Non sentite quest’aria natalizia che si avvicina? Non abbiamo fatto in tempo a spendere i sempre più pochi quattrini durante il black friday che le luminarie illuminano strade e negozi.
Tutto questo mentre a Gaza e in Cisgiordania continua uno dei peggiori massacri di un popolo, quello palestinese, che la storia recente ricordi.
Penserete che lo sterminio peggiore sia stato quello degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, vero? Ebbene quello è passato in secondo piano già da un pezzo e a scalzarlo dal podio, e sapete da chi? Ma proprio il popolo ebreo!
Pensare che proprio questo popolo, salvando la pace di qualcuno, si stia macchiando indelebilmente del sangue di decine di migliaia di esseri umani (per noi, perché per loro siamo tutti goyim, in senso dispregiativo) è quanto meno grottescamente assurdo.
Sì perché la strage a Gaza continua senza limiti o interruzioni e già che ci sono gli israeliani bombardano anche in Libano e la comunità internazionale, passata l’euforia per lo show mediatico della Flottiglia Globale Sumud, sembra essersi voltata dall’altra parte.
La Risoluzione 2803 votata dall’ONU il 17 novembre 2025 è stata salutata come un accordo storico, eppure sul terreno non è cambiato nulla: aerei, artiglieria e cecchini israeliani continuano a colpire donne ,vecchi e bambini nella Striscia, mentre in Cisgiordania decine di villaggi subiscono attacchi, saccheggi e violenze quotidiane ad opera dei coloni ebrei e i palestinesi continuano ad essere uccisi.
Nonostante l’evidenza urli il contrario, i media nostrani stemperano la realtà come se il “peggio” fosse superato e tutto fosse già risolto.
La Risoluzione 2803 (2025) istituisce una International Stabilization Force (ISF) formata da personale chiaramente atlantista, per usare un efufemismo. Non stupisce il fatto che sia stata approvata con 13 voti favorevoli e le astensioni di Russia e Cina.
Questa “task force” ha l’obiettivo di “garantire la sicurezza” nella Striscia di Gaza e gestire la fase transitoria dopo che negli ultimi due anni gli israeliani hanno letteralmente raso al suolo Gaza, provocando la morte di oltre 80.000 palestinesi, per non parlare degli oltre 170.000 feriti, molti dei quali in modo permanente e irrecuperabile.

La surreale novità che questa risoluzione crea è un “Board of Peace”, un organo civile presieduto da Donald Trump!
Lo dicevo che era il prescelto e infatti è stato incaricato di “sovrintendere” alla ricostruzione, governance e assistenza, in “affiancamento” alle autorità palestinesi, ma sotto la supervisione di “attori esterni”. Uso il virgolettato di proposito.
Perché la logica che guida la 2803 sembra essere quella di un sofisticato meccanismo di controllo più che la premessa per un nuovo inizio del popolo palestinese.
Infatti pare che si sia tornati ai tempi della Risoluzione 181 del 1947, che aveva sancito l’idea di due Stati.
Solo che oggi non stiamo parlando di libertà e autodeterminazione di un popolo, ma di uno Stato palestinese lontano anni luce dall’essere pienamente sovrano, un’entità commissariata, sorvegliata, amministrata dall’esterno… mi ricorda qualcosa…
Non è liberazione, è un’amministrazione fiduciaria! È come se Gaza non fosse destinata a rinascere davvero, ma a essere gestita per sempre da potenze straniere.
Questo modello, presentato come “transizione” (la parola magica per…), sembra pensato per durare, una sorveglianza strutturale venduta come stabilità. Il sogno bagnato dei falliti del globalismo targato WEF che non si rassegnano a cedere il passo alla storia.
In fatti questa non è una risoluzione temporanea ma un paradigma inquietante che abbiamo già conosciuto in forma embrionale durante la psico pandemia e che rischia di porre le basi per un sistema permanente, dove la parola chiave è sorveglianza, non autodeterminazione.
È un nuovo tipo di oppressione, più sofisticato, mediaticamente rassicurante, che anestetizza l’opinione pubblica mentre trasforma un popolo in oggetto politico da gestire come mero asset.
