Dubito Ergo SumCinemaCoscienza e materia (parte 2)
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7 minuti di lettura

Quando il mondo cambia con chi lo osserva

Un altro aspetto della questione (segue da Coscienza e materia – parte 1) che mi intriga è: se la coscienza, essendo campo, potesse stabilire correlazioni reali tra sistemi viventi oltre lo spazio fisico del cranio? Non parlo di magia, parlo di ipotesi empiriche scomode che hanno già avuto attenzione in ambiti governativi non proprio irrilevanti.

Abbiamo visto che esistono documenti CIA declassificati in cui vengono discussi effetti di coerenza e sincronizzazione tra cervelli, ipotesi di “attività extra-cranica” che stabilisce connessioni funzionali misurabili.

Non sto dicendo che la scienza abbia chiuso il caso, ma che la domanda è legittima e, dove c’è traccia scritta in archivi governativi pubblici, vale la pena tenerla sul tavolo della discussione senza remore, perché il tabù epistemico è spesso un riflesso condizionato, non un’argomentazione.

Se ripenso all’idea di Grinberg, secondo cui il cervello non crea la coscienza ma l’accorda come uno strumento con la musica dell’universo, mi vengono in mente tre piani che si muovono insieme:

In mezzo c’è

Coscienza - Philip K. Dick
Philip K. Dick col suo gatto fine anni 70′ – fonte: Reddit

A questo punto la domanda slitta di lato e intuisco perché Philip K. Dick mi torna di continuo in mente. Lui ha raccontato di realtà laterali, scivolamenti “di fianco”, mondi sovrapposti che ogni tanto collassano in una versione leggermente diversa dell’attuale.

Quando descrive il déjà-vu come indizio di una variazione nel programma del mondo (ricordate il gatto di Matrix?), non sta chiedendo fede, sta offrendo una metafora potente per pensare alla coscienza come ad un agente di selezione tra molteplici potenzialità.

Se una realtà è un insieme di possibilità in attesa di attualizzarsi, la coscienza potrebbe essere il meccanismo, o meglio l’atto che decide con una precisa intenzionalità, dove la funzione collassa.

È un azzardo?
Sì, ma è coerente con l’idea che l’osservatore non sia fuori dal quadro ma ne faccia parte.

Sto scivolando nella “fantascienza”? Bé, il linguaggio della finzione a volte è l’unico modo per far passare, tra le maglie della cultura dominante, intuizioni, o verità se preferite, che non hanno ancora trovato un vocabolario assolutamente condiviso.

Qui ci torna utile una cosa che molti ignorano: esistono effettivamente tracce documentali di attenzione istituzionale attorno alla figura di Dick, almeno come oggetto di richieste FOIA registrate dalla CIA, e c’è un piccolo dossier FBI con lettere e note che testimoniano un’interazione non immaginaria con l’apparato governativo.

Non è la prova di una cospirazione, ma è sufficiente per dire che il confine tra narrativa e realtà “ufficiale”, nel suo caso, non è nullo.

In un mondo che opera sulla reputazione, anche la presenza del tuo nome nei registri giusti cambia il campo semantico di ciò che dici.

IN quest’ottica arrivo a un punto che non posso più ignorare:

Non lo dico come una sorta di slogan di difesa umanista, lo dico perché la distinzione fra informazione e senso è strutturale. Una rete neurale può generare frasi e ragionamenti plausibili, ma non sa cosa significano.

Sono io, campo cosciente, a riconoscere il significato. Qui Faggin è netto, e la sua nettezza è salutare in un momento storico in cui la fascinazione per il calcolo rischia di rincoglionirci tutti facendoci dimenticare la differenza fra simulazione e presenza.

Se riduco la coscienza a computazione, perdo l’unica risorsa che ho per sentire il mondo come esperienza viva e non come una mappa mentale in cui perdersi.

È per questo che l’ossessione per il controllo (mappare, costruire, manipolare) funziona benissimo nelle cose materiali e malissimo sulla percezione, il senso o sul piano dell’intuizione.

Appena sposti la discussione sulle percezioni, il potere perde presa, per questo preferisce riportarti nei ranghi del misurabile.

Ma se è vero che il misurabile è solo metà del quadro, allora non posso continuare a vivere nella metà della confort zone senza pagare un prezzo, ovvero quello dell’atrofia del significato (vedi l’uomo non è una macchina è un essere spirituale)

Provo allora a tirare le somme di questa deriva mentale ma senza chiuderla: la mia coscienza non è un prodotto di laboratorio, è un evento del campo; l’identità personale è una forma stabile quanto basta per operare, ma il suo destino naturale è la re-immersione nell’unità immanente.

