrascolastici e dall’altro a dedicare ogni possibile sforzo per eliminare ogni difficoltà che si presenta all’orizzonte.

Non credo che eliminare la fatica sia utile o funzionale al processo di crescita.

Credo invece che abbracciare l’idea che qualunque attività che ci ha reso in qualche modo più competenti, saggi, edotti ha richiesto una certa quota di sforzo e difficoltà e parimenti di soddisfazione.

Inoltre, azioni di successo, ripetute, creano nuove connessioni cerebrali.

valore della fatica

Le attività che sono legate alla nostra sopravvivenza come mangiare, bere, riprodursi, sono legate ad un circuito cerebrale chiamato “circuito della ricompensa, un sistema che Madre Natura ha ideato (come in moltissimi altri esseri viventi) per rinforzare un comportamento adattivo.  

I neuroni dell’area tegmentale ventrale e della substantia nigra1, in particolare, sono i principali produttori della dopamina.

La dopamina è un neurotrasmettitore il cui rilascio è alla base della sensazione di piacere e del rinforzo comportamentale.

Questo sistema di ricompensa è molto legato a quello della memoria che è a sua volta molto legata a quello dell’apprendimento.

Quando, ad esempio, si parla di apprendimento associativo, si sta evidenziando il legame tra un comportamento e un esisto considerato positivo e il suo consolidamento con la memoria.

Al di là del significato biologico, esiste un meccanismo riconosciuto secondo il quale uno sforzo in direzione di un risultato prevede un risultato atteso che può configurarsi come conquista, ricompensa, che sia un voto a scuola o altro.

Il legame tra il raggiungimento del risultato con la sensazione di piacere è biologica quanto psicologica ma è comunque legata alla fatica che si impegna nell’ottenerla.

Molte delle competenze che sono state acquisite da generazioni precedenti alla nostra, sia nell’ambito del lavoro manuale che intellettuale, sono state poi fagocitate e incorporate nella tecnologia galoppante.

Uno sviluppo tecnologico al tempo stesso rapidissimo e dai risvolti spesso imprevedibili.

Pensiamo a come sono cambiate molte delle nostre case o auto. La comunicazione con l’avvento della tecnologia moderna, nata “al servizio dell’uomo” e lo scopo di “semplificarci la vita”.

Ma la complessità della vita è davvero un “male”? La complessità può essere invece, in molti casi, un’opportunità e nell’affrontarla e superarla il nostro cervello sviluppa un grande potenziale cognitivo, facendoci diventare, in qualche modo “più intelligenti”.

Le generazioni “ante-tecnologia” hanno vissuto in un mondo fatto di gettoni telefonici, di libri delle ricerche, di auto senza air bag e assistenza al parcheggio, sono quindi più consapevoli di tanti meccanismi.

le nuove generazioni sono invece totalmente esposte ai rischi a cui la tecnologia li espone, a cominciare dalla capacità cognitiva: si sta passando da un pensiero che va in profondità ad uno che scorre come se stesse navigando in superficie, veloce e reattivo.

Oggi sappiamo, a differenza di quanto si riteneva 40-50 anni fa, che il cervello umano è strutturato in modo da essere plastico e modificabile durante tutto il corso della vita, non solo nei primi anni, anche grazie alle scoperte di Michael Merzenich.

Dice Merzenich:

La tecnologia non va certamente demonizzata.

Per molti aspetti ha migliorato la qualità della vita di molte persone. Ci consente l’accesso ad una mole enorme di informazioni, ci aiuta a mantenere contatto con persone a grandissima distanza.

Ha diminuito enormemente il rischio di incidenti e di pericolo in molti ambiti lavorativi ma non deve diventare un sostituto del pensiero, della capacità di esercitare la ragione, la curiosità, il valore della fatica dell’apprendimento.

Io sono cresciuta in un mondo per certi versi più “complesso”, in cui fare molte cose richiedeva più tempo, fatica, ingegno e capacità ma questi ostacoli aiutavano anche ad scoprire se stessi e a costruire il proprio sistema valoriale nell’apprendimento.

Oggi la gratificazione, in molti giovani, passa attraverso la tecnologia, che sia per risolvere un compito o per “incontrare” altri utenti, per essere chi non si è trincerandosi dietro uno schermo.

Non essendo più obbligati a confrontarsi con i coetanei, i ragazzi rimangono delle vittime emotivamente fragili di se stessi, incapaci di confrontarsi con la frustrazione, la noia, le fatiche della vita.

A ciò aggiungiamo i contaminanti ambientali di ogni tipo, dai social alla politica, alla scuola e gli interferenti endocrini oramai presenti ovunque dai prodotti di bellezza a quelli dell’aria e nel cibo.

Allora è difficile uscirne vincenti?

Penso che decidere di non rinunciare al valore della fatica dell’apprendimento, intesa come – per citare Calabresi – dedizione, pazienza, tenacia: sia un punto fondamentale.

Così come non delegare alla tecnologia la nostra capacità di pensiero e ragionamento, la voglia di scoprire e comprendere.

Concedersi tempo per leggere libri, per annoiarsi, per parlare con sconosciuti, per riscoprire il valore purificante del silenzio, scrivere una lettera ad una persona cara, recuperare il tempo che richiede la preparazione di un pasto, di una passeggiata nel bosco.

E’ tempo di togliere, di ridurre e di semplificare: ma non il valore della fatica, bensì le agevolazioni eccessive, il troppo cibo, le troppe informazioni inutili, le troppe attività che non ci fanno stare con noi stessi.
Nel silenzio degli alberi il respiro rallenta, e ciò che sembrava rumore torna semplicemente vita.
Immagine dell’autore dell’articolo
  1. Entrambe si trovano nel mesencefalo (una porzione del tronco encefalico), nella sua faccia ventrale (anteriore), circa a metà del cervello in profondità.
    Area tegmentale ventrale (VTA): posizione mediale (vicino alla linea mediana), situata nel tegmento mesencefalico, appena sopra i peduncoli cerebrali.
    Substantia nigra (SN): posizione laterale rispetto alla VTA, si presenta come una lamina scura (ricca di neuromelanina) situata tra il tegmento (dietro) e i peduncoli cerebrali (davanti).
    Sono praticamente “vicine di casa”, con la VTA più internamente/medialmente e la substantia nigra più esternamente/lateralmente, entrambe a livello dei collicoli superiori nel mesencefalo. ↩︎

Foto di copertina Maria Moczydlak da Pixabay

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