E intanto, la risoluzione ignora completamente la Cisgiordania, il cuore della Palestina. Non un cenno alla situazione lì. Tale omissione non è casuale perché:
“legittima di fatto l’annessione in corso, normalizza le violenze dei coloni, consolida l’espulsione forzata delle comunità palestinesi e cancella il cuore geografico, storico e politico della Palestina.”
fonte: Local march for Gaza
L’ONU ha deciso di sviare l’attenzione su Gaza consentendo, certificandolo per iscritto, un’altra pulizia etnica silenziosa, che avanza tra ulivi bruciati, villaggi in rovina e uccisioni sommarie.
A Beit Ummar, per esempio, le condizioni di vita sono talmente drammatiche che il Presidio per la Pace di Ivrea – gemellata con quel villaggio – ha lanciato un appello. Secondo i residenti, i coloni israeliani, appoggiati dall’IDF, sono sempre più aggressivi: check point, case perquisite, raid nelle farmacie e nei negozi, spreco di violenza su donne ,vecchi e bambini.
L’appello chiede alle istituzioni locali e nazionali di alzare la voce, di non accettare questo assedio silenzioso, di smettere di ignorare Beit Ummar come se fosse solo una cartolina geografica.
La violenza dei coloni va ben oltre gli scontri occasionali: è un tentativo strutturale di cancellazione.
Come spiega Fareed Taamallah in un pezzo su Pressenza, i coloni vogliono confondersi coi palestinesi per:
“apparire come nativi, mimetizzarsi nel paesaggio e cancellare i segni visibili dell’occupazione. Ma per quanto possano imitare, la loro presenza rimane un’intrusione violenta.”
Quei selvaggi bruciano ulivi, sparano ai contadini, ma poi costruiscono tavoli da picnic vicino ai pozzi, organizzano matrimoni “alla palestinese”, cantano le loro canzoni: un paradosso doloroso, una violenza metafisica che è anche simbolica, come se cancellare la loro storia diventasse più importante che conquistare la loro terra.
Non è retorica: i dati parlano chiaro. Secondo i rapporti, il 2025 è segnato da un’escalation gravissima nella Cisgiordania rurale: attacchi quotidiani, sradicamento degli ulivi, spostamenti forzati di famiglie.
Gli ulivi, simbolo di radicamento e memoria, vengono abbattuti: dall’inizio dell’occupazione, decine di migliaia sono già stati distrutti. In alcuni casi, centinaia di alberi secolari vengono sradicati in un solo colpo e non mi meraviglierei affatto se alcuni di questi si trovano oggi nel giardino di qualche villa italiana.
La violenza spesso esplode durante la raccolta delle olive, stagione sacra per molti contadini palestinesi.
È diventata una trappola: i raccoglitori si avventurano nei loro campi come ladri, con il cuore in gola, temendo attacchi già all’alba (L’Espresso). Ci sono testimonianze terribili: anziani picchiati, donne colpite, lacrimogeni lanciati mentre la gente cerca di fuggire (la Repubblica).
E non è solo la terra ad essere minacciata. Ci sono attacchi mortali: a luglio un uomo palestinese è stato ucciso da coloni a Umm al-Kheir, vicino a Hebron, mentre un altro è stato investito da un bulldozer guidato da un colono (TGLA7).
Ogni episodio non è un incidente isolato, ma parte di una strategia continua di spossessamento e intimidazione.
Nei villaggi come Beit Ummar il terrore è quotidiano. I residenti dicono che non è più solo una lotta per la terra: è una lotta esistenziale. Le famiglie vivono sotto costante minaccia, i bambini sono traumatizzati, l’accesso ai servizi essenziali viene ostacolato, e chi protesta rischia di essere arrestato, maltrattato, umiliato.
Questo scenario mi angoscia, mi fa sentire impotente, ma al tempo stesso mi spinge a non restare inerte. La frustrazione di assistere a una vicenda umana così ingiusta è enorme: come si fa a guardare il mondo bruciare e a sentirsi solo uno spettatore?

Eppure, ho deciso di agire, per quanto nei miei poteri e nella mia disponibilità. Non posso cambiare il mondo da solo, ma posso iniziare da un gesto concreto che parli di solidarietà e memoria: ho acquistato, tramite un gruppo di acquisto solidale, dello za’atar, miscela di timo, sesamo e summacco, alla base dell’alimentazione palestinese.
Questo za’atar viene da Doha, una contadina di Burin, vicino a Nablus, che era venuta a Biella in occasione di Terra Madre nel settembre 2024. Doha ha iniziato a coltivare non solo timo ma anche sesamo vicino a casa, perché non ha più accesso ai suoi ulivi: molti di essi sono stati bruciati o sradicati dai coloni, altri sono diventati inaccessibili a causa delle continue incursioni violente (Il Fatto Quotidiano).
