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La memoria è la capacità che il nostro cervello ha di conservare informazioni e io non dimentico.

« Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua.
E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei.»

(Lao Tze)

Il nostro cervello riceve e decodifica le informazioni che riceviamo dal mondo esterno, le immagazzina ed infine ne consente il recupero. Questo processo della memoria è fondamentale per la nostra sopravvivenza.
Infatti, grazie ad esso, rielaboriamo il nostro passato, comprendiamo il nostro presente e ci “attrezziamo” per il nostro futuro.

La memoria, però, non riguarda solo eventi, sequenze e competenze acquisite, ma comprende anche le risposte fisiologiche. Questo tipo di memoria è detta memoria emotiva.

Credo sia capitato ad ognuno di noi, ad esempio, di ricordare la forte emozione provata in un determinato avvenimento ma non i dettagli dell’evento stesso. Così come ci è capitato di sentire un profumo o un odore particolare con la certezza che dietro a quella percezione si cela un ricordo di cui magari non si riesce a definire i dettagli (chi non conosce le “madeleine di Proust”?1). Questo recupero dell’emozione può avvenire con qualunque dei cinque sensi, sebbene sembra che l’olfatto sia il più ancestrale e sviluppato.

La forte correlazione tra emozioni e memoria sembrerebbe indicare che le emozioni forti selezionano gli eventi maggiormente significativi e quindi archiviati in maniera più duratura nelle nostre tracce mnestiche.

Che accade se le emozioni non sono solo positive, ma anche negative, come la paura e l’ansia?
Come la rabbia?

Se cerco di ripercorrere gli ultimi tre anni in particolare, cosa ricordo maggiormente?

Degli ultimi tre anni ricordo diversi “fotogrammi” che non potrò mai dimenticare.
Brevi istantanee fatte di un’immagine, una parola, un odore o una forte sensazione.
Per esempio:

  • L’odore persistente dell’alcol con cui veniva “sanificato” continuamente l’ufficio in cui lavoravo, l’odore delle mascherine, fibre imbevute di chimica e ipocrisia.
  • I protocolli, i dpcm, le dgr, i regolamenti sanitari e dell’Ordine professionale, le norme di comportamento con caratteri cubitali, in grassetto, continue punteggiature, diciture pompose e l’inutile prolissità dei vocaboli.
  • Il termometro digitale puntato in fronte o alla tempia come un’arma, anche laddove veniva richiesto di puntarlo altrove.
  • Le occhiate sospettose dei miei ex-colleghi, i loro discorsi interrotti al mio arrivo.
  • Il silenzio assordante di colleghi (amici?) con cui ho lavorato giorno e notte per vent’anni nel momento in cui ho deciso di andarmene da un luogo malsano e surreale.
  • Le bindelle rosse e bianche nei supermercati a delimitare i prodotti non vendibili perché ritenuti “non indispensabili”.
  • Lo sguardo, spesso stanco, di cassiere e commessi, al di là di un muro di plastica che nulla lascia all’interpretazione.
  • Una madre che trascina via la figlioletta di pochi anni che vuole giocare con la giostrina chiusa dai nastri dei vigili. Lei piange disperata, la madre la rimprovera “perché li c’è il covid” e mio figlio strappa i nastri e altri ragazzetti cercano di rimetterli perché hanno paura di morire e mio figlio gli risponde che per paura di morire on vivono più.
  • L’odore della pioggia e il freddo nelle ossa di un giorno di inverno, quando mi è stato negato con zelo e inflessibilità un cappuccino anche da asporto con la risposta consueta: “eh ma non è colpa nostra se no ci multano”.
  • La “dad” al computer davanti alla testolina di mio figlio che guarda allibito la maestra che indossa la salvifica mascherina.
  • I bunker nel giardino della scuola per “accogliere” chi “sceglie” di non vaccinarsi.
  • Anziani rinchiusi in rsa che incontrano i loro cari plastificati in abominevoli “stanze degli abbracci”.
  • Camion militari che sfilano per creare paura e sgomento.
  • Polizia, carabinieri, vigili etc. che hanno vessato, multato, abusato e fatto violenza gratuita su inermi cittadini.
  • Parole che mai avrei voluto udire in vita mia: “se non ti vaccini, muori e fai morire“.

Può un diritto inalienabile diventare una concessione meritocratica stabilita arbitrariamente? Io penso di no.

Non dimentico nulla.
Non posso dimenticare nulla.
Non voglio dimenticare nulla.

Non tutto il male che ha mandato in pezzi famiglie, amicizie, sistemi economici, situazioni sanitarie, rapporti di parentela e relazioni di amicizia.

Non dimentico però nemmeno tutto il bene che ho incontrato, dato e ricevuto in questi tre anni.

La libertà che ho fortemente sentito di volere e di cui avevo diritto, le scelte consapevoli e le relazioni nuove che ho intrecciato che tuttora fanno parte della mia vita. Da una crisi nasce un’opportunità e questa opportunità è quella di ricordarmi che sono un essere in cammino su un percorso di evoluzione continua.

Il male, per quanto non dimenticato, non deve annichilirmi o brutalizzarmi ma aiutarmi a comprendere qual è la direzione da prendere e a fare scelte consapevoli.

La memoria, così, mi sostiene non solo per ricordare ciò che non deve tornare più ma anche ciò che non è stato in grado di distruggermi.

Video Silver Nervuti: C’era una volta l’Italia, quella di tre anni fa, o se preferite, quella di 1.100 giorni fa. Video introduttivo del docufilm PANDEMONIUM.

Note:
1 https://libreriamo.it/libri/madeleine-marcel-proust-origine-significato/#SnippetTab
Foto di copertina Richard Mcall da Pixabay

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