La recente accusa rivolta ai libri scolastici italiani di diffondere una presunta propaganda filo-russa solleva più di un interrogativo sulla libertà educativa.
L’ultimo esempio arriva da uno “studio” dell’Istituto Gino Germani (fonte ufficiale), rilanciato attraverso canali vicini al Ministero dell’Istruzione. Lo studio analizza i testi di storia e geografia delle scuole medie, arrivando ad accusare i libri italiani di essere “filo-putiniani”.
Siamo alle solite: basta deviare dalla narrazione dominante e subito scatta l’etichetta.
“Ha stato Putin!” è propaganda filo-russa!

Ma chi decide cosa è davvero propaganda? Se una mappa non include la Crimea come parte dell’Ucraina, si tratta davvero di un atto ideologico? Oppure è semplicemente una rappresentazione della realtà geopolitica sul campo? Se il conflitto nel Donbass viene descritto come “civile”, è disinformazione o una legittima chiave interpretativa?
Dietro la retorica dell’“aggiornamento didattico” intravedo una dinamica più profonda: la volontà di riscrivere la storia secondo la visione dominante dell’Occidente. Non si cerca la verità, ma il controllo delle narrazioni. E questo è preoccupante.
Da tempo assistiamo a un fenomeno sempre meno velato: l’intenzione di riformulare la storia recente secondo una narrazione ufficiale, imposta dal contesto geopolitico del momento.
Non è una questione di simpatia o antipatia verso Putin, la Russia o l’Ucraina. Il punto è un altro: quando si iniziano a bollare come pericolose tutte le narrazioni non allineate con la visione NATO-centrica, siamo di fronte a un’operazione ideologica, non educativa.
Dopo oltre 70 anni di storia post-bellica, mi aspetterei un approccio equilibrato, critico, documentato. Uno sforzo per offrire agli studenti strumenti di analisi, non slogan da talk show.
Invece, si cerca di riscrivere la geografia, reinterpretare i conflitti e ridurre tutto a un teatrino tra buoni e cattivi. La Crimea? Tabù. Il Donbass? Guai a nominare le radici etnico-linguistiche del conflitto. Chi introduce sfumature viene etichettato come “filorusso”. Beceramente ridicolo.
La scuola non può diventare il campo di battaglia per spin doctor prezzolati. Non esiste! Deve restare uno spazio dove si formano menti libere, non soldatini del pensiero unico. Finché l’istruzione sarà usata come veicolo di propaganda – da qualunque parte arrivi – il vero pericolo non sarà la guerra, ma la perdita del pensiero critico come bene comune.
E no, non sono paranoico.
Negli Stati Uniti, si sono spinti ancora oltre. Una recente iniziativa vede Pfizer impegnata a insegnare la scienza direttamente ai bambini nelle scuole.
Con una scuola mobile brandizzata, la multinazionale farmaceutica entra nelle aule per spiegare vaccini, pandemie e salute pubblica. Il progetto parte, non a caso, dai piccoli centri rurali: luoghi dove le famiglie sono più vulnerabili all’influenza istituzionale e dove le fonti alternative scarseggiano (fonte: Children’s Health Defense).
Questo è il futuro dell’istruzione pubblica? Da un lato, libri accusati di propaganda filo-russa; dall’altro, colossi privati che decidono cosa sia scienza e cosa no?
Il punto non è difendere la Russia né attaccare l’Occidente. Il punto è difendere uno spazio educativo autenticamente libero.
Dove il pensiero critico venga prima delle agende politiche ed economiche. Quando il potere – statale o aziendale – entra nella scuola con un pacchetto ideologico preconfezionato, il sapere cessa di essere conoscenza e diventa strumento di controllo.
L’istruzione deve offrire chiavi di lettura plurime, non verità impacchettate. La propaganda, filo-russa o occidentale che sia, non si combatte con altra propaganda. Si combatte con la libertà intellettuale, la pluralità delle fonti e la fiducia nella capacità degli studenti di pensare con la propria testa.
Se oggi accettiamo di manipolare la storia e la scienza per convenienza geopolitica o economica, domani non dovremo stupirci se i nostri figli non sapranno più distinguere il sapere dall’opinione.
Foto di copertina StockSnap da Pixabay
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