L’Universo ti ascolta. Ti aiuta. Mette a posto le cose. Quante volte ce lo diciamo? L’Universo, quasi fosse un’entità trascendente, che con precisa intenzionalità agisce sugli eventi, modifica le traiettorie e fa sì che le cose accadano al momento giusto… un attimo, questo suggerisce una riflessione mica da ridere: come ha fatto l’universo a diventare cosciente di sé?
Sì, perché l’idea di un universo cosciente, con cui confrontarsi, confidarsi – come una specie di “grande spirito” indiano – continua a tornarmi in mente ogni volta che provo a osservare la realtà da una prospettiva più ampia.
Siamo abituati a considerare la coscienza umana come qualcosa di normale, scontato. Pensiamo, immaginiamo il futuro, ricordiamo il passato e ci interroghiamo sul significato dell’esistenza.
Eppure, in un’epoca dove il materialismo arimanico1 impazza più che mai che in passato, se ci fermiamo un momento, la vera anomalia potrebbe essere proprio questa:
Come nasce la coscienza dalla materia?
Una domanda apparentemente semplice. Ma le risposte, perché non ce n’è una sola, lo sono molto meno.
La scienza descrive con straordinaria precisione il funzionamento della materia. Conosce le particelle, le forze fondamentali, le reazioni chimiche e molti dei processi biologici che rendono possibile la vita. Eppure, quando arriviamo alla coscienza, il quadro della realtà comincia a sfumare.
Un po’ come quando ho scritto di Philip Dick.
Quindi, com’è che esiste questa cosa come la coscienza che prova emozioni, ricorda il passato e si pone domande sulla propria esistenza?
Se osserviamo la storia dell’universo, vediamo una lunga sequenza di trasformazioni. Dalle stelle nascono gli elementi chimici più pesanti. Tra questi c’è il carbonio. Lo stesso carbonio che oggi costituisce il nostro corpo. Lo stesso carbonio che un albero ricava dall’anidride carbonica presente nell’aria.
In “La CO2 e l’aria che diventa legno” avevo riflettuto proprio su questo aspetto. Il legno di un albero non nasce dal nulla. Nasce dall’aria. La materia che lo compone era dispersa nell’atmosfera e, attraverso la fotosintesi, ha assunto una forma nuova.
Se ci pensiamo bene, è un fatto quasi incredibile.
Una parte della materia che oggi chiamiamo corpo umano potrebbe aver attraversato innumerevoli forme prima di arrivare fino a noi. Rocce, oceani, piante, animali e infine esseri umani. Sempre gli stessi atomi. Sempre la stessa materia e perché no anche energia.
Eppure qualcosa è cambiato.
A un certo punto della storia cosmica quella materia ha iniziato a osservare sé stessa.
Tuttavia esiste un’ipotesi ancora più radicale. E se la coscienza non fosse emersa dalla materia, ma fosse sempre esistita come matrice fondamentale della realtà?
In questa prospettiva gli esseri umani non sarebbero altro che frammenti temporaneamente separati di una stessa coscienza cosmica originaria.
L’universo non si limiterebbe a osservare sé stesso. Si frammenterebbe per fare esperienza di ciò che, nella sua unità, non potrebbe conoscere: la separazione, la dualità, l’incontro con l’altro.
Da questo punto di vista ogni relazione assumerebbe un significato diverso. L’altro non sarebbe davvero altro da noi, ma una porzione della stessa realtà che appare separata per permettere alla coscienza di riconoscersi.
Un’ipotesi che riecheggia alcune riflessioni di Corrado Malanga e che apre prospettive difficili da ignorare; perché, forse, ciò che chiamiamo conoscenza, amore o conflitto nasce proprio da questo continuo gioco di specchi o “sliding doors”, attraverso cui l’universo esplora aspetti di sé che altrimenti rimarrebbero invisibili.
L’universo può, dunque, osservare sé stesso?
Così come facciamo noi quando meditiamo. L’Universo è in noi e noi siamo l’Universo. No? Ritengo questa domanda estremamente affascinante.
Quando guardiamo una galassia attraverso un telescopio, siamo abituati a immaginare un osservatore che studia un oggetto esterno. Ma se NOI, come tutto ciò che esiste, apparteniamo allo stesso universo, allora quella distinzione diventa meno netta. Non è semplicemente una persona che osserva una galassia. È una parte dell’universo che osserva un’altra parte dell’universo.
L’Universo che osserva sé stesso!
Forse è proprio qui che la riflessione cambia forma. Se l’universo è davvero uno, allora ogni distinzione tra osservatore e osservato potrebbe essere soltanto una convenzione della nostra esperienza.