La sua vita è cambiata: non si muove più con libertà, la sua famiglia quasi non esce di casa, perché anche gli spostamenti tra villaggi sono diventati pericolosi a causa delle aggressioni e della presenza dei coloni nelle strade.
Spedire lo za’atar non è banale: per arrivare a Nablus bisogna attraversare posti di blocco, rischiando controlli, umiliazioni, violenza. Ma questa miscela non è solo spezia:
è un canale di comunicazione potente su ciò che accade in Cisgiordania, un modo per portare nel nostro quotidiano un pezzo della sua storia, della sua sofferenza, della sua speranza.
Così, tramite il gruppo di acquisto solidale cui sono iscritto, sono venuto a conoscenza di un progetto che prevede la preparazione di vasetti di za’atar da vendere a Natale.
Il ricavato servirà per supportare altri contadini in Cisgiordania; come acquistare olio d’oliva da Doha e da altri contadini di Burin, da destinare a palestinesi nei campi rifugiati.
L’olio non è solo nutrimento, è memoria, è dignità, e di ulivi ce ne sono sempre meno, fina dalla xylella e alla conseguente vendita indiscriminata.
Doha non è solo un volto. È una donna che vive la sua terra, che lavora la sua terra, che lotta per la sua terra. È membro di Slow Food Palestina, sezione di Slow Food International, impegnata a preservare la tradizione dei suoi antenati attraverso la coltivazione sostenibile e la cucina.

Questo za’atar che ho acquistato è il suo, fatto con le sue mani, con la polvere di Burin, con la memoria dei suoi ulivi persi e della sua storia.
Vorrei che più persone sapessero di Doha e delle donne come lei, della loro fatica, del loro coraggio. Vorrei che si comprendesse che persino un piccolo gesto come comprare un vasetto di spezie può diventare un atto politico, un modo per tenere viva la voce di un popolo che alcuni vorrebbero soffocare.
Ma la verità è che è frustrante. È terribile sentire che i morti, i villaggi bruciati, gli ulivi sradicati sono più grandi di noi, che il potere geopolitico, militare e mediatico tende a ridurre questo conflitto a un eterno “scontro” simmetrico tra due eserciti, invece di riconoscerne – senza se e senza ma – la sproporzione, il colonialismo, la violenza strutturale.
È frustrante avere la sensazione di non poter fermare eventi che sembrano scritti in un disegno più grande di noi.
Ecco perché non voglio smettere di scrivere del dramma palestinese, tenendo fede all’ultimo appello di Hossam:
“Non lasciate che il mondo distolga lo sguardo. Continuate a raccontare le nostre storie, finché la Palestina non sarà libera.”
Con questo articolo e l’acquisto di za’atar è come se creassi un legame umano con Doha, con Burin, con Beit Ummar, la Moschea al Aybaki di Gaza e tutti luoghi della Palestina per certi versi così simili a molti luoghi italiani contraddistinti dalla macchia mediterranea.
Credo che il mio gesto sia piccolo, ma potente: un’azione solidale che vuole spezzare il silenzio e tenere viva la verità. Forse non cambierò la risoluzione 2803, ma posso contribuire a costruire una rete di consapevolezza, a far girare storie che l’informazione dominante cerca di affossare.
Con lo za’atar di Doha porto a casa un sapore che sa di resistenza, un aroma che sa di lotta. In quei vasetti natalizi non ci sono solo spezie, ma memoria, giustizia e coscienza, insieme a un invito a portare la verità e a mantenere viva la speranza. Perché
se facciamo silenzio, il silenzio diventa complicità.
fonti:
– https://www.localmarchforgaza.it/9-local-march-for-gaza-una-forza-tranquilla-che-continua-a-camminare/
– https://www.pressenza.com/it/2025/11/il-sole-insanguinato-del-biellese/
– https://rossetorri.it/beit-ummar-la-cisgiordania-precipitano-lappello-del-presidio-per-la-pace/
– https://www.pressenza.com/it/2025/11/perche-i-coloni-uccidono-i-contadini-palestinesi/
– https://www.africa-express.info/2025/11/06/cisgiordania-solo-nel-mese-di-ottobre-126-attacchi-di-coloni-contro-contadini-palestinesi/
– https://www.pressenza.com/it/2025/10/contadini-in-cisgiordania-tenere-ad-ogni-costo/
foto di copertina da Flickr
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