Abbiamo visto quanto pervasivo possa essere il controllo invisibile attraverso i social media. Ma quello è solo il back ground su cui si muove strisciante il controllo sociale attraverso l’identità digitale, il modo in cui il potere plasma chi crediamo di essere.
Dico cavolate? OK. Cominciamo col farci una domanda semplice semplice: quando pensi a chi sei, a cosa ti identifica, ti vengono in mente solo tratti unici o anche appartenenze a gruppi, ideologie, marchi, comunità?
Hai pensato a cose del tipo: “sono un sinistro” o “un patriota”, oppure “integralista, un difensore dei diritti lgbtqia+ ambarabà cì-cì-cò-cò?”
Bé la verità oggettiva è che la nostra identità è la leva più potente su cui il potere moderno agisce per controllarci.

Non basta più dirci cosa pensare o cosa comprare, la società del consumo e del libero mercato in qualche modo sta volgendo al termine; oggi, nell’ottica dei malati di mente autoproclamatisi “padroni del mondo” (cit. Giulietto Chiesa), vogliono farci sentire parte di qualcosa, farci identificare con cause, ideologie o brand che diventano parte integrante di chi siamo.
E badate che questo diabolico meccanismo è tutto l’opposto di ciò che propala, perché a fronte di una maggiore “inclusività” si ottiene l’effetto di dividere le masse in fazioni.
In definitiva è sempre lo stesso gioco del divide et impera.
Possono cambiare le forme, anche le regole, ma la sostanza è che la comunità umana resta sempre divisa e imbrigliata da redini invisibili pilotate dai soliti ignoti che amano fare gli incontro off the record (cit. Jovanotti)e senza politici, perché tanto quelli non decidono nulla, eseguono e basta.
Tuttavia non c’è nulla di nuovo sotto il cielo, a parte le nuove generazioni da rieducare e riplasmare a immagine e somiglianza di chi dirige il gioco della gestione sociale.
Lo psicologo Eric Fromm aveva già intuito che l’uomo moderno è alienato da sé stesso, dai suoi simili e dalla natura, trasformato in merce da consumare.
“consumare è una forma dell’avere, forse quella di maggior momento per l’odierna società industriale opulenta.
Il consumo ha caratteristiche ambivalenti: placa l’ansia, perché ciò che uno ha non può essergli ripreso; ma impone anche che il consumatore consumi sempre di più, dal momento che il consumo precedente ben presto perde il proprio carattere gratificante. I consumatori moderni possono etichettare se stessi con questa formula: io sono = ciò che ho e ciò che consumo».”
Eric Fromm (da Avere o essere? – 1976)
Quando difendi una posizione, anche contro il tuo stesso interesse, solo per mantenere la coerenza con la tua identità, sei esattamente dentro questo meccanismo. Io mi identifico in ciò che quel partito mi offre con la sua narrazione.
Proprio per questo motivo, durante la psico pandemia, quando si cercava di mostrare l’altra faccia della medaglia covid si veniva osteggiati, stigmatizzati o ben peggio. Stavamo minando le fondamenta su cui poggia l’intera esistenza di chi ci stava di fronte.
I social network, poi, amplificano questo fenomeno a dismisura creando tribù digitali, dove il bisogno di appartenenza è manipolato per generare consenso e polarizzazione, e ogni divergenza diventa un rischio per la propria accettazione. Avevo articolato questo concetto in Guerra cognitiva.
Ora chi controlla questi spazi sa bene che legando l’identità a un gruppo o a un’ideologia si rende il comportamento prevedibile e quindi controllabile.
Poi il controllo sociale diventa più facile con un’identità digitale legata a performance imposte, registrate in un credito sociale di stampo totalitario. Vedi Benvenuti nella vostra sterile nuova normalità… (parte II).
Non è certo un caso che oggi, più che mai, La politica contemporanea sembra sempre più orientata verso il linguaggio simbolico (e qui ce ne sarebbe da dire) e la rappresentazione: slogan, immagini, eventi mediatici e narrazioni identitarie.
Rispetto a questo, i contenuti concreti, come riforme strutturali, adeguamento degli stipendi al costo della vita reale, effettiva governabilità, passano spesso in secondo piano, ridotti a meri slogan elettorali.
Ma anche le pubblicità fanno lo stesso lavoro. Quante volte avete che certi marchi vendono non prodotti ma stili di vita? “E-car! Elettrica, silenziosa, verde… ” e salverai il pianeta, chi si stacca da questa narrazione ovviamente è un negazionista climatico.
Tuttavia il controllo attraverso l’identità dell’individuo non si limita a manipolare dall’esterno, ma si insinua fin dentro il nostro dialogo interiore, condizionando la nostra autostima, la nostra i dea di sé e le scelte quotidiane.
Riconoscere questo meccanismo è fondamentale per non diventare pedine inconsapevoli.
Liberarsi significa iniziare a interrogarsi criticamente su chi siamo davvero, separando la nostra essenza dai ruoli e dalle etichette imposte dalla società. Non significa necessariamente abbandonare il lavoro che magari non piace, ma restare fedeli a sé stessi, restare centrati senza farsi trascinare via dalle contingenze della vita.
Inizia a mettere in discussione l’appartenenza che dà sicurezza ma limita la libertà. Scoprirai la forza che nasce quando sei tu a definire chi sei, senza lasciarti condizionare da modelli preconfezionati.
Credo che solo in questo modo possiamo riappropriarci della nostra vera autonomia e spezzare le catene invisibili che ci imprigionano nelle nostre paure indotte. Vedi Io non ho paura.
Post Scriptum: queste mie elucubrazioni fanno parte di una mini quadrilogia che giaceva da tempo in un cassetto, ora sono in ferie e sono uscito po' dal mio acquario personale. Se qualcosa ti ha incuriosito, se una parola ha lasciato un’ombra di pensiero, allora non lasciare che finisca qui.
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Foto di copertina Gerd Altmann da Pixabay
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