Dubito Ergo SumConsapevolezzaEducazione e pensiero critico
Dubito Ergo SumConsapevolezzaEducazione e pensiero critico
3 minuti di lettura

Dopo una partita a Machiavelli con gli amici, mi arriva sul telefono un video sul Principe e sull’insegnamento scolastico. Strano tempismo, considerando che proprio quella mattina, fuori da scuola, si parlava con altri genitori di sistema educativo, smartphone e intelligenza artificiale. Coincidenze? Forse. Ma forse no.

C’è un dettaglio che torna spesso alla mente osservando la scuola di oggi: più persone studiano, più sembrano pensare nello stesso modo. Un paradosso, se si considera che l’educazione dovrebbe ampliare la mente, non uniformarla. Eppure, come già notava Foucault, molte istituzioni moderne, dalle prigioni alle fabbriche, non servono tanto a istruire, quanto a disciplinare.

La scuola, nata nel pieno della Rivoluzione Industriale, somiglia più a una catena di montaggio che a un’officina del pensiero. Orari rigidi, file ordinate, premi per chi esegue, punizioni (o indifferenza) per chi devia. Gli studenti imparano a ripetere, non a ragionare. Si studia la democrazia senza toccare i meccanismi reali del potere. L’economia senza affrontare il ruolo delle banche centrali. La storia senza riconoscere gli schemi di manipolazione che si ripetono.

Educazione e pensiero critico

Machiavelli questo lo aveva capito benissimo. Il controllo più efficace non si impone con la forza, ma si esercita facendo desiderare la sottomissione. La promessa del successo attraverso lo studio è uno degli inganni più raffinati. Non perché imparare sia inutile, ma perché spesso si impara ciò che serve al sistema, non all’individuo.

Nietzsche avrebbe parlato di “morale da schiavi”: ci convincono che se falliamo è colpa nostra, mai del sistema che ci incasella. La meritocrazia scolastica diventa così un mito, utile a chi già possiede risorse per mantenere il proprio vantaggio.

E poi arriva la tecnologia. Che non è neutrale, anche se così ci piace pensare. Microsoft non offre solo software: modella il modo in cui pensiamo. L’integrazione di Copilot in Windows e Bing raccoglie ogni nostro input, lo analizza, lo restituisce già elaborato. E magari lo corregge, con parole più “inclusive”, più “appropriate”.

Ma chi decide cosa è appropriato?

Non è una domanda da poco. La manipolazione del linguaggio, come scriveva Orwell, è il primo passo per il controllo del pensiero. E se accettiamo che siano gli algoritmi a decidere cosa possiamo scrivere o dire, stiamo cedendo anche la nostra facoltà di pensare e l’abuso inconsapevole dell’IA come chat gpt da parte dei giovani studenti è un segnale allarmante.

Il problema non è la scuola in sé. È il suo uso come strumento di conformismo. Foucault parlava di “discipline del sé”: non serve più la sorveglianza esterna, perché ormai ci autocensuriamo da soli e non ditemi che non lo avete visto anche durante la psico pandemia.

Studiamo per essere valutati. Parliamo per essere accettati. Lavoriamo per ripagare debiti contratti per studiare.

Ma esiste una via d’uscita. Machiavelli lo suggeriva tra le righe: l’autoeducazione. Leggere ciò che il sistema ignora. Coltivare il dubbio. Osservare i fatti, non solo le opinioni.

Costruire indipendenza economica e intellettuale. Foucault avrebbe parlato di “pratiche di libertà”. Nietzsche di “volontà di potenza”: non dominio sugli altri, ma su di sé.

Ricordo bene che durante il delirio normativo del Covid, nelle scuole si è arrivati a separare i bambini non vaccinati dagli altri, confinandoli in aule dedicate (vedi Scuola: dopo il Natale “nuovi spazi” alle elementari) e delimitando i loro spazi con le classiche bindelle rosso-bianche da cantiere. Come se potessero contagiare solo con la presenza. Un periodo surreale.

Lì qualcosa si è spezzato.

Ho visto studenti andarsene. Ho conosciuto insegnanti che hanno lasciato la scuola. E mai come allora ho ricevuto tante richieste di supplenza: dieci a settimana, a volte anche di più. Una cosa mai vista.

In mezzo a tutto questo, insieme a un gruppo di persone con cui condividevo lo stesso disagio, abbiamo deciso di fare qualcosa. Non urlando, non protestando, ma costruendo.

È così che è nata una piccola alternativa educativa. Vera. Libera. Umana. E forse anche un po’ folle, come tutte le cose che nascono da un moto profondo dell’anima.

Credo che oggi la sfida non è cambiare la scuola. È cambiare il nostro rapporto con la conoscenza. Chiederci: quello che sto imparando mi rende più libero o più docile? Mi stimola a pensare o mi spinge a obbedire?

Perché, come scriveva Machiavelli:

“Il conoscere non basta, bisogna saper applicare”.

E per applicare davvero il sapere, serve prima di tutto la libertà di scegliere cosa imparare e perché.

Nelle scuole Machiavelli non è quasi mai insegnato in profondità. Perché la sua opera, “Il Principe”, mette a nudo come opera il potere. Il prof. Pietro ratto ne sa qualcosa.

Ma ciò che sta accadendo oggi, e che si sta radicando nei ragazzi, quelli che un domani guideranno il mondo, è qualcosa che dovrebbe farci riflettere seriamente.

Ursula von der Leyen, parlando a Davos, ha dichiarato che la più grande minaccia degli ultimi anni non sono le guerre, né i cambiamenti climatici, ma la disinformazione e la cattiva informazione.

Tradotto: la libertà di parola fa paura. Come in ogni regime, chi governa inizia a temere non tanto le armi, quanto le idee.

Se i nostri figli crescono dentro un sistema in cui esprimere dubbi viene visto come un pericolo, allora la vera emergenza non è sanitaria, climatica o economica.

È culturale.

La domanda, ora, non è più se ci stanno manipolando. Ma

quanto di quello che pensiamo
davvero ci appartiene?

Foto di copertina di Gerd Altmann (IA generated) da Pixabay

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"Le coscienze risvegliate sono le luci che illuminano il cambiamento."

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Carogiù

“La saggezza arriva con l’abilità di essere nella quiete. L’essere nella quiete, l’osservare e l’ascoltare, attiva in voi l’intelligenza non concettuale. Lasciate che la quiete diriga le vostre parole e le vostre azioni.” ~ Eckhart Tolle

One Comment

  1. Istruzione non è riempire i bambini di concetti e costrutti, ma accendere delle scintille dentro di loro, dei piccoli fuochi di curiosità, di inventiva, di crescita.
    Nelle scuole di oggi i bambini vengono invece spesso ingozzati di nozioni che non comprendono, capiscono, digeriscono ma assimilano passivamente e funzionalmente al “giudizio scolastico”. Apprendere è un processo attivo, una trasformazione profonda che comprende mente e corpo.
    E’ importante ribaltare il paradigma scolastico e fare dell’apprendimento un’esperienza che sia individuale ma anche collettiva, condivisa, che si torni alla connessione alla natura, al mondo spirituale, secondo i tempi di ognuno di noi.

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