Dubito Ergo SumSOCIETA'Un mondo giusto
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Il mondo è un luogo giusto?

 “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio.
Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”

Sant’Agostino

Tutti noi, direttamente o indirettamente, abbiamo assistito o vissuto delle ingiustizie individuali o collettive, a persone più o meno vicine a noi, alla nostra vita, alla nostra sfera personale.

Solitamente, di fronte a un evento giudicato ingiusto reagiamo con rabbia, disgusto, forse rifiuto, attivando – a livello cerebrale, proprio le aree dedicate a tali emozioni.

La reazione emotiva, che può essere in larga misura universale, il modo in cui si reagisce fattivamente e cognitivamente ad un’ingiustizia può essere molto diverso.

C’è chi si ribella, si attiva con comportamenti di protesta, di difesa della vittima, si ribella contro la situazione. Al contrario, ci può essere anche chi adatta cognitivamente le proprie credenze personali e trasformandole rende la situazione tollerabile o addirittura giustificabile.

In mezzo a questi due estremi ci possono essere molte reazioni diverse.

Per capire da quali elementi dipendano le diverse reazioni all’ingiustizia, credo sia importante ricordarsi che l’essere umano ha in generale un innato bisogno di dare un significato alla propria esistenza e quindi all’esperienza della realtà, dando un valore e un senso anche alle esperienze più dolorose.

Questo bisogno di dare ordine al caos può trovare terreno fertile nell’idea del “mondo giusto”.

Con “ipotesi del mondo giusto” o “credenza in un mondo giusto” (in inglese ” just-world hypothesis or just-world fallacy“), in psicologia si indica un bias cognitivo introdotto nei primi anni ’80 da Melvin J. Lerner, professore di psicologia sociale presso l’Università di Waterloo, che porta a pensare che le persone “meritano ciò che realmente ottengono”.

I bias (dal francese provenzale biais, che significa “obliquo, inclinato” e che a sua volta deriva dal latino e, prima ancora, dal greco ἐπικάρσιος), significa obliquo, cioè una realtà filtrata da pregiudizi, stereotipi, ideologie.

Si tratta di automatismi mentali basati su scorciatoie, con la funzione di dare un’idea veloce di qualcosa per diminuire il carico di informazioni che il cervello gestisce quotidianamente, soprattutto nel prendere decisioni che richiedono, appunto, rapidità.

Sembrerebbe un’azione molto utile e in generale può esserlo ma ciò che spesso accade è che tali bias semplificano la realtà in maniera sbagliata e fallace, basandosi su ragionamenti desueti e logori.

Nel 1921 Sigmund Freud scrisse “Psicologia delle masse e analisi dell’io”, un testo fondamentale della sua carriera, in cui furono introdotti i primi fondamenti delle motivazioni profonde che inducono gli individui a comportarsi nella massa in modo diverso da come si comporterebbero isolatamente.

In una folla, infatti, l’individuo perde la propria unicità ma acquisisce la “potenza” del gruppo sebbene, come spesso accade (in controtendenza con quanto affermato da molte teorie antropologiche che sostengono che il comportamento prosociale e altruistico sia innato), perde anche la capacità di ragionare con lucidità e coerenza.

In questo caso

la responsabilità di opinione e comportamento del singolo, all’interno di un gruppo, è diluita e ridistribuita e quindi perde pregnanza e valore. Ciò che la “massa” fa non è responsabilità del singolo individuo che vi appartiene.

Esistono numerosissimi esempi di questo meccanismo ed io, che sono nata negli anni ’70, non posso ad esempio dimenticare come, in seguito al diffondersi dell’AIDS negli anni ’80, si sviluppò parallelamente un atteggiamento di disprezzo e di giudizio per una condotta considerata “immorale” dei malati.

Lo stesso è accaduto anche nei confronti di tossicodipendenti o – in tempi più recenti – di migranti, colpevoli, secondo diverse persone, di essersi imbarcati in mare in maniera deliberatamente pericolosa.

Mondo giusto - Banksy – Stencil (Siamo tutti sulla stessa barca), Nicholas Everitt Park di Oulton Broad, Lowestoft, Regno Unito.
 
Immagine: Banksy – Stencil (Siamo tutti sulla stessa barca), Nicholas Everitt Park di Oulton Broad, Lowestoft, Regno Unito.

L’idea che viviamo in un mondo giusto, in pratica, consente di percepire che esso è regolato da leggi chiare e semplici e mette ordine nell’altrimenti incomprensibile caos generato dal dolore e dalla sofferenza, soprattutto se “ingiustificata”.

Come dire: se non possiamo eliminare l’ingiustizia del mondo, cerchiamo di rendere più giusta l’ingiustizia.

Il mondo è dunque un luogo giusto?

Probabilmente no, ma, a fronte dell’impossibilità di cambiarlo in tutto e per tutto, si può cercare di sviluppare la propria capacità empatica e compassionevole, e prestare attenzione e cura a chi è vicino a noi, a coloro che noi possiamo realmente aiutare e sostenere.

L’empatia aiuta a scardinare i pregiudizi e ci aiuta a permettere agli altri di mostrarsi per ciò che sono, sospendendo giudizi ed etichette preconfezionate.

In un mondo ingiusto, la possibilità del cambiamento non è impossibile, ma per riuscirci è necessario innanzitutto superare una posizione egoica e confezionata e trovare dentro di noi la giusta motivazione al cambiamento.

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"Siamo gocce separate, ma lo stesso oceano ci chiama."

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