A volte mi chiedo: sono davvero libero? E ogni volta che me lo chiedo, sento come una specie di fastidio. Non è paura, è qualcosa di più sottile. Un leggero senso di frustrazione che mi fa sospettare che forse, questa tanto sbandierata libertà, sia in realtà solo una simulazione ben costruita. Un’illusione, insomma. Una libertà illusoria.
Perché se ci penso bene, siamo convinti di poter scegliere, di decidere, di agire secondo volontà. Ma lo facciamo dentro confini precisi, che qualcuno ha tracciato prima di noi. Confini invisibili, certo.
Non c’è un cancello, non ci sono catene. Ma ci sono algoritmi, modelli predittivi, stimoli ben studiati. E noi rispondiamo, prevedibilmente, quasi sempre come ci si aspetta da noi.
Non ho appena rivisto Matrix, né letto Orwell. Ma dopo anni di riflessioni e dopo aver dedicato intere notti ad approfondire certe tematiche, facendo perno sul mio background scientifico ma mantenendo sempre vivo lo scetticismo epicureo che mi contraddistingue, ho realizzato che viviamo come in una specie di libertà illusoria.
Liberi come pesci rossi in un acquario. Piccoli Nemo alla continua ricerca di noi stessi.
Questo non è un discorso da complottisti. È una constatazione. Ogni volta che condividiamo indignati una notizia, ogni volta che acquistiamo per riempire un vuoto, ogni volta che cerchiamo attenzione o approvazione online, stiamo eseguendo un copione che qualcun altro ha scritto per noi.
Pensiamo di essere spontanei, ma reagiamo con la stessa prevedibilità con cui un allevatore può anticipare i movimenti e prevedere i pericoli per del suo bestiame (vedi Vaccino Lumpy Skin Disease in Sardegna: la storia si ripete?). La cosa tragicomica è che partecipiamo a questo Rocky Horror Picture Show volontariamente.
Sì, perché il punto non è se siamo manipolati. Il punto è che collaboriamo! Ci autogestiamo, ci autocensuriamo, ci autocondizioniamo. Questo mi è stato lampante durante il Covid Show (vedi Buona Pasqua 2021).
Siamo liberi solo all’interno di un recinto, e poiché quel recinto non lo vediamo, lo scambiamo per libertà. E’ la nostra confort zone. E ora sì che cito The Matrix:
«A lungo non c’ho voluto credere, poi ho visto quei [bambini] coi miei occhi. Dinanzi a quello spettacolo, potendo constatare la loro limpida, raccapricciante precisione, mi è balzata agli occhi l’evidenza della verità…»
Morpheus
Ma se non posso uscire, se le mie opzioni sono tutte state già selezionate per me, allora che libertà è?
È una libertà illusoria, appunto. La più efficace di tutte. Quella che ti fa sentire protagonista mentre in realtà stai solo interpretando un ruolo a tua insaputa. Come in uno spettacolo scritto da altri, dove ogni tua reazione è stata prevista. E io per primo mi ci trovo dentro.
Quando guardo un contenuto consigliato, quando rispondo (molto di rado) a una provocazione sui social, quando mi lascio sedurre da un prodotto che non mi serve (ormai è da molto che non accade). Sembra tutto normale. Ma è solo perché ho imparato a trovare normale ciò che è stato costruito per me.
Ora so riconoscerlo, almeno credo, ogni volta che guardo un film, che leggo un articolo di giornale o guardo uno spot pubblicitario.
Machiavelli lo sapeva. Gli uomini, scriveva, sono così semplici e obbediscono così tanto alle necessità presenti che chi inganna troverà sempre chi si lasci ingannare. Lo aveva capito secoli fa. Quello che forse non poteva immaginare era il livello di sofisticazione che avrebbero raggiunto gli strumenti del potere.

Oggi non serve più la forza. Serve la conoscenza del comportamento umano. Serve sapere cosa ci fa cliccare, cosa ci fa indignare, cosa ci fa sentire importanti.
E queste informazioni non sono più nelle mani di pochi saggi consiglieri. Sono in mano a chi controlla gli algoritmi, a chi disegna le piattaforme, a chi decide cosa vedi e cosa no. Sono i nuovi spin doctor, eredi della scuola di Edward Bernays.
La tua attenzione è il nuovo petrolio. La tua reazione emotiva è la moneta di scambio. E tutto funziona solo se non te ne accorgi.
Appena ti fermi, appena osservi, appena ti chiedi: “ma questa reazione è davvero mia? Sono proprio io?”, qualcosa cambia. Inizi a vedere le maglie. Inizi a sentire il recinto. Non ne sei ancora fuori, ma hai smesso di crederti libero. Ed è lì che comincia tutto. E’ così che è iniziato per me.
Io, che appena aperti gli occhi, come un devoto del dovere civile, mi prostravo davanti allo schermo della TV: telegiornali dell’alba, talk show urlati, dibattiti tra persone che parlano ma non ascoltano.
Poi, con la tazza del caffè in una mano e il senso di colpa per il mondo che brucia nell’altra, divoravo La Repubblica pagina dopo pagina, come se sapere chi aveva litigato in diretta o quale ministro aveva detto la cazzata del giorno mi rendesse più utile all’umanità.
Mi sentivo informato. In realtà, ero solo intossicato: di rumore, di finto dibattito, di ansia travestita da consapevolezza.
Tra propaganda e verità, la vera libertà non è scegliere tra mille opzioni che qualcun altro ha deciso per te.
La vera libertà è riconoscere quando una scelta ti è stata imposta in modo invisibile. E decidere, anche solo per un istante, di non reagire come previsto.
Di non seguire lo schema.
Di sospendere il giudizio, la rabbia, il bisogno. Solo allora smetti di essere una pedina. Solo allora ti alzi e inizi a vedere la scacchiera dall’alto.
Post Scriptum: queste mie elucubrazioni fanno parte di una mini quadrilogia che giaceva da tempo in un cassetto, ora sono in ferie e sono uscito po' dal mio acquario personale. Se qualcosa ti ha incuriosito, se una parola ha lasciato un’ombra di pensiero, allora non lasciare che finisca qui.
Resta sintonizzato: c’è dell’altro in arrivo.
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Foto di copertina Lenka Libertová da Pixabay
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