La morte è la riconsegna dei diritti all’oceano. Il risveglio non è una folgorazione, ma una “manutenzione” costante della coerenza interiore. Le realtà laterali/possibili non sono evasioni, sono un modo serio per dire che l’attualità non esaurisce il possibile. Avete mai visto il film – Sliding Doors? Lo consiglio.

L’entropia, dunque, non è il nemico, è la dispersione che rende significativo l’ordine locale. La materia non è granulare, ma è una specie di tessitura energetica onnipresente.

Se volessi una prova empirica a cui aggrapparmi mentre medito su tutto questo, direi che mi restano alcuni chiodi fissi:
– i lavori, con tutti i loro limiti, che discutono di accoppiamenti tra cervelli,
– i registri FOIA che menzionano un autore che ha fatto della realtà parallela il suo laboratorio narrativo,
– le interviste di uno scienziato che ha costruito microprocessori e ora dice, con disarmante semplicità, che la coscienza esiste prima della materia.

Tuttavia questi chiodi non sono il quadro, ma tengono ferma la sua cornice mentre lo osservo, proprio come esposto nella teoria sintertigica di Grinberg (CIA).

A questo punto la domanda che mi interessa di più non è “chi ha ragione?”, ma “che cosa cambia nella mia pratica quotidiana se prendo sul serio questa visione?”.

Poiché ci penso da tempo per me si consolidano almeno tre cose:

  1. riduco drasticamente la delega, perché se la coscienza è sorgente non posso aspettare istruzioni dall’esterno per essere integro;
  2. rendo porosa la mia identità, perché se sono campo devo accettare che la relazione mi trasforma, e allora l’ascolto diventa metodo, non un’occasionale gentilezza;
  3. tratto i miei stati d’animo interni come variabili reali del mondo, non come semplici epifenomeni soggettivi.

Questo significa che coltivare coerenza non è un lusso spirituale, ma è esperienza, sperimentazione, è ingegneria di campo, e in questa ingegneria le parole chiave, materia, campo informazionale, realtà olografica, unità, risveglio interiore, smontano l’ossessione per la misura come unico criterio di verità e mi indicano la via verso semplici pratiche di disciplina.

Frasi cortissime come respiri, scelta dei termini come accordatura (le parole sono importanti diceva palombella) link a fonti autorevoli e verificabili, per quanto possibile, non per inchiodare, ma per riaprire e stimolare i neuroni, e già che ci sono, mi concedo due domande a margine che non posso più scartare:

la coscienza genera la materia o la materia ospita la coscienza?
Esistono realtà parallele che la coscienza attraversa quando cambia la qualità della sua attenzione?

Non voglio risposte definitive, voglio restare in quel punto dove il pensiero tocca l’esperienza e l’esperienza chiede forma.

Ora, ripensando a Philip K. Dick e senza fargli torto, ritengo che il punto sia questo: quando parla di variabili cambiate o dinamiche, e di scacchiere cosmiche in cui il bene sembra in ritardo ma ha già vinto, io non vedo profezie, ma un invito a riconoscere che c’è un livello della realtà in cui il senso precede la cronaca, e gli eventi sono solo la superficie di una “programmazione” più profonda.

Non devo crederci a questa cosa, ma devo usarla come lente per leggere la vita. I miei déjà-vu, le mie coincidenze, le mie improvvise aperture di senso, come fulmini a ciel sereno, sarebbero rumori o residui di un’altra linea o universo laterale che sfocia temporaneamente nel “mio”.

Se mi prendo sul serio, ogni volta che allineo attenzione e intenzione, due parole che Faggin mette spesso insieme, io già opero uno spostamento laterale, ovvero cambiare livello di percezione.

Se questa è fantasia, è una fantasia performativa, perché cambia come vivo, come scelgo, come amo e a quel punto la domanda sulla realtà “vera” perde importanza, perché:

la verità si mostra come coerenza tra campo interno e gesto esterno, ciò che faccio.

Non potendo clonare il mio vissuto, mi limito a raccontarlo, che è tutto ciò che posso onestamente fare. Non ho prove spendibili in un tribunale, ho una traiettoria che rende la mia vita più autentica, e questo, per me, è già metodo.