La coscienza sembrerebbe moltiplicarsi in miliardi di punti di vista differenti per poter esplorare sé stessa da angolazioni sempre nuove. Come se l’intero cosmo fosse un gigantesco specchio frammentato in cui ogni frammento, come un ologramma, conserva una parte dell’immagine complessiva senza poterla vedere interamente.
Detta così, la prospettiva cambia completamente.
Le stelle hanno prodotto gli elementi chimici che rendono possibile la vita. La vita ha generato organismi sempre più complessi. Alcuni di questi organismi hanno sviluppato memoria, linguaggio e capacità simboliche. Infine è comparsa la possibilità di porsi una domanda straordinaria:
chi siamo?
I sostenitori vaccinali o i “no-vax”? I buonisti per l’immigrazione a porte aperte? I pro euro a TUTTI I COSTI? Gli anticonformisti che hanno capito tutto? O i sostenitori anche del solo concetto di “guerra preventiva” o peggio “sostenibile“?
Siamo le idee che difendiamo? Le convinzioni politiche che professiamo? Le etichette che ci attribuiamo? O esiste qualcosa di più profondo che precede tutte queste definizioni?
Forse il vero mistero non è l’universo in sé, ma il fatto che abbia generato qualcosa , come noi, capace di chiedersi perché esistiamo, magari proprio col fine di guardarsi allo specchio e riconoscersi come una parte del tutto.
Nel mio articolo su entropia, vita, morte e coscienza avevo osservato come la vita sembri creare ordine locale all’interno di un universo che tende all’aumento dell’entropia. Anche la coscienza appare come una forma di organizzazione particolare della materia.
Una configurazione che permette alla realtà di diventare consapevole della propria esistenza, almeno in una misura che ancora fatichiamo a comprendere.
Naturalmente questa è una riflessione filosofica, non una conclusione scientifica.
La scienza continua a studiare l’origine della coscienza e molti ricercatori ritengono che essa emerga dalla complessità dei processi biologici e dall’attività di specifiche reti neurali. Tuttavia, rimane aperta la questione più profonda: perché tali processi siano accompagnati da un’esperienza soggettiva. Ad oggi non esiste una risposta definitiva.
Ma forse la parte più interessante non riguarda la risposta, ma la domanda.
Perché siamo così concentrati nel capire come funziona il cervello e così poco abituati a stupirci del fatto che qualcosa possa semplicemente fare esperienza della realtà?
Siamo talmente immersi nella coscienza da dimenticare quanto sia straordinaria.
Una pietra esiste. Un albero vive. Un essere umano sa di esistere.
Tra questi tre stati sembra esserci un salto quantico che nessuna formula è ancora in grado di spiegare completamente.
Allora questo significa che la coscienza trascende la materia?
Non necessariamente.
Ma ritengo significhi – quasi banalmente – che la relazione tra materia e coscienza è probabilmente più profonda e complessa di quanto immaginiamo.
Forse un giorno verrà trovata una spiegazione completa. Oppure verranno scoperti nuovi livelli della realtà che oggi non riusciamo nemmeno a concepire. In entrambi i casi, la domanda continuerà ad accompagnarci.
Come ha fatto l’universo a diventare cosciente di sé attraverso gli esseri umani?
Più rifletto su questa possibilità, più mi sembra che il mistero non riguardi soltanto la coscienza. Riguardi il nostro posto nel cosmo.
Perché se davvero siamo fatti della stessa materia delle stelle, allora ogni pensiero, ogni ricordo e ogni domanda che formuliamo rappresentano qualcosa di straordinario: una porzione di universo cosciente che, per un istante, apre gli occhi e si osserva.
E forse non si limita a osservare sé stesso.
Forse cerca di comprendere qualcosa che, nella sua apparente unità, non può sperimentare direttamente: cosa significhi essere separato da sé. Cosa significhi incontrare un altro. Cosa significhi riconoscersi in ciò che sembra diverso.
Se fosse così, la coscienza non sarebbe il punto di arrivo dell’evoluzione cosmica, ma il modo attraverso cui l’universo continua a esplorare il proprio mistero.

- nell’antroposofia di Rudolf Steiner, Arimane rappresenta la tendenza a ridurre la realtà esclusivamente a ciò che è misurabile, quantificabile e materiale. Il termine “materialismo arimanico” viene qui utilizzato in senso filosofico e simbolico, non religioso. ↩︎
fonti:
– Reuters – Studio internazionale sulle basi biologiche della coscienza
– Springer Nature – Progress in Understanding Consciousness? Easy and Hard Problems
Foto di copertina kp yamu Jayanath da Pixabay
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