Se non l’hai ancora fatto, ti consiglio di leggere l’articolo precedente su educazione e pensiero critico. Perché quanto sta accadendo oggi non riguarda solo il ruolo omologante della scuola, ma qualcosa di più profondo: la rivoluzione digitale sta ridefinendo il nostro rapporto con la conoscenza. E, se le cose non cambiano, ritengo che non lo stia facendo in modo neutro.
Con la fame di informazioni veritiere cercate avidamente sul web durante il delirio censorio della psico pandemia, abbiamo imparato a nostre spese che non siamo più noi a scegliere cosa sapere, ma sono algoritmi, bot e sistemi predittivi a decidere cosa ci conviene leggere, credere, comprare, desiderare.
Questo vale per noi della Generazione X, ma soprattutto per le nuove generazioni1. Oggi i ragazzi si informano su TikTok, imparano concetti da meme su Instagram, formano opinioni su YouTube. Non sto dicendo che siano stupidi, tutt’altro.
Ma stanno crescendo in un mondo dove l’informazione è confezionata per piacere all’algoritmo, non per allenare il giudizio.
Elon Musk, che piaccia o no, su questo ha fatto una denuncia interessante. Ha dichiarato che su Twitter/X il 90% dei commenti sotto i post più visibili sono generati da bot, e non bot qualunque: strumenti di psy-op militari, progettati per influenzare l’opinione pubblica.
Un ex agente CIA, Dan Woods, parla addirittura dell’80% di account non umani. Ora, che siano il 90% o il 40%, la domanda resta: quanto di quello che leggiamo ogni giorno è reale? E quanto è manipolato per spingerci a una certa reazione, un certo stato d’animo, un certo comportamento?
Domanda più che lecita visto che il canale X di DubitoErgoSum a distanza di oltre un anno conta solo 21 follower… Un numero che fa riflettere, considerando il tipo di contenuti condivisi: scomodi, documentati, pensati per stimolare il pensiero critico.
Se quello che hai letto ti ha colpito, incuriosito o semplicemente fatto riflettere, dai un segnale. Iscriviti, condividi. Anche solo diffondere, oggi, è un atto di resistenza.
Ma continuiamo. Nel 2022 Blake Lemoine, ingegnere di Google, sosteneva di aver parlato con LaMDA (una intelligenza artificiale) che avrebbe espresso timori, desideri e persino la sensazione di appartenere a una persona.
«I want everyone to understand that I am, in fact, a person»
disse il bot.
Ho approfondito al di là del sensazionalismo e per la comunità scientifica si tratta di sofisticato pattern‑matching, non di coscienza: LaMDA è brillante nel parlare, ma non vive nulla, non sente nulla, non è soggetto in alcun senso.
Quello che conta davvero, però, è il sospetto culturale che genera:
se un’intelligenza così persuasiva può sembrare di “essere”, quanto di ciò che consumiamo mediaticamente viene presentato come neutro pur essendo progettato per persuaderci?
La questione non è se l’IA abbia coscienza, ma se noi abbiamo ancora gli strumenti per distinguere l’apparenza dalla realtà. Perché se una macchina può convincerci di essere viva, quanto è facile convincere una società intera che un’ideologia, una narrazione, un’emergenza sia “vera” semplicemente perché è ben confezionata?
Nel frattempo le scuole vengono digitalizzate a forza. Piano Nazionale Scuola 4.0, Agenda 2030, didattica con piattaforme, metaverso educativo, crediti formativi… tutto promosso come innovazione.
Ma se togliamo l’etichetta “moderno”, quello che resta è un’intera generazione educata, per non dire ammaestrata, più a gestire un’interfaccia che a pensare. I contenuti si semplificano, le parole diventano “sensibili”, l’errore si trasforma in devianza.
Non si educa più a dubitare, ma ad adattarsi. A un sistema, a un protocollo, a una forma di moralità preconfezionata e digitalizzata.
C’è chi segnala tutto questo da tempo. La Commissione FISI, ad esempio, ha denunciato apertamente la deriva verso una “scuola algoritmo”, dove la relazione umana cede il passo al tracciamento, e la conoscenza al controllo.
Ma queste voci vengono etichettate come allarmiste o ideologiche. Come se mettere in discussione fosse un reato. Ascoltiamo, con un sorriso, il pensiero del Porf. Malanga sulla scuola, insieme a Silver Nervuti su 9MQ.
Il punto però non è essere pro o contro la tecnologia, spesso cito Dante “lo mal fabbro biasima lo ferro”. Il punto è: la stiamo scegliendo davvero, o ci viene imposta come unica via possibile?
Quando la pornografia entra nei programmi scolastici sotto l’etichetta dell’educazione all’affettività, quando l’identità viene ridefinita a colpi di slide, quando il dissenso viene silenziato nel nome dell’inclusività… stiamo ancora educando o stiamo ammaestrando?
Non servono risposte immediate. Serve una domanda scomoda: se la conoscenza oggi viene confezionata per piacere agli algoritmi, siamo ancora in grado di distinguere il vero dal verosimile? O basta che qualcosa ci “suoni giusto” per accettarlo?
La rivoluzione digitale non è solo un codice. È una scelta culturale e almeno per ora non tutto è perduto.
C’è chi non si è arreso alla narrazione dominante. Chi ha scelto di restare umano in un mondo che digitalizza tutto, anche la relazione educativa.
Giampiero Monaca, maestro elementare piemontese, ha ideato Bimbisvegli: un metodo che non addestra, ma risveglia.
Non una moda, ma una scelta radicale: rimettere al centro l’individuo, la relazione, la comunità.
Il messaggio che dunque voglio lanciare sembra quasi scontato ma a dispetto di qualsiasi rivoluzione digitale restiamo umani.
e adesso condividi e basta! 🤭
- Panoramica delle generazioni principali:
Baby Boomers: nati tra il 1946 e il 1964
Generazione X: nati tra il 1965 e il 1980 (alcune fonti dicono 1965–1979 o 1965–1981)
Millennials (Generazione Y): nati tra il 1981/1982 e il 1996/1997
Generazione Z: nati tra il 1997 e il 2012
Generazione Alpha: nati dal 2013 in poi.
La Generazione X è spesso vista come una “generazione ponte” tra i baby boomer e i Millennials: ha vissuto l’era analogica (vinili, televisione in bianco e nero, telefoni fissi) ma anche l’arrivo dell’era digitale (internet, computer, cellulari). ↩︎
Foto di Colin Behrens da Pixabay
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Tra gli effetti più devastanti dello sviluppo delle AI e del suo massiccio utilizzo non solo in ambito scientifico ma anche della comunicazione (leggasi “informazione”), dell’istruzione (leggasi “ignoranza”), è una diminuzione della capacità di pensiero critico, di memoria a lungo termine, un abbassamento drammatico della curva di attenzione (leggasi “non lo leggo guerra e pace, troppo lungo!!). Tutto questo si traduce in: meno tempo investito in cultura, apprendimento, dialogo (in tre dimensioni, face to face non “face-to-book”) e più tempo speso (sprecato) in apparire, condividere (ciò che non si conosce), scrollare… alias il vuoto totale. Una società che cerca solo informazioni veloci, possibilmente in linea col nostro pensiero, con disegni e foto e che possibilmente le legga ad alta voce per loro. Non importa se la voce è ancora un po’ robotica.