L’aspetto che mi ha in qualche modo piacevolmente sorpreso, in tutto questo mio interrogarmi, è che anche istituzioni come la CIA1 si sono interessate alle stesse tematiche, solo da un’altra angolazione.

Se ritorno sugli articoli precedenti è solo per dare al lettore ciò che avrei voluto avere io quando mi sono immerso in questo dialogo interiore.

E sì, nei registri CIA compaiono voci FOIA su “Philip Kindred Dick” e questo certifica che il suo nome attraversa i corridoi giusti; esiste un piccolo fascicolo FBI su di lui, con lettere e note consultabili pubblicamente.

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Nei documenti CIA relativi alla ricerca “psicoenergetica” compaiono i lavori di Grinberg sulla possibilità di correlazioni tra cervelli. Ovviamente nulla di tutto questo è una prova definitiva, ma credo che possa quantomeno bastare a chi non vuole più vivere nella sterile dicotomia tra “fatti” e “fantasie”.

Esiste una linea di confine dove l’immaginazione si fa strumento cognitivo e certe realtà istituzionali lasciano sufficienti briciole per non sentirsi pazzi quando le si esplorano.

E allora chiudo come ho iniziato, ma con una differenza: se la coscienza è davvero il campo che precede e unifica, la mia responsabilità non è “capire tutto”, è accordarmi, o molto più banalmente è “seguire il flusso” in senso Taoista.

L’ordine che cerco non è rigidamente gerarchico, ma armonicamente musicale. La materia non è un muro, è una partitura dal leggere e suonare. l’entropia non è l’antagonista, è il vento che tiene viva la fiamma vitale. Il risveglio non è aspettare il messia, è smettere di tradire me stesso. E le realtà laterali, che oggi posso solo sospettare, forse sono già qui, a un millimetro2 di attenzione da me.

Se cambio frequenza, cambia il mondo che vedo; e se il mondo che vedo cambia, cambia il modo in cui lo creo. Se il mondo che creo cambia, forse, da qualche parte, un’altra versione di me si sente finalmente a casa.


  1. Documento CIA 06741380 — registro FOIA del 2009 che include richieste su Philip K. Dick e altri temi legati alla percezione e alla coscienza, segno dell’interesse istituzionale verso fenomeni non convenzionali. ↩︎
  2. La Banda Millimetrica non è una frequenza singola, ma un intervallo di frequenze definito proprio dalla lunghezza d’onda delle onde elettromagnetiche, che appunto si misura in millimetri.
    Per convenzione internazionale, questa banda include generalmente le frequenze con una lunghezza d’onda approssimativa compresa tra 1 e 10 millimetri.
    Qual è, quindi, l’intervallo in Hertz (Hz)?
    Utilizzando la formula della velocità della luce (c = λ × f), otteniamo:
    Lunghezza d’onda di 10 mm → Frequenza di 30 Gigahertz (GHz)
    Lunghezza d’onda di 1 mm → Frequenza di 300 Gigahertz (GHz)
    Quindi, la Scala Millimetrica (mmWave) corrisponde all’intervallo di frequenze da circa 30 GHz a 300 GHz ↩︎

Fonti:
– Philip K. Dick: Stanisław Lem è un comitato comunista: https://culture.pl/en/article/philip-k-dick-stanislaw-lem-is-a-communist-committee
– Philip Dick inedito. Sono perseguitato dall’F.B.I: https://www.satisfiction.eu/philip-dick-inedito-sono-perseguitato-dallf-b-i/
– File dell’FBI di Philip K Dick: https://www.spyculture.com/philip-k-dick-fbi-file/

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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One Comment

  1. Bellissimi articoli davvero!
    Pensiamo poi che il nostro cervello, in realtà, non distingue realmente la realtà dall’immaginazione: se mi viene chiesto di immaginare un drago rosa il mio cervello elabora l’informazione ed è come se realmente lo vedessi. In pratica, faccio “esperienza” di quel drago, a prescindere che esista o meno. Le parole creano, questo oramai è sostanzialmente dimostrato. Le parole che scegliamo, dimostrano chi siamo ma soprattutto in che direzione andiamo.
    D’altra parte, il termine “consapevolezza” deriva da “con-sapere”, un tipo di conoscenza identitaria. Non basta farne esperienza ma bisogna ripeterla per ridare un senso ad essa, come ad esempio alla pratica meditativa.

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