Leggere la richiesta di dichiarare la posizione vaccinale di tuo/a figlio/a su un modulo scolastico dovrebbe innescare una domanda spontanea: perché? Per quale motivo una cosa che non ha nulla a che fare con l’istruzione scolastica finisce in un documento burocratico per l’iscrizione?
Eppure, molti genitori non si fermano nemmeno un attimo a chiederselo. Hanno fatto le vaccinazioni, non ci sono stati problemi evidenti, quindi spuntano il “Sì!” senza esitazione, con buona pace di chi ha invece una reazione avversa grave, nella migliore delle ipotesi nel silenzio generale dei media. I social sono pieni di queste testimonianze.
Ma da quando ci hanno mentalmente seviziato durante la psico pandemia essere “in regola” è diventato un titolo di merito. Sono in regola. Sono normale; un bravo cittadino. Hanno trasformato la salute in una forma di conformità.
La febbre leggera, l’arrossamento al braccio, qualche giorno di malessere… niente di grave, anzi, un toccasana! Mia moglie fa l’infermiera, il medico e si è fatto 7, 8 vaccini e non è successo nulla. E allora sì, ne è valsa la pena. Così si pensa. E così si firma.
Senza accorgersene, però, si sta consegnando molto più di un dato medico come la posizione vaccinale: si sta cedendo una parte della propria privacy, un pezzo della propria autonomia decisionale.
Si sta alimentando un sistema che raccoglie informazioni, le incrocia, le analizza, e alla fine sa sempre più di noi: chi siamo, come ci comportiamo, cosa ci spaventa, cosa ci convince.
E mentre qualcuno sorride soddisfatto davanti a quei moduli compilati, alla stessa stregua altri continuano a ripetere: “Non ho nulla da nascondere” perché sono in regola, aggiungo.
Peccato che non si tratti solo di nascondere qualcosa.
Si tratta di decidere chi ha il diritto di sapere.
Questo, di seguito, è uno dei tanti moduli richiesti per “perfezionare” l’iscrizione scolastica del figlio di alcuni amici. Non è solo un foglio tra i tanti, scaricati dal sito della scuola, ma è anche uno specchio della società della “nuova normalità“, e forse vale la pena guardarci dentro.

Sul modulo spicca, ai più attenti, la richiesta di dichiarare se il proprio figlio:
- è stato sottoposto alla vaccinazione obbligatoria ( SI’ ) ( NO )
Ad un’analisi attenta tale richiesta sulla posizione vaccinale pone sullo stesso piano l’aver fatto la vaccinazione “obbligatoria” (nessun trattamento sanitario è obbligatorio senza un consenso informato, nda) all’avere una DISABILITA’ o una diagnosi di DSA o meno. Per chi non lo sa questa è una subdola tattica di PNL, che sia consapevole o meno.
Così come formulata in questo modulo è di per sé irricevibile, anche perché rischia di obbligare il genitore a dichiarare un dato sensibile che non dovrebbe essere richiesto direttamente in questo modo.
Vediamo di capire bene perché una richiesta del genere non sia soltanto discutibile sul piano etico o sociale, ma si ponga anche al confine dell’illegittimità, sollevando dubbi sia rispetto all’articolo 3-bis della Legge 119/2017 sia alla normativa sulla protezione dei dati personali contenuta nel GDPR.
L’art. 3-bis della Legge 119/2017 prevede che l’ASL comunichi direttamente alle scuole lo stato vaccinale degli studenti, senza che siano i genitori a dover produrre documenti o autocertificazioni, salvo specifici casi o in assenza di accordi tra scuola e ASL.
Il GDPR (Regolamento UE 2016/679) considera i dati sanitari come “dati sensibili”, per cui:
- Devono essere raccolti solo se strettamente necessari.
- Serve una base giuridica chiara.
- Va garantita la minimizzazione del dato (cioè: chiedere solo ciò che serve, nel modo meno invasivo possibile).
La richiesta di spuntare “SI/NO” sulla posizione vaccinale è semplificata e troppo generica, senza spiegare finalità e base giuridica. Inoltre non offre una terza opzione legittima, come: “Dati in possesso dell’ASL competente”.
Questo significa che con quel modulo sei tu stesso a fornire l’informazione, non qualcun altro che la raccoglie dietro le quinte.
Eppure, chiedere per iscritto dati sanitari sensibili può sollevare più di un dubbio dal punto di vista legale.
Ma le scuole, più o meno in modo eterodiretto, sembrano aver trovato un modo per aggirare il problema: basta che sia tu a dichiararlo volontariamente a norma di legge e, magicamente, tutto diventa conforme.
Ma allora che si fa? Come ci si comporta in segreteria? Cosa farà chi lavora lì di fronte a una scelta del genere? Si risponde o no? Se non lo dichiari, cosa succede? E se invece lo fai, fino a che punto stai solo consegnando un pezzo di te a qualcuno che non ne ha forse alcun diritto?
Non tutti sanno come muoversi. Anzi, molti preferiscono non porsi nemmeno la domanda. Altri, come i nostri amici, si confidano con noi, raccontano le loro paure, i timori di creare situazioni spiacevoli, o peggio ancora discriminazioni a discapito dei propri figli.
Noi gli abbiamo riportato che la richiesta poteva forse essere giustificata dall’assicurazione scolastica (molte lo fanno, anche per questioni sportive, nda), oppure per la formazione delle classi sula base dell’effetto gregge, teoria mai dimostrata se non per il contrario1. Tuttavia il punto era proprio che nel modulo non viene indicata la finalità della raccolta di questi dati.
I nostri amici già vedevano scene di imbarazzo, forse di scontro: occhi che evitano lo sguardo, domande a mezza bocca, un foglio che diventa improvvisamente un muro e motivo di scontro.
La paura cresceva piano, silenziosa, ma ben presente. Prima ancora di entrare in segreteria, stavano già immaginando di dover combattere.
È stato allora che mi è tornato in mente Sun Tzu, L’arte della guerra , là dove dice:
«La massima abilità sta nel piegare la resistenza del nemico senza combattere».
E ancora:
«Colui che è destinato a vincere fa sì che la vittoria accada prima ancora di scendere in campo».
A volte non serve alzare la voce per farsi sentire. Non serve scontrarsi per far valere una scelta o un diritto. A volte, la vera forza è nel sapersi muovere con calma, nel sapere che non ogni domanda va per forza risposta, e che ogni silenzio può essere una scelta consapevole.
Così i nostri amici hanno semplicemente consegnato i moduli, lasciando in bianco quelle caselle.
Senza spiegazioni, senza conflitti. Solo una firma, e scansionando preventivamente il foglio che avrebbero consegnato.
Hanno compreso che anche il non rispondere è, in fondo, una dichiarazione. E in pochi se ne rendono conto. Alla fine ci sono battaglie che si vincono senza lasciare spazio alla guerra.
In segreteria nessuno ha commentato, forse anche perché di simili situazioni ne vedono a decine. Hanno preso i documenti, li hanno scannerizzati — passaggio non scontato — e hanno restituito il cartaceo. Nulla di più.
Tuttavia, questa rappresenta solo una falsa soluzione: può sembrare efficace, ma non risolve l’anomalia strutturale di un sistema scolastico che continua a ledere i diritti dei cittadini sulla base di convinzioni distorte.
Non si tratta di scegliere se rispondere o meno a una richiesta: è la scuola che, per legge, non dovrebbe nemmeno formularla in quei termini.
Se gli istituti conoscessero – e applicassero correttamente – quanto previsto dall’articolo 3-bis della Legge 119/2017, avrebbero già aggiornato i moduli. E il rispetto per la privacy degli studenti sarebbe diventato, semplicemente, la norma.
Se volete approfondire l’argomento, consiglio vivamente la lettura dei seguenti contributi:
fonti:
– TESTO COORDINATO DEL DECRETO-LEGGE 7 giugno 2017, n. 73 – Art. 3-bis
– https://www.garanteprivacy.it/temi/scuola
– Tutela Genitori e Studenti (Canale Telegram)
Foto di copertina Mohamed Hassan da Pixabay
- Per anni la Mongolia ha avuto un”immunità di gregge del 99%, anche gli adulti. Tanto che nel 2014 è stata dichiarata Morbillo Free.
Tuttavia prima nel 2015 e poi 2016, ci fu un incredibile esplosione di morbillo, più di 25.000 casi in una popolazione di 30 milioni. ↩︎
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Curioso che… situazione vac– sia insieme alle domande sulla disabilità… e non siano richieste in alcun modo altre specifiche domande su, per esempio, gravi allergie o altri tipi di problematiche. Forse perché rispettano la privacy degli studenti?
Eheheh, hai ironicamente colto il punto. Brava!