Passeggiando tra le colline mi imbatto in questo pino solitario e mi fermo in una sorta di omaggio reverenziale.

Il suo portamento reclama rispetto.
Mi colpisce il modo in cui il tronco, spoglio e ruvido, si alza diritto e nudo fino a metà, poi si divide in due come se raccontasse di una ferita antica.
La parte sinistra è secca, spenta, come un ricordo fossilizzato di ciò che è stato, mentre la destra continua a vivere, a respirare, a cercare la luce.
È una scissione che parla di resilienza ma non quella da slogan: è la resistenza di chi non ha avuto scelta se non adattarsi, piegarsi, perdere qualche ramo eppure continuare a salire verso la luce.
Potrebbe essere la metafora della vita per molti noi. Un monito silenzioso che ci ricorda che tutti possiamo cadere ma l’importante è rialzarsi e continuare.
I rami verdi si aprono come lenti respiri, pause tra una prova e l’altra.
In un certo senso, questo pino è già un bonsai naturale, modellato non da forbici e filo ma dal tempo, dal gelo, dalle correnti.
È come se la montagna stessa avesse praticato il “jin” e lo “shari”, togliendo il superfluo per lasciare solo l’essenza.
Guardarlo dà quella sensazione che provi davanti a qualcosa che non chiede approvazione, ma solo presenza: un equilibrio precario e perfetto insieme, dove la bellezza nasce proprio dalle ferite.
Se lo guardi da bonsaista, questo pino solitario sembra un maestro in meditazione, un albero che ha già capito tutto e dal quale abbiamo solo da imparare.
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"La verità si propaga quando viene condivisa."
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