Dubito Ergo SumSTORIALa Battaglia del Piave
Dubito Ergo SumSTORIALa Battaglia del Piave
STORIA

La Battaglia del Piave

3 minuti di lettura

La Battaglia del Piave per me non è mai stata solo una pagina di storia, è sempre stato un richiamo che arriva da lontano, una specie di vibrazione familiare che si infilava tra i racconti di mia nonna e il silenzio di quelle cartoline del 1916 che ancora conservo e che profumano di un tempo in cui la carta si faceva messaggera dei propri pensieri.

Quando sento l’espressione

non penso alla canzone o ai manuali o alle ricostruzioni ufficiali, penso ad Antonio Vacca, il mio bisnonno, un ragazzo nato a Napoli alla fine dell’Ottocento, che a ventisei o ventisette anni si trovò catapultato in una guerra che non aveva scelto e che lo inghiottì troppo presto, lasciando per me solo una manciata di ricordi passati di bocca in bocca.

Battaglia del Piave

La sua storia mi arriva come arrivano le piene del Piave nella memoria collettiva, una eco lontana che, a distanza di oltre cent’anni, non si spegne mai del tutto e che si mischia ai dettagli raccontati da mia nonna Francesca, che a sua volta li aveva ereditati da sua madre Maria, quasi fossero reliquie.

Battaglia del Piave

Vedo Antonio nella foto scattata con i suoi amici musicisti, lui al centro col violino, tutti con quello sguardo un po’ ingenuo e un po’ fiero di chi ancora non sa che sta per partire verso qualcosa che non capisce fino in fondo, e mi chiedo come facesse a tenere insieme l’arte e la guerra dentro lo stesso corpo.

Come si possa passare dalla musica alle trincee senza perdere la propria voce interiore.

Antonio fu dato per disperso durante i combattimenti sul Piave e il suo corpo non venne mai ritrovato. Credo che questa assenza abbia lasciato nella mia famiglia un pesante retaggio più di qualsiasi racconto epico.

Ho fatto qualche ricerca on line a sul sito dedicato ai caduti della Grande Guerra sono riuscito a trovare, con mia sorpresa, tre omonimi. Tutti caduti sul fronte di Udine.

Eri un soldato di fanteria per cui sei caduto a Palmanova o Cividale.

E se presto ascolto nel mio profondo sento che è a Palmanova1 che il tuo spirito aleggia ancora oggi.

Ogni volta che mi reco in quei luoghi per lavoro sento come un richiamo interiore verso la cittadella che nemmeno Napoleone riuscì a far capitolare.

Come tante, troppe giovani anime sei partito per combattere una guerra decisa da altri, lasciando un vuoto che ancora oggi attraversa la mia famiglia come un torrente sotterraneo, un’assenza che non ha un luogo preciso a cui essere affidata e che solo pochi ricordi riescono parzialmente a riempire.

Forse per questo il suo nome inciso sulla lapide dei caduti per la patria nella cappella di Santa Chiara a Napoli è diventato il suo corpo simbolico, l’unico punto concreto in cui la sua memoria può sostare senza svanire.

SOL.VACCAANTONIO
Battaglia del Piave
Lastra 6 – 810 Caduti

Nel pensare alla Battaglia del Piave mi torna sempre questa domanda:

quanto di ciò che siamo oggi è figlio di quei ragazzi che non tornarono più?

E quanto invece abbiamo dimenticato, nascosto sotto la retorica, sotto le celebrazioni, sotto il bisogno di fissare tutto in una frase come “non passa lo straniero” che oggi suona potente ma anche ambigua, perché non sappiamo più chi sia davvero lo straniero da cui vogliamo difenderci.

Si fa un gran parlare degli stranieri che invadono l’Italia, additando gli extracomunitari come nemici.

In realtà, sono solo pedine – come tutti noi, del resto – in un “gioco al massacro” (cit. Scalfaro) più grande di noi, guidato da logiche disumane e da interessi economici.

Forse erano i confini di allora, forse sono i confini interiori di oggi, quelli che lasciamo inconsapevolmente viola­re da chiunque mentre non ce ne accorgiamo.

Quando ripenso ad Antonio, alla sua morte sul fronte del Piave, non immagino l’eroismo, immagino la fragilità, la paura, il freddo, la musica che forse gli risuonava ancora nelle orecchie mentre tutto intorno diventava rumore.

E ogni volta che tengo in mano quelle cartoline sembra che mi chiedano di ricordare senza trasformare la memoria in retorica patriottica, di guardare indietro non per trincerarci ancora una volta ma per capire che cosa significa resistere davvero oggi.

Perché la Battaglia del Piave non è solo un luogo del passato, è una domanda che torna:

E soprattutto, sappiamo ancora ascoltare quel mormorio del fiume che ci avverte quando stiamo perdendo noi stessi?

foto di copertina: CadutiGrandeGuerra.net

fonti:
https://www.pietredellamemoria.it/pietre/sacrario-ai-caduti-della-grande-guerra-di-napoli/
4 novembre 1918-2018 – Celebrazione del macello imperialista – Partito Comunista Rivoluzionario
4 novembre 1918: termina il grande massacro

  1. La cittadella di Palmanova.
    Un mandala di pietra tracciato non solo per difendere ma per evocare.
    Le nove punte possono leggersi come cifra di fine e rinascita, indicando il cammino della conoscenza che si fa esperienza.
    Palmanova è un centro che attira e irradia, ogni via conduce alla piazza. Un centro energetico che si espande e ritorna.
    La sua forma perfetta richiama la logica di un fiocco di neve: equilibrio che nasce dal movimento, simmetria che custodisce un messaggio misterioso.
    I bastioni sembrano contenere una forza invisibile, un campo che unisce materia e spirito. Forse chi la progettò sapeva che la geometria, quando raggiunge la purezza, diventa come una preghiera incisa nel suolo.
    Palmanova non è solo una fortezza: è un simbolo, un archetipo di equilibrio sospeso tra ordine e caos. ↩︎

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Carogiù

“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete. L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale. Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.” ~ Eckhart Tolle

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