So già che adesso penserete che sto sviluppando una fissazione per l’argomento “coscienza”. Ma stasera, come a volte mi capita, ero a cena da solo in una trattoria per rilassarmi dopo una giornata di lavoro. Ma c’erano due avventori che guardavano una partita di calcio sul telefonino, a un volume non altissimo ma abbastanza da riempire tutta la sala. Mi sono chiesto: ma si può?
Eppure la scena non mi ha irritato, mi ha solo fatto riflettere. Ho ricordato lo scudetto del Napoli di Maradona, la vittoria dell’Italia di Paolo Rossi ai mondiali di Spagna dell’82, e mi sono reso conto che, pur avendo gioito in quei momenti, non sono mai stato un tifoso.
Non ho mai seguito il calcio, non perché non ne apprezzi la bellezza o la tecnica, ma perché il mondo che gli ruota attorno mi ha sempre lasciato una sensazione di straniamento.
C’è qualcosa di quasi religioso in quell’atmosfera, ma una religione che non salva, semmai distrae.
Vedo il tifoso medio che riversa le proprie angosce, speranze e frustrazioni in un gruppo di uomini che corrono dietro a un pallone, e non riesco a non pensare all’enorme fiume di denaro che scorre sotto la superficie, un flusso che sembra fatto apposta per sfruttare quella fame di appartenenza che il mondo reale non riesce più a saziare.

Mi sembra un meccanismo diabolico, un teatro perfetto in cui ogni emozione viene accesa e consumata con la precisione di un algoritmo.
Dicono che il calcio unisca il mondo, e forse è vero. Nel campionato del mondo per novanta minuti miliardi di persone respirano all’unisono, condividono lo stesso battito. È il più grande rito emotivo dell’umanità, un momento dove le differenze si dissolvono e l’identità collettiva prende il sopravvento.
Ma mentre il pianeta vibra, io resto come immobile a guardare il tutto in modo astratto, con una calma che somiglia più a lucidità che a indifferenza. A volte, mi sento così. Non provo disprezzo, solo distanza. Quella specie di rito ancestrale e collettivo è affascinante ma non mi appartiene.
Vedo i cori come inni nazionali, le maglie come vesti sacre, gli stadi come cattedrali dell’appartenenza. Eppure dietro quello spettacolo scenico, anche bello coreograficamente, intravedo un meccanismo di condizionamento emotivo.
I ritmi della telecronaca, le inquadrature studiate, le parole che dosano l’entusiasmo come un farmaco. È una coreografia chimica che orchestra dopamina, ossitocina e adrenalina, tenendo milioni di persone agganciate a un flusso di tensione e liberazione.
La chiamano passione calcistica, ma somiglia molto a una dipendenza.
Gli stadi incarnano il nuovo Colosseo, dove novelli gladiatori del calcio combattono per il pubblico godimento. La gente, non dissimile dai suoi avi romani, vuole il sangue, ama la rissa.
Lo stesso meccanismo si ripete nei talk show. Gli ospiti alzano la voce, si confrontano accesamente e lo share aumenta quando accadono queste cose perché questo è ciò che vuole lo spettatore medio che si trasforma così in un tifoso mediatico.
MI sembra quasi di vedere queste anime stritolate in questo diabolico meccanismo dell’illusione. Quando lo osservi da fuori, ti accorgi che non è più solo uno sport, o un dibattito, ma è un sistema di regolazione dell’umore collettivo.
E allora chi non partecipa, chi resta in disparte, diventa “uno strano”, per certi versi quasi pericoloso, perché spezza quel contratto implicito del sentirsi parte di una massa.
Non mi si fraintenda però. Molte famiglie si riuniscono la domenica a pranzo o il lunedì a cena per guardare insieme la propria squadra e questa è una cosa buona. Ma nonostante tutto è mio cugino stesso a dirmi che “Sei tu che sei fuori luogo”.
In un mondo dove l’entusiasmo è diventato una virtù morale, la calma è vista come apatia.
Ma personalmente credo che sia il contrario: scegliere la calma è un atto di libertà. Rifiuto che siano i media, le tradizioni o gli algoritmi a decidere cosa debba farti vibrare il cuore.
È un modo di tornare padroni della propria attenzione, e quindi della propria coscienza.
Non si tratta di sentirsi superiori o sprezzanti verso chi è tifoso, ma di riconoscere quanto facilmente la gioia possa essere manipolata, quante volte l’appartenenza si trasformi in polarizzazione.

Lo sport dovrebbe unire le anime è invece quante volte lo stadio si è tramutato in teatro di scontri tra tifoserie e in molte occasioni ci sono scappati anche delle morti. Morire per una partita di calcio, perché?
Quello che mi colpisce non è tanto l’emozione collettiva che si genera in queste occasioni, ma la sua struttura. È come guardare un esperimento di massa sul comportamento umano: come reagisce la folla, come si infiamma, come si divide.
Per non parlare di quei genitori che alle partite di calcio domenicali dei loro bambini si trasformano in bestie urlanti capaci di vomitare le peggio cose nei confronti dei figli di altri padri come loro.
È un fenomeno psicologico prima ancora che sportivo, una rappresentazione del bisogno umano di sentirsi parte di qualcosa, anche quando quel qualcosa non appartiene più a noi.
Eppure chi come me resta ai margini di questo mondo, non è un eremita sociale. Credo che piuttosto sia qualcuno che cerca un tipo diverso di connessione, più interiore, meno spettacolare.
Mentre la folla si fonde in una massa informe e omologata, io mi estraneo, non per paura ma per non perdere me stesso. Mi ritiro in un silenzio che non è assenza, ma presenza. Una forma diversa di partecipazione, se vogliamo, quella che non urla ma osserva.
Forse, anzi ne sono pressoché convinto, la vera partita non si gioca in campo, ma dentro di noi: tra il bisogno di appartenere e la necessità di restare liberi, tra l’estasi del gruppo e la lucidità dell’individuo.
Ritengo che sia in quel silenzio, scambiato da tanti per freddezza o apatia, che c’è invece la forma più alta di consapevolezza.
Chi non guarda il calcio non si sottrae alla vita, semplicemente sceglie di vederla senza filtri. E in un mondo che scambia il rumore per vitalità, forse è proprio questo il gesto più rivoluzionario che ci sia.
Non a caso uno dei passi di Eckhart Tolle che preferisco è
“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete. L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale.
Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.”
Alla fine di queste mie riflessioni, la partita volgeva al termine e ho lasciato che quei due tifosi finissero di esaltarsi, scegliendo di non rovinare la loro autostima di brave persone.
Foto di copertina Pexels da Pixabay
La consapevolezza si espande attraverso la condivisione.
Se questo articolo ha risuonato con te, condividilo e seminiamo insieme consapevolezza.
"Ciò che risveglia te, può risvegliare anche gli altri."
Vuoi ricevere altri spunti di riflessione?
Entra nella newsletter di Dubito Ergo Sum